Sabino Caronia
“I pesci non hanno gambe” di Stefánsson

Uscite di sicurezza contro l’oblio

Quello che rende grande certa letteratura nordica e in particolare i libri dello scrittore islandese, è la volontà di scrivere non per ambizioni personali ma per la convinzione che solo la parola vince il silenzio della morte

In quest’ultimo romanzo di Stefánsson (I pesci non hanno gambe, Iperborea 2015) ritroviamo tutte le tematiche che ne fanno uno degli scrittori più interessanti dei nostri giorni. Tematiche inattuali, in un mondo che cerca di non fermarsi a pensare, a porsi delle domande in cui la risposta è la ricerca stessa. La prima riflessione senza risposta è sempre la stessa, quella che c’è anche negli altri suoi libri, e riguarda Dio, quel Dio che appare assurdo alla nostra mente ma è sempre cercato con il cuore («… secondo la logica bisogna essere dei bambini o degli ingenui per credere all’esistenza di Dio, ma cosa possiede più potere consolatorio della fede? […] come può chi conosce l’essere umano, la sua storia, la sua cultura, la sua natura, il suo mondo interiore, escludere l’assurdo?»). Leggendo ho notato almeno trenta pagine in cui Dio viene coinvolto, un Dio che è forse troppo lontano per arrivare a vedere certe lande desolate, o in cui c’è troppa nebbia, ma che comunque è sempre l’interlocutore esplicito o sottinteso.

StefansonLa seconda riflessione, legata alla prima, che ovviamente le racchiude un po’ tutte, riguarda la fine delle cose, delle persone, degli animali, di tutto ciò che ha o ha avuto vita, e di cui, qui sulla terra, non resta niente, niente se non il ricordo, che a sua volta è legato strettamente alle parole, all’arte, alla poesia (l’unica cosa, forse, che può salvare il mondo): «La vita cresce dalle parole, la morte dimora nel silenzio. Per questo dobbiamo continuare a scrivere, a raccontare, a mormorare versi di poesie e imprecazioni e così tenere lontana la morte, per un po’». Per questo si scrive, non per vincere premi, vendere un po’ di più, farsi fare dal critico di punta del momento una bella recensione sul quotidiano più in voga: questo, a mio avviso, è ciò che rende grande certa letteratura nordica (e i libri di Stefánsson in particolare) rispetto, spiace ammetterlo, a certa nostra attuale.

È detto, verso la fine del romanzo: «La poesia può senza dubbio salvare il mondo, ma sono così poche le persone che la leggono, e sempre meno; un’etnia a rischio di estinzione. Sarebbe più sicuro metterli sotto tutela, inserire chi legge poesie nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco». Abbiamo ampiamente sottolineato, in precedenti recensioni ai romanzi dello scrittore islandese, questo tema dell’importanza della scrittura per salvare dall’oblio e dalla vera morte ciò che si perde sulla terra. Ma ora, poiché la scrittura di Stefánsson è scrittura di poeta, ogni parola esiste in sé ed evoca una realtà, diviene realtà, e le parole, le descrizioni, sono la storia del romanzo, crediamo che la cosa più giusta sia riportare qualche frase significativa tratta dal libro, magistralmente tradotto, come già Luce d’inverno ed è subito notte, da Silvia Cosimini.

cop I pesciLeggiamo: ««È la risposta di Dio alla morte, quando il Signore non riuscì a salvare l’uomo dalla notte eterna e gli donò invece questa luce particolare, questo fuoco che da allora gli scalda le mani e lo incenerisce, che trasforma i tuguri in una scala per il paradiso, i palazzi in rovine desolate, l’allegria in solitudine. La chiamiamo amore, è l’unica parola che ci è venuta in mente». E più avanti, a proposito di due anziani coniugi che, salvati nell’inverno dal ghiaccio che li aveva imprigionati in casa, moriranno sereni in primavera a pochissima distanza l’uno dall’altra: «un passo e sono spariti entrambi nella neve […] Non era mai successo niente di speciale nelle loro vite, avevano solo lavorato nel pesce e con le pecore, sapevano il nome dei monti lì intorno e di qualche ruscello e capivano dal comportamento degli uccelli se era imminente un calo improvviso della temperatura, per il resto non avevano granché da dire, erano di quelli che si fa presto a dimenticare, ma avevano comunque ottenuto ciò che i più sognano soltanto, essere felici a loro modo per sessant’anni pieni, come si misura la grandezza degli esseri umani?».

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