Alberto Fraccacreta
L'elzeviro secco

Emmanuel Carrère all’ombra della croce

La “conversione” dello scrittore francese raccontata nel suo “Il Regno” (premiato a Pordenonelegge), non appare come lacerante sradicamento ma come esperienza esteriore sospesa tra storia e autobiografia. E fa venire in mente Bob Dylan...

Dalle merlature, dai lineamenti grifagni del palazzo comunale si arguisce che il luogo vuole imprimere una traccia puntuale di sé. Pordenone è gotica e desidera rimanere tale. Non chiede di assumere altro ruolo. In ogni siepe si osserva la cittadina curatissima, a misura d’uomo e – caso raro – a misura d’inquietudine: anche lo spleen pare ordinato. Al bordo del centro storico scorre un fiume incantevole che rammenta gli scenari sfumati di Grimshaw e della campagna inglese, avvolto da brughiere e solcato da papere, nutrie e cigni alteri. Il locus amoenus perdura anche nella geografia umana. I lineamenti dei pordenonesi si fanno più delicati, dolci nel naso e accesi negli occhi, d’altra parte l’Austria grava a due passi, come un coltello a serramanico. La lingua produce vocalismi aperti, praticamente divaricati, che tendono a modificare le sfumature apofoniche in un ‘a’ indistinto. Gentili vecchine dalla sapidità piratesca si aggirano in branco con quella gagliarda tempra nordica a prova di grassatore.

Pordenonelegge è un festival di letteratura ormai prestigioso, organizzato nei minimi dettagli, forte della cooperazione indiscriminata dei cittadini. L’evento più atteso del weekend friulano, contornato di già austere presenze (Vecchioni, Mancuso, Massarenti: per fare dei nomi), è la consegna ufficiale del Premio FriulAdria – La storia in un romanzo a Emmanuel Carrère nel bianco e lastricato Teatro Verdi.

Carrère è un bell’uomo, dall’intelligenza lesta. Il suo romanzo, Il Regno, tradotto da Adelphi, è scorrevole, ricco di humor nero, rigoroso nella non-fiction, ma forse poco unitario nella costruzione narrativa, abbastanza simile all’ultimo Pasolini nel tentativo estremo di un romanzo “totale”. A quadri cangianti, grazie all’azzeccato senso del ritmo e a una capacità diegetica assai moderna, Carrère abbina la sua storia di uomo a quella dei primi cristiani, capeggiati dall’esuberante Paolo di Tarso e fotografati dall’occhio critico di Luca, verso il quale l’autore prova «un fraterno affetto». Com’è prassi tipica del nuovo narrare, antico e attuale si mescolano in un abbraccio amorevole di eternità nella storia, per la storia, con la storia. La storia diviene essa stessa eternità: l’unica possibile. Proust docet.

carrereCarrère ha una scrittura a getto continuo: tratta di qualsiasi argomento, senza far differenza tra romanzo e saggio, tra immaginazione e realtà, tra lingua letteraria e gergo, disarticolando queste differenze in un pauroso dirupo per creare l’armonia superiore. In ciò è parecchio seducente. Ma, nel ricordo dei tre anni in cui fu cattolico osservante (un po’ come Bob Dylan), si muove con un’andatura che non è semplice da definire. Ritengo che la sua conversione (come lui stesso molto candidamente conferma) sia esteriore, e non la chiamerei con esattezza conversione, piuttosto “indirizzo di conversione”, “volontà di conversione”, che è ben diversa dalla conversione de facto. Quest’ultima è il lacerante sradicamento, uno sfacelo dell’animo che modifica per sempre l’atteggiamento del soggetto nei confronti dell’esistenza.

Ho sempre pensato che bisognerebbe scrivere di ciò in cui si crede. La bellezza reclama adesione totale e un tenace asservimento alla sua causa, ammesso che la bellezza in persona sia il fine peculiare della scrittura. Carrère confessa di aver scritto «intorno a qualcosa di più grande, qualcosa che possiede una componente mistica». Componente che adesso non condivide nel quotidiano, ma che stranamente emerge da parecchi stralci del romanzo. La frase più significativa è forse suggerita dalla “madrina” dell’autore, Jacqueline: «Non c’è gioia dietro la quale non si scorga l’ombra della croce. Dietro la gioia c’è la croce, te ne accorgerai presto, del resto lo sai già. Quello che ci metterai più tempo a scoprire, forse tutta la vita, ma ne vale la pena, è che dietro la croce c’è la gioia, una gioia inespugnabile». Qui Carrère non si accorge che il passo da lui riportato è talmente potente – quasi fosse un marchio che si innesta sulla camicia – da poter indurre intere nazioni a convertirsi. Come quando dice lui stesso: «Le parole di Cristo se non illuminano, accecano».

Il cielo di Pordenone è oggi un timpano contratto, da cui per ora resta difficile scampare. Le merlature si inaspriscono e le girandole dei bimbi lungo il viale tentano di attenuarle. Gli scrittori vengono e vanno. E Pordenone legge. Pordenone ride. Pordenone soffre.

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