Mario Dal Co
Un romanzo Mondadori

Cercando i padri

«Padri» di Marco Pogliani è un romanzo sulla famiglia che, nelle pieghe della storia, impone al lettore di riflettere su come è cambiata (e perché) questa istituzione

Prima di parlare di Padri di Marco Pogliani (271 pagine, 18,50 euro) devo scusarmi con l’autore, perché non sono un letterato; e con l’editore, perché non sono tempestivo. Ma leggendo il romanzo, come lo chiama l’autore, ho provato uno stupore che cercherò di spiegare. Il perché di questo stupore è presto detto. Il sorriso non manca nella lettura: la scrittura è ironica e vivace, intraducibilmente milanese. Eppure, a un non milanese il romanzo, come lo chiama l’autore, risveglia una prospettiva entro cui si possono rileggere quegli anni, che non tutti i lettori hanno attraversato, anche perché magari erano altrove. Ma non è la rilettura di una storia esteriore, che pure c’è per lo strettissimo necessario: è la rilettura dell’anima della famiglia. La storia, sentita o vissuta su cui si affacciano i passaggi della vita, ineludibilmente sfocia in una nostalgia.

È una famiglia ampia, quella che racconta Pogliani, perché la famiglia erano e sono persone diverse tra loro diversamente legate, e ruotava e forse ruota ancora intorno ad una figura – nel caso Pogliani – quella del padre, di cui per altro, in uno dei  più bei passaggi del romanzo l’autore dice: Mio padre era mia madre. Lei qualcosa di più. Per la madre, il romanzo riserva meno parole, meno spazio, ma sono parole più intense, spazi più segreti e, forse, profondi.

Padri di Marco PoglianiIl romanzo è la ricerca del senso di questi legami diversi, tenuti insieme dalla figura centrale che dà il titolo al romanzo, ma in realtà più ampi e non solo centripeti, come scopre lo stesso autore nel tempo che inevitabilmente dissolve questo centro. Di quella figura centrale c’è uno struggente vivido ricordo, espresso nelle parole che si incatenano, frequentemente, per riportare alla luce un’emozione dalle molte anime, quante sono quelle che la provano:

Se gh’è de mangià? (…) Prima della preghiera. Prima del cibo. Quello sguardo di mio padre era il segno. Di noi.

Eravamo tante cose.

Nella vita.

Nella  crescita.

Nel lavoro.

Nello studio.

Nei sogni.

Nella realtà.

Negli amori.

Negli odi.

Nelle passioni.

Nelle inedie.

Ma anche una sola cosa.

Questa nostalgia mi ha portato allo stupore che dicevo, perché mi ha costretto ad ammettere la necessità di questo confronto con la famiglia, intesa in un senso che mi ricorda abbastanza da vicino quello che aveva un grandissimo personaggio della cultura russa dell’inizio del novecento, che parlava di famiglia come di unità spirituale oltre che affettiva.

In una delle sue ultime lettere alla famiglia, dalle isole Solovki a proposito del nome del nipote che sta per nascere a migliaia di chilometri di distanza, e fingendo che si sarebbe poi chiamato Mik, gli dedica un piccolo poema tra cui spiccano questi versi.

Ahimè in questo tempo tremendo di fame,

Chi potrebbe procurarsi un regalo?

Ho cercato intorno qualcosa da regalare a Mik,

e ho trovato un dono: la grazia.

Vorrei che la quiete di Dio

Ti avvolgesse, bimbo mio.

(Pavel Florenskji, Non dimenticatemi, Mondadori 2000 p. 276).

Forse gli affetti non bastano a spiegare la nostalgia per un’unità che travalica perfino gli alti e i bassi delle emozioni, dei legami, delle parole. C’è uno spirito, a cui vorremmo tornare, uno spirito che aleggia nei ricordi e nel significato che a loro attribuiamo. Pogliani si rivela magistrale in questa ricerca del significato. E forse è così difficile trovare questo significato, perché ci appare solo quando la grazia, quella augurata al nascituro, ci incontra.

Facebooktwitterlinkedin