Giuliana Vitali
Un libro pubblicato da Edilet

Il teatrino degli ultimi

«Piccoli quadri romani», una raccolta di dieci pezzi teatrali di Paolo Vanacore, racconta il degrado della Capitale visto con gli occhi di un disincantato (e arrabbiato) napoletano

Leggere Piccoli quadri romani (Edilet editore, 131 pagine, 10 euro), nuovo lavoro dell’autore teatrale e scrittore napoletano Paolo Vanacore, è come ritrovarsi tra i personaggi di un film di Monicelli; penso a Parenti serpenti, l’ipocrisia familiare che aleggia tra le mura della casa di Saverio e Trieste e alla foto di rito con l’autoscatto. Il libro è una raccolta di dieci scritti teatrali ambientati nelle borgate romane tra gli anni Settanta e Ottanta; vere e proprie fotografie di vita (ogni testo è infatti accompagnato da un’immagine) dove le donne sono le protagoniste mentre l’uomo occupa uno spazio marginale. I testi sono in lingua romanesca, molto brevi e essenziali ma che esprimono con minuziosità episodi quotidiani di famiglie di periferia.

È proprio dal particolare che Paolo Vanacore riesce a dare una dimensione universale ai fatti raccontati che possono essere contestualizzati in qualsiasi realtà popolare ai margini della società: un portafoglio rubato a casa; l’incontro fra una prostituta e una donna religiosa e bigotta; donne che tradiscono i mariti; monologhi interiori tra le mura di casa di mogli e mariti. Infatti è come se l’autore napoletano raccontasse Roma (sua città d’adozione) attraverso gli occhi della città natìa: il calore, l’animo, l’autocelebrazione insistente della propria identità sono simili. Soprattutto restano vivi ancora negli anni lasciando inevitabilmente un’impronta di grande attualità.

Piccoli quadri romani di Paolo VanacoreL’estetica del disadorno nella scrittura simboleggia infatti la sacralità degli uomini semplici, della vita disprezzata, povera, dell’identità popolare che resta negli anni e non si perde.

L’ispirazione a Pasolini è evidente, il più grande a raccontare con andamento cronistico, poetico il degrado nei quartieri periferici romani e non a caso affascinato da Napoli: «Quella notte a Napoli non sono andato a dormire: ho girato come un pazzo», scrive ne La lunga strada di sabbia (raccolta di reportage realizzati per la rivista Successo nel 1960), fino a girarci il film Decameron: «Ho scelto Napoli contro tutta la stronza Italia neocapitalistica e televisiva: niente babele linguistica, dunque, ma puro parlare napoletano», afferma in un’intervista.

Come le baracche di Pietralata e del Ferrobedò a Monteverde di Pasolini, anche le famiglie numerose nelle storie di Vanacore vivono in appartamenti claustrofobici, arrangiati. Il disordine non è solo negli spazi angusti delle camere, è anche affettivo. I personaggi sono soli, frustrati, annoiati, spesso rassegnati a vivere le giornate che saranno sempre uguali. Le donne sono le detentrici della casa e la loro forza tiene in qualche modo unito il nucleo familiare. Gli uomini, invece, sono i più deboli moralmente e le loro insicurezze si manifestano talvolta con puerile dolcezza altre con la violenza verbale e fisica o ancora con l’autocommiserazione. Fulminante è per esempio il terzo racconto del libro intitolato Asfarto amico, dialoghetto tra Mario (un marito ubriacone abbandonato dalla moglie) e una vecchia signora che lo mette di fronte alle sue responsabilità.

Nel teatro di Vanacore c’è una grande comicità in contrapposizione al dramma che nasce dall’esigenza dei personaggi di sopravvivere in contesti popolari di degrado sociale. Il maestro Eduardo De Filippo è stato tra i massimi esponenti della commedia drammatica (e non solo), mescolando elementi di grande umorismo a quelli tragici consegnando lo spazio scenico all’antieroe, agli esclusi. Ho letto i racconti teatrali di Paolo Vanacore immaginando le donne grosse col grembiule da cucina, gli uomini esili dal volto stanco che recitano sul palco del Teatro San Ferdinando a Napoli; il palazzo settecentesco salvato dallo stesso Eduardo che per la sua ricostruzione spese tutto il danaro guadagnato col lavoro oltre che facendosi prestare soldi dalle banche; perché il teatro, il cinema, l’arte in generale è forse l’unica cosa che può illusoriamente sopperire al non senso della vita.

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