Pasquale Di Palmo
Da “Bocksten” alla nuova raccolta “Argéman”

Il colore della pietra

Un percorso poetico profuso di impegno etico, quello di Fabio Pusterla, teso a investigare un mondo ormai irriconoscibile, in rovina, con qualche raro barlume di bellezza…

Il percorso poetico di Fabio Pusterla procede in maniera piana, orizzontale, senza conoscere uno sviluppo appariscente, essendo sin da subito orientato a sondare un tipo di poetica cui l’autore rimarrà sostanzialmente fedele negli anni e che annovera ormai diverse raccolte: dall’iniziale Bocksten (1989) fino al recente Argéman (Marcos y Marcos, 2014, pagine 240, euro 16,00). Il termine deriva da una voce dialettale di origine incerta che designa le lingue di neve o di ghiaccio che permangono negli anfratti della montagna. La poesia di Pusterla, infatti, è ricca di paesaggi alpini, di crepacci, di picchi solitari, di sentieri frequentati da stambecchi e camosci che portano in luoghi freddi e inospitali. Non a caso, il poeta di Argéman, ticinese di nascita, vive nella zona di confine tra Svizzera e Lombardia, al cui attraversamento è dedicata una delle liriche più riuscite del libro, la sereniana Posto di frontiera: «In fondo,/ da quanti anni ci vediamo, loro immobili/ nei gesti rituali, nelle formule,/ io con il solito mezzo sorriso sulla faccia/ e l’aria rassegnata/ che aspetto il mio turno allo sbocco/ del tunnel?».

Poesia di frontiera dunque, di passaggio, che presuppone un “prima” e un “dopo” o, più semplicemente, la grazia di un pertugio, quelle «piccole porte dove si affacciano volti e paure, domande che lacerano», come si legge in quarta di copertina. Risulta quanto mai tangibile, nell’economia della raccolta, una sensazione di freddezza, di durezza, di estraneità («Tutto, lì attorno, prende il colore della pietra»), basata su toni autunnali e invernali, che emana dai testi di Pusterla, una sorta di amaro repertorio teso a indagare fatti di cronaca alternati a occasioni più propriamente politiche, ma sempre sul filo del rasoio. «Ma io non urlo, canto senza luce» ammette significativamente lo stesso poeta.

PusterlaSolo a tratti questa ricerca conosce un’accettazione laica degli eventi che trapela, ad esempio, dalla poesia Intorno a un’antica domanda, in cui l’autore, di fronte a una via crucis cancellata dal tempo, si interroga se non sia preferibile restare attoniti, «Tutti uguali di fronte/ al grigiore del nulla», contro «quel segreto che non salva e non promette/ eppure chiede qualcosa». Nel sottofondo permane un senso di disagio, di inquietudine, che si esplica attraverso le numerose domande presenti nel libro, destinate a rimanere senza risposta, o nella tendenza a voler enumerare oggetti e situazioni in maniera pressoché arbitraria – anche se mai casuale –, quasi nel tentativo di stilare un “impossibile” inventario del mondo fenomenico. Il dettato di Pusterla è tuttavia chiaro e comprensibile e le sue argomentazioni, i suoi sillogismi, risultano quanto mai funzionali all’impegno etico profuso dall’autore.

Il nume tutelare di Pusterla è Vittorio Sereni con le sue contaminazioni linguistiche, con quegli effetti di chiaroscuro che sottendono ai suoi testi, soprattutto dopo l’esperienza campale degli Strumenti umani (ma altri nomi si potrebbero fare, tra cui, non ultimi, quelli del compianto Giorgio Orelli e dell’ultimo Montale). E il retaggio sociopolitico di Sereni è quanto mai presente nella poetica di Pusterla, tesa a investigare quella che Auden aveva felicemente definito come Età dell’ansia, un mondo ormai irriconoscibile, in rovina, in cui è possibile ravvisare solo qualche raro barlume di bellezza. Il paesaggio è degradato, i rapporti umani risultano alterati dagli schemi perversi di un onnipresente profitto economico, impera l’offesa gratuita, lo scherno, il disprezzo, come nell’emblematica sequenza intitolata Rappresentazioni del signor nessuno, in cui l’autore ha raccolto una serie di contumelie ricevute durante gli anni nei più svariati contesti, tra cui quello di insegnante.

agguato all'incrocioIn Cocci e frammenti Pusterla ricompone, al pari di un archeologo, scene del nostro mondo senza soluzione di continuità, lacerti di un presente che si afferma e si afferra nelle situazioni più disparate, creando una toponomastica universale che racchiude in sé il concetto stesso di globalizzazione e che rimanda implicitamente al cadavere mummificato di un nostro progenitore, un uomo del XIV secolo affiorato da una torbiera svedese, figura chiave della sua raccolta d’esordio, Bocksten.

A fare da contraltare all’aridità dei paesaggi e dei temi trattati – guerra, corruzione, immigrazione, inquinamento, «lessicale cinismo di stato» – appaiono qua e là figure che incarnano il concetto stesso di “resistenza” come quella dell’Amaranthus palmeri, arbusto che riesce a sopravvivere all’azione dei più nocivi diserbanti, o della libellula che vola «sopra fanghiglie reali e metaforiche». In altre poesie, come nel Giardiniere, che proponiamo integralmente, circola una sorta di empatia per le persone umili, per gli “ultimi”, per coloro che saranno strappati «non solo dall’elenco dei vivi / ma dai nomi della memoria»:

Chino sull’erba, raccogli invecchiato le foglie autunnali
con un rastrello piccolo e un giubbotto
che grida il suo arancione. Canticchi qualcosa.
Per questo non puoi vedere la mia mano
che ti saluta dall’auto. Né, forse,
ricorderai l’antica ragione che muove al saluto
più che fraterno. Eravamo in un prato,
d’estate, e indosso avevamo divise
non ancora ufficiali: tute blu, da lavoro,
mestissime. Tu, quando l’istruttore
fece esplodere il secchio e ridendo sguaiato
disse che questo fa un ventre se è pieno di birra
a colpirlo come si deve, che scoppia e si muore,
tu non applaudivi vociando come la ciurma degli altri.
Piangevi dirotto. E io, nel mio inverno inchiodato,
ti abbracciavo.

Con tali premesse non si può non attribuire a Pusterla un ruolo di primo piano nella lirica di questi decenni, soprattutto sul versante di quella cosiddetta “poesia civile” che, con l’eccezione di Pasolini e Fortini, non ha avuto nel nostro paese grande fortuna, in considerazione del fatto che spesso risultava ammantata da uno strato equivoco di retorica e demagogia. In questo senso risulta esemplare la lettura dell’antologia Le terre emerse, pubblicata nella collana “bianca” di Einaudi nel 2009, che offre uno spaccato quanto mai esauriente dell’esperienza poetica di Pusterla.

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