Ilaria Palomba
Tre romanzi di Neri Pozza

Il metodo Yalom

Un intreccio magistrale tra letteratura, psicoanalisi e filosofia: c'è questo nei libri di Irvin D. Yalom. Dove anche Freud, Nietzsche o Schopenhauer diventano personaggi

Irvin D. Yalom è un autore molto particolare: psichiatra, psicoanalista di scuola esistenzialista, appassionato di filosofia e, solo in seguito, scrittore di letteratura. Nei suoi romanzi ha esplorato le profondità della psiche correlando sempre le storie con la Storia e i grandi pensatori del passato. Tra i libri che ho letto: Le lacrime di Nietzsche (Neri Pozza, 2006, pp. 425, euro 18), Sul lettino di Freud (Neri Pozza, 2015, pp. 496, euro 18) e La cura Schopenhauer (Neri Pozza, 2005, pp. 480, euro 18), possono essere definiti terapie letterarie: in ciascuno di questi romanzi è tracciato un percorso di inabissamento e guarigione.

Le lacrime di Nietzsche yalomLe lacrime di Nietzsche, il primo, è una via di mezzo tra romanzo storico e invenzione, là dove viene messa in scena una relazione terapeutica, puramente ipotetica, mai avvenuta storicamente, tra Joseph Breuer e Friedrich Nietzsche. La vicenda comincia con un’affascinante e pericolosa Lou Salomé diciannovenne, che, nel 1882, si reca dal medico viennese (Breuer) all’apice della sua carriera, chiedendo aiuto per il suo amico filosofo non ancora famoso (Nietzsche), afflitto da un’inconsolabile disperazione. Il romanzo è composto prevalentemente da dialoghi e si configura come una partita a scacchi tra il terapeuta e il filosofo, a colpi di interpretazioni filosofiche, nella fattispecie Nietzsche non ha gran fiducia in questo genere di cura basata sulle parole e percepisce il rischio di essere vittima della volontà di potenza dell’altro.

La bellezza di questo libro è nella ricerca accurata circa il linguaggio nietzscheiano, dunque nel corso del dialogo troviamo diverse citazioni dai vari testi del filosofo tedesco e altrettante interpretazioni al limite tra la verità storica e l’immaginario psicoanalitico dell’autore. Yalom ci conduce lentamente e sottilmente verso un capovolgimento dei ruoli e una catarsi che lavora nel lettore anche come una catarsi personale ed è strabiliante quel che riesce a evocare usando prevalentemente la forma dialogo. Certo, bisogna essere disposti a varcare un qualche intimo confine e a inabissarsi fino a star male prima di riemergere e in un certo senso rinascere mutati. «“Pensa a lei”, lo esortò Breuer. “Lascia scorrere le immagini. Che cosa vedi?”. “Un uccello da preda, un’aquila dagli artigli insanguinati. Una muta di lupi guidata da Lou, da mia sorella, da mia madre”.»

yalom Sul lettino di FreudIl secondo libro di Yalom è Sul lettino di Freud, scritto nel 1992 e pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2015. Allontanatosi dal romanzo storico o fanta-storico, l’autore qui ci svela i segreti più intimi di tre psicoanalisti posti dinnanzi ai loro rispettivi demoni. Seymour Trotter, settantenne e patriarca della psicoanalisi si trova a dover fronteggiare  l’aut-aut di Belle Felini, sua paziente trentenne, bellissima, altamente autodistruttiva e pulsionale come una donna-natura. Può salvarla entrando in una relazione ad alto rischio di coinvolgimento erotico e sentimentale oppure lasciare che lei vada incontro a una rapida ed esplosiva autodistruzione. Nonostante la stranezza della terapia, l’alleanza paziente-analista sembra dare buoni frutti ma proprio in quel momento Trotter viene incastrato dal comitato etico per la medicina e sottoposto ad azione disciplinare. Ernest Lasch, giovane psichiatra ancora lontano dal percorso psicoanalitico, è incaricato del procedimento e l’incontro con Trotter, anche se si troverà a giudicarlo e condannarlo, lo affascina terribilmente e lo conduce a fare il grande passo verso la psicoanalisi. Divenuto ormai un terapeuta affermato, si troverà a fronteggiare la medesima situazione del suo vero iniziatore: Seymour Trotter ma questa volta dietro la paziente Carol, che lo mette a dura prova, c’è un inganno, un legame forte con qualcun altro che ha in terapia e la sua sfida sarà sciogliere l’inganno e tentare di fare breccia nella struttura apparentemente impeccabile dell’invenzione di Carol. Il supervisore di Lasch, Marshal Streider si troverà a fare i conti con una proposta irrinunciabile che colpisce in pieno la sua più profonda debolezza: l’avidità.

In ognuna di queste storie intrecciate tra loro c’è una doppia catarsi, una che coinvolge il paziente e l’altra l’analista, ma non sempre la vicenda è a lieto fine. «Mentre ascoltava, a Ernest vennero in mente alcune parole di Seymour Trotter: Una tecnica formale approvata? Abbandoni tutte le tecniche. Quando crescerà come terapeuta, avrà voglia di compiere il balzo verso l’autenticità e di fare dei bisogni del paziente (e non di quel che l’APA ritiene eticamente corretto) la linea guida della sua terapia. Strano quanto spesso ultimamente avesse pensato a Seymour Trotter. Forse era semplicemente confortante che un altro terapeuta un tempo avesse percorso quella stessa strada. Per un attimo Ernest si era tuttavia dimenticato che Seymour non aveva più trovato il modo per tornare indietro.»

Il coraggio di Yalom è di portare il lettore al punto limite, là dove quasi nulla sembra poterlo salvare dal baratro. Rispetto agli altri suoi libri, Sul lettino di Freud è di certo il più narrativo, in questo senso, là dove la grande forza dell’autore risiede nella ricerca di una forma letteraria totale, è appena più debole rispetto ad esempio alla sua migliore prova letteraria: La cura Schopenhauer, un romanzo filosofico e psicoanalitico sui grandi temi dell’esistenza.

La cura SchopenhauerNarra la vicenda di Julius Hertzfeld, psicoterapeuta di gruppo, che durante una semplice visita medica scopre di avere un cancro maligno alla pelle e di avere non più di un anno di vita. A questo punto decide di chiamare alcuni suoi pazienti che non vede da diverso tempo e cui non è certo di essere stato realmente d’aiuto, incorre dunque in Philip Slate senza proseguire oltre. Philip è forse il suo più grande fallimento: incapace di relazionarsi con gli altri, ossessionato dal sesso e spaventato dai sentimenti, personalità schizoide, completamente privo di empatia e ironia. Non si smentisce durante la telefonata, ma dichiara di aver avuto un terapeuta migliore di Julius: Arthur Schopenhauer, la cui filosofia gli ha permesso di allontanarsi dagli istinti più animaleschi per gravitare in una sorta di stoica atarassia quasi ascetica. Il punto dolente è che ora Philip si è messo in testa di diventare terapeuta di counseling filosofico. Julius sembra alquanto titubante circa la possibilità che un ex paziente come Philip, con tali problemi a relazionarsi con l’altro da sé, possa divenire terapeuta, nonostante lo scetticismo decide di aiutarlo, in parte per qualcosa come il senso di colpa per non essergli stato davvero utile, in parte per una sorta di sfida con se stesso, l’ultima grande sfida della sua vita. Così Philip, suo malgrado, entra nel gruppo di terapia di Julius, dove affronterà il suo più grande terrore.

Il romanzo procede con una prosa alta e spesso saggistica, a eccezione dei dialoghi. A ogni capitolo è alternato un tassello della biografia letteraria di Arthur Schopenhauer, con tanto di citazioni da Il mondo come volontà e rappresentazione (presenti in gran parte anche all’inizio di ogni capitolo), da Parerga e paralipomena e dall’autobiografia diaristica del filosofo intitolata A me stesso.

Il personaggio di Philip sembra essere in ogni dettaglio la reincarnazione del filosofo tedesco e probabilmente per questo più che la psicoterapia sembra essere stata la cura Schopenhauer a salvarlo, naturalmente dovrà scontrarsi con la vita che da sempre ha cercato di evitare, dapprima in modo istintivo e predatorio e in un secondo momento in modo ascetico. Julius, al contrario, sembra seguire una filosofia nietzscheiana ed è deciso a vivere pienamente l’ultimo anno della propria esistenza e a insegnare ai suoi pazienti a fare altrettanto con la propria.

Dapprincipio sembrava un romanzo sulla morte, sui grandi congedi, sugli addii. Proseguendo però forse la fine della vita non è che un piccolo tassello del puzzle, in verità questo è un romanzo sulla complessità delle relazioni umane, sullo scontro epocale ed epico tra volontà di vivere e negazione di tale volontà. In ultimo, è un romanzo sulla compassione e sull’empatia. Dall’entrata di Philip nel gruppo, le ferite di ciascuno riemergono dal profondo e sembrano guidare, feroci, i pazienti l’uno contro l’altro in relazioni egogiche, narcisistiche e predatorie, ma l’emersione di traumi pregressi, sentimenti antichi e istinti primitivi, elaborati e interpretati, con la guida di Julius, da ciascuno dei partecipanti, li conduce verso una lenta e potentissima catarsi.

La cura Schopenhauer è un romanzo totale, che mescola generi come la letteratura psicoanalitica, la narrativa, la filosofia e la biografia. È un romanzo che scava dentro e in principio ferisce, scardina ogni maschera con cui ci si accinge ad affrontare l’esistenza. È un libro che insegna a vivere e in qualche modo anche a morire. «È la forza fondamentale che abbiamo in noi, la volontà di vivere, di riprodurci, e non può essere messa a tacere. Non può essere tenuta a bada con un ragionamento. Ho già parlato di come descrive il modo in cui il sesso si insinui in ogni cosa. Pensate allo scandalo dei preti cattolici, considerate ogni stadio dello sforzo umano, ogni professione, ogni cultura, ogni periodo della vita. Questo punto di vista per me è stato mirabilmente importante quando ho incontrato per la prima volta l’opera di Schopenhauer: quella era una delle più grandi menti della storia e, per la prima volta, mi sentivo totalmente compreso».

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