Andrea Carraro
Da Joe Louis a Cassius Clay

Lo sport del dolore

In due libri di Joyce Carole Oates e Gianni Minà rivive l'agonizzante mito della boxe e quell’«infanzia omicida della razza» che lo «spazio mitico» del ring evoca senza ambiguità

«Non mi va tanto di dirlo, ma è così: mi piace molto di più quando arriva il dolore» – confessò una volta il peso medio Frank «the animal» Fletcher in un’intervista. Ecco, in tale spontanea ed estemporanea dichiarazione di un pugile mediamente famoso c’è forse distillato il più profondo senso della boxe, che la rende diversa da tutti gli altri sport, ammesso e non concesso che il termine sport possa semanticamente racchiuderla e definirla. Joyce Carole Oates, grande scrittrice americana e grande esperta di boxe, per esempio, ritiene di no, che la boxe non si possa definire sport, e che certamente sia abusivo chiamarla gioco (come il football, il basket, il tennis ecc.) per via dello spirito autodistruttivo che la caratterizza e del “dialogo con la morte” che instaura ogni pugile quando sale sul ring.

Joyce Carole Oates sulla boxeLo leggiamo nel prezioso volume Sulla boxe (pp.240, 17 Eeuro), appena stampato dall’editore 66thand2nd, che raccoglie i saggi di On boxing (1985), con l’aggiunta del saggio Il piu crudele degli sport e di alcuni ritratti memorabili di campioni: Tyson, Muhammed Alì, Jack Johnson e Joe Louis Vs Max Schmeling. Curiosamente, questo libro esce quasi in concomitanza con Il mio Alì di Gianni Minà (Mondadori Rai Eri, pp. 443, 18 Euro) che raccoglie tutti gli articoli scritti dal giornalista dal 1971 a oggi sul grande campione americano per il Corriere dello Sport, per Repubblica e per la televisione: interviste e cronache degli incontri più significativi e di grandi occasioni pubbliche che lo videro protagonista.

La boxe è certamente uno sport in crisi: su questo punto il giornalista italiano e la scrittrice americana sembrano concordare. Nel libro di Minà il concetto che la boxe sta morendo o è già morta viene ripetuto dall’inizio alla fine in un lamentoso leitmotiv pieno di amarezza e di nostalgia. Una crisi – quella della boxe – che la parabola esistenziale di Cassius Clay sembra incarnare alla perfezione: dai trionfi degli anni ‘60 alle sue battaglie sui “diritti civili” degli afroamericani culminanti col clamoroso rifiuto di partire per il Vietnam, dagli epici match contro Fraizer e Foreman negli anni ‘70 al tardivo ritorno sul ring a 39 anni contro Berbick e Holmes, fino all’insorgenza del morbo di Parkinson probabilmente favorita proprio da quell’improvvido ritorno fuori tempo massimo. La carriera di Cassius Clay, dunque, come punto più alto raggiunto dalla noble art in termini di bellezza del gesto atletico, popolarità, implicazioni storiche e culturali; quasi un meraviglioso, struggente “canto del cigno” che ne anticipa la fine.

gianni minà il mio aliMa la boxe agonizza, ormai da tempo, a causa delle combine, degli arbitraggi discutibili, dei verdetti manipolati o forse proprio perché il suo mito – arcaico,  tragico, virile, crudele, primitivo – si è “appannato” e non riesce più a sintonizzarsi con la nostra civiltà ipercivilizzata e ipertecnologica dove dolore e morte vengono sistematicamente rimossi o comunque anestetizzati? Questa è la questione cruciale attorno alla quale i bellissimi saggi storico-filosofici-antropologici della Oates (ma in fondo anche le appassionate cronache di Minà) sembrano avvitarsi. Forse perché l’umanità oggi vuole dimenticare da dove realmente proviene, quell’«infanzia omicida della razza», che lo «spazio mitico» del ring evoca senza ambiguità. Quello spazio nel quale le leggi delle nazioni non valgono, l’etica civile è temporaneamente cancellata, dove si ha facoltà di uccidere. Quello spazio insomma che è immagine dell’aggressività collettiva dell’essere umano, della sua “storica e perdurante follia”. I pugili sono uomini feriti dentro – per ragioni psicologiche, sociali ecc. – che scaricano la loro rabbia, il loro odio verso il mondo sul ring, disciplinandolo e così sublimandolo. Chi sceglie di fare il pugile è spesso una creatura antisociale e finanche psicotica. Si veda il caso eclatante di Tyson, la cui bruta aggressività, i cui comportamenti criminali, lo portarono nel riformatorio per irrecuperabili di Tryon già a 12 anni e che si salvò, benché solo temporaneamente, dal carcere grazie al fiuto dell’anziano Joe D’Amato, ch’era stato il mitico allenatore di Floyd Patterson e Josè Torres, il quale seppe subito riconoscere il suo straordinario talento pugilistico portandolo a conquistare giovanissimo, ad appena 20 anni, il titolo dei pesi massimi.

Quando la Oates da ragazzina veniva portata dal padre agli incontri di boxe più cruenti, le capitava di chiedergli: «Ma come fanno a sopportare tutto quel dolore?». E il padre provava a tranquillizzarla con una risposta non priva di verità: «Perché i pugili non sentono il dolore come lo sentiamo noi». Jack La Motta per esempio affermava nella sua autobiografia Toro scatenato, da cui Scorsese ha tratto l’omonimo capolavoro, che talvolta faceva di tutto per essere colpito, allo scopo di alleviare il senso di colpa, «in una sorta di baratto dostevskijano – spiega mirabilmente la scrittrice – fra benessere fisico e pace dello spirito». Qualsiasi boxeur ricerca attivamente sul ring ciò che le altre creature di solito rifuggono, e cioè il dolore, la sofferenza, la perdita, l’umiliazione, il caos.

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