Paolo Ranfagni
L'Unione e il fantasma di grexit

Finale di partita europea

«Le vere trattative cominciano adesso», ha detto Tsipras: ma davvero l'Europa è arrivata agli sgoccioli. Vediamo quali sono le posizioni in campo e quali le possibili soluzioni

«Le vere trattative cominciano ora» ha confessato Alexis Tsipras ai parlamentari della sua maggioranza, dando fuoco alle polveri contro i bersagli grossi del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca centrale europea (Bce). In queste due settimane la Grecia dovrà riuscire nell’impresa di strappare i 7,2 miliardi di euro dell’ultima tranche di aiuti, per poter restituire 1,6 miliardi al Fmi entro il 30 giugno e altri 6,8 miliardi alla Bce tra luglio e agosto. Altrimenti sarà default.

Si era messo nel conto che qualche tavolo dovesse essere rovesciato prima che la Grecia riuscisse a siglare un accordo con l’ex Troika, ma si è andati assai oltre, fino a evocare la catastrofe della bancarotta. Se Tsipras gioca duro, Mario Draghi non è da meno, quando ricorda che «la situazione è drammatica e la palla è indiscutibilmente in campo greco».

La sorte della Grecia è formalmente nelle mani dell’Eurogruppo, che riunisce i 19 paesi dell’euro. Ma alla fine tutto dipenderà da Angela Merkel e da Alexis Tsipras, dalla loro capacità di costruire un accordo. Così Alexis confida in Angela, che sta lavorando con tutte le sue forze alla costruzione dell’accordo, e lascia al ministro delle finanze Varoufakis il ruolo del cattivo, in cui egli riesce veramente a dare il meglio di sé. Nel frattempo Angela si fa aprire la strada dal suo vice Sigmar Gabriel, più colomba che falco, per ammonire il governo ellenico che «Berlino non si farà ricattare» e che «la pazienza dell’Europa sta per finire». Indirizzato a Varoufakis perché Tsipras intenda, Gabriel lancia un vero e proprio ultimatum: «Gli esperti greci della teoria dei giochi stanno giocando d’azzardo, mettendo in pericolo il futuro del loro paese e dell’Europa, ma i lavoratori e le famiglie tedesche non pagheranno per le esagerate promesse elettorali fatte da un governo per metà comunista». Il messaggio è fin troppo chiaro: se Alexis deve fare i conti con il proprio elettorato, è noto a tutti quanto anche Angela dipenda, nelle sue scelte, dai sondaggi di opinione.

Riusciranno Alexis e Angela a escogitare una quadratura del cerchio, che risulti digeribile sia all’ala estrema della sua maggioranza, sia all’opinione pubblica tedesca? Esiste, cioè, la possibilità che le parti si avvicinino «ancora di un miglio», secondo l’auspicio di Draghi, nell’interesse non solo della Grecia ma di tutta l’Eurozona? Difficile dirlo.

Tsipras sostiene di aver già fatto il sacrificio massimo sostenibile, accogliendo un compromesso “molto difficile”, che non consentirà di rispettare importanti impegni assunti con gli elettori, ma che non potrà andare oltre, accettando l’umiliazione che il governo greco sia “trattato da servo” e che altri soggetti decidano quali siano i tagli da effettuare sul bilancio greco. La Grecia, per restituire i prestiti ricevuti, conferma la richiesta di ristrutturare il debito e di non toccare le pensioni. Eppure Tsipras ora dice che le vere trattative non sono neppure cominciate. Il fatto è che, secondo i sondaggi, il 70% dei greci vuole restare nell’euro ad ogni costo. E questo indebolisce non poco il suo potere contrattuale. E poi come si fa a non toccare il sistema pensionistico, senza riuscire a proporre analoghi tagli alternativi, pari a quell’un per cento del pil, che sarebbero assicurati dalla riforma delle pensioni? La proposta attuale della Grecia non va oltre lo 0,4%.

La stessa riforma delle pensioni non si capisce bene cosa sia. Per Tsipras i creditori vorrebbero mettere le mani nel portafoglio dei pensionati greci. Mentre, secondo la Commissione europea, la riforma delle pensioni non colpirebbe le singole pensioni, ma si limiterebbe alla cancellazione dei prepensionamenti e all’innalzamento dell’età pensionabile, in modo da assicurare la sostenibilità del sistema pensionistico greco, che oggi è uno dei più costosi d’Europa. Presentate così, le due posizioni restano inconciliabili, esattamente come all’inizio del confronto.

Eppure Angela crede ancora alla possibilità di un’intesa e chiede a tutti i suoi di mantenere i nervi saldi, senza cadere nelle provocazioni di Varoufakis. Certo il tempo a disposizione sta ormai per scadere e sorge il sospetto che forse quello adoperato finora sia stato sprecato, a causa dell’insistenza davvero eccessiva nel giocare una partita in cui tutti gli attori hanno finito con l’adagiarsi nei comodi ruoli di partenza, anziché predisporsi a quelli meno comodi di arrivo. Così facendo, non si è riusciti a preparare in anticipo le rispettive opinioni pubbliche alla necessità di gestire comunque un onorevole compromesso. Comunque a Bruxelles si confida che Tsipras non voglia portare il suo paese a sbattere, confinato in una situazione catastrofica da cui nessuno potrebbe poi risollevarlo, anche alla luce di quel sondaggio, che la dice lunga sugli orientamenti dei cittadini. Per questo il presidente della Commissione europea Juncker resta convinto che «con maggiori sforzi sulle riforme da parte della Grecia e volontà politica da parte di tutti, una soluzione può ancora essere trovata prima della fine del mese».

Resta il fatto che questo cul-de sac in cui è andata a cacciarsi l’Europa, a prescindere dall’epilogo che prevarrà, impone fin d’ora un ripensamento. L’area euro è una costruzione non completata, come sottolinea Draghi, e perciò si dovrà fare «un salto enorme nel processo d’integrazione». Un salto ancora più grande s’imporrebbe però anche – e soprattutto – per ricominciare a costruire un’Unione degna di questo nome, che non sia soltanto economica e finanziaria, ma politica e solidale, come ci insegna del resto anche la vicenda disgustosa del rimpallo dei migranti di questi giorni.

Anche se il caso della Grecia venisse risolto positivamente, com’è probabile ma tutt’altro che certo, l’Unione che verrà pare destinata a restare un soggetto economico e finanziario, se pur rafforzato. Cosa ne sarà invece di quella grande aspirazione ad avviare un processo politico unitario, che somigli, anche alla lontana, a quegli Stati Uniti d’Europa, di cui gli attuali governanti (di tutti i paesi e di tutti i partiti) sembrano aver perso ormai anche la più vaga cognizione?

L’Unione attuale sarà comunque condannata a restare una bella “incompiuta”, misconosciuta dai cittadini europei e destinata, prima o poi, ad andare a sbattere. E allora sarà davvero troppo tardi.

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