Anna Camaiti Hostert
Cartolina dall'America

Diritti americani

Diario da un paese a due facce. Mentre la società civile ricorda i tumulti di Watts e dà l'addio a un vero campione di diritti, Julian Bond, in tv impazza Donald Trump con le sue volgarità misogine

Ora l’estate americana è diventata torrida, intervallata da violenti temporali, e per un po’ di tempo soffriremo un caldo umido, davvero eccessivo; proprio come le parole che di questi tempi non sembrano ormai avere più né il senso delle proporzioni né quello del buon gusto. Soprattutto nel campo della politica e dell’informazione.

Come abbiamo ricordato proprio su queste pagine, imperversa un Trump fuori controllo che continua a guidare l’affollato gruppo dei candidati repubblicani. A dispetto delle sue “grandezzate” e delle sue generiche e sbrigative soluzioni a problemi come l’immigrazione illegale, i negoziati con l’Iran e il miglioramento dell’economia. Adesso, però, rincara la dose e se la prende anche con il mondo dei media, quello stesso mondo che ha contribuito a creare il suo personaggio. Gioca il ruolo della vittima e va giù pesante. È di turno Megyn Kelly giornalista di Fox News che, nota per la sua partigianeria al punto da far perdere la pazienza anche a Giobbe, è stata oggetto di battute pesanti e assolutamente inappropriate da parte del magnate americano. Commentando il suo modo di rivolgergli le domande durante il dibattito tra i repubblicani, Trump ha infatti affermato che era prevenuta e molto arrabbiata con lui. «She (Kelly) had blood – ha detto Trump – coming out of her eyes e from her… wherever» con la chiara allusione al fatto che la giornalista era in preda ad una tempesta ormonale dovuta alle sue mestruazioni. Dunque una battuta non solo di pessimo gusto, ma profondamente misogina. Un atteggiamento non nuovo per noi italiani che ci ricorda il Berlusconi «gran riserva»!

E poi ci sono le parole dell’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee che, commentando il negoziato con l’Iran, ha affermato che Obama «conduce il popolo israeliano direttamente alla porta dei forni crematori». Un’altra affermazione fuori luogo, di pessimo gusto, sproporzionata all’evento e fuori contesto. Un paragone che offende il popolo ebraico e la Shoà in generale in quanto non compie alcuna distinzione di sorta, affogando tutto in una notte in cui tutte le vacche sono nere.

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È su queste parole in libertà e di poco spessore che sia CNN sia i maggiori canali americani, da CBS a NBC a ABC, spendono giornate intere, viceversa dedicandone pochissimo alle notizie meno eclatanti, ma più rilevanti sul piano storico e culturale. Una di queste è il cinquantenario dei tumulti nel quartiere nero di  Watts a Los Angeles dall’11 al 17 agosto del 1965. Incendi di grandi proporzioni, saccheggi di negozi e battaglie con la polizia che causarono diverse decine di morti richiesero la presenza di 4000 soldati della Guardia nazionale della California per sedare i tumulti causati dall’arresto di un motociclista nero ubriaco. Molte cose sono cambiate qui negli Stati Uniti da allora, ma non abbastanza se questi fatti si ripetono ancora oggi come ci ricordano i tumulti dell’anno scorso a Ferguson in Missouri. Lo slogan “Black lives matter” di oggi riecheggia quel lontano passato non ancora risolto.

tumulti di WattsA differenza della marcia di Selma in Alabama, tuttavia, i tumulti di Watts non hanno eroi e non segnano passi in avanti rilevanti come in quel caso. Erano gli anni delle lotte per i diritti civili e molti altri tumulti seguirono a quello. Ebbero luogo a New York, a Chicago, a Detroit e in molte altre città americane. Culminarono dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968 e divennero centinaia in tutti gli Stati Uniti. I tumulti di Watts avvenuti dopo che il presidente Johnson aveva promulgato la legge sui diritti civili e la sua «guerra alla povertà» determinarono una reazione dei conservatori che, come si può vedere, continua ancora e avversa ogni riforma di carattere simile. Ma quei tumulti ricoprirono un ruolo fondamentale proprio rispetto ai media. Ce lo ricorda Clarence Page sul Chicago Tribune. «Come giovane studente di giornalismo – scrive il notista afroamericano – mi ricordo i tumulti di Watts proprio per il loro impatto mediatico. A dispetto di quello che si dice dei ‘liberal media’, le newsroom americane in quei giorni  non erano molto diverse sul piano razziale o del gender da quello che si è visto nelle prime stagioni della serie televisiva trasmessa di AMC, Mad Men che racconta le  vicende di un’agenzia pubblicitaria negli anni ‘60. I tumulti di Watts colgono così i media con i pantaloni della diversità calati. Improvvisamente chiamati a riferire e spiegare eventi in una parte della città nella quale erano assolutamente estranei, i direttori e i capiredattori dei giornali e telegiornali  giunsero a una conclusione: forse sarebbe stata una buona idea assumere alcuni reporter e fotografi da poter mandare nel “ghetto” senza essere troppo notati». Cosi furono assunti dei neri tra cui Robert Richardson, allora ventiquattrenne, per fare un reportage dal quartiere di Watts che in seguito gli procurò il premio Pulitzer proprio come giornalista del Los Angeles Times e da cui è stato anche tratto un film Heat Wavetrasmesso nel 1990 dalla TNT (Turner Network Television). Page ricorda che Richardson costituì un modello per lui e per molti studenti afroamericani che si apprestavano a divenire giornalisti. Come afferma Earl Ofari Hutchisnon, scrittore e analista politico: «Cinquanta anni più tardi se ne parla ancora. Watts è in un certo senso il nonno della disobbedienza civile».

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E sempre di ieri è la notizia della morte a 75 anni in Florida di un’icona americana dei diritti civili, chairman della NCAAP (National Association for the Advancement of Colored People): Julian Bond (nella foto accanto al titolo), deputato dello stato della Georgia, uomo di grande cultura e dal carattere mite, allievo di Martin Luther King. Grande lottatore, campione della non violenza e paziente mediatore. Oltre al presidente Obama – che ha definito un privilegio quello di poterlo considerare un amico – al reverendo Al Sharpton e a Jesse Jackson, lo ricorda anche Hutchinson parlando della sua pazienza e della sua tenacia come campione dei diritti civili: «Piango e rendo omaggio a Julian Bond per il suo monumentale contributo alla lotta. Ma lo piango e gli rendo omaggio anche perché è stato l’uomo che mi ha fatto capire e apprezzare umilmente il suo ruolo e quello della sua organizzazione in questa lotta». Bond, a dispetto della sua importanza, era un uomo molto semplice e generoso, girava spesso in metropolitana e non aveva una scorta perché per la strada gli piaceva parlare con la gente.

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