Filippo La Porta
In memoria di un intellettuale atipico

Storia di un italiano

Ricordo di Giampiero Rubei, animatore del jazz romano: una gioventù di estrema destra e una maturità da cosmopolita delle passioni. Pieno di contraddizioni

Ho conosciuto Giampiero Rubei, uno degli artefici del jazz a Roma, 10 anni fa parlando di Celine (su cui organizzammo insieme una serata al festival di Villa Celimontana), autore maledetto, scandaloso,  populista, terminale, immenso, a volte ripugnante, autolesionista. Irriducibile a ideologie e schieramenti, e che entrambi amavamo (accanto, ma per me decisamente meno, a Drieu La Rochelle). Io venivo dall’estrema sinistra, lui dall’estrema destra. Con il suo amico fraterno, anche lui scomparso da pochissimo, Carlo Carocci – ex segretario della sezione Msi di Monteverde – una volta ci siamo raccontati alcune “battaglie” degli anni ’70 (fu la nostra miniepica!) ricostruite da fronti opposti. E proprio attraverso Celine, ho sentito subito con Giampiero Rubei, pure cosi distante per esperienza e formazione, una segreta affinità, il gusto di essere disorganici, politicamente inaffidabili, inappartenenti. Poi ho imparato a conoscerlo meglio, anche attraverso altre iniziative comuni, quasi tutte sul tema jazz & letteratura (che sviluppo da anni con Marcello Rosa).

Mi appariva quasi una incarnazione dell’“italiano vero”. E cioè: pieno di contraddizioni fino al collo, come tutti noi, ma anche con una sua lietezza nel viverle. Da Julius Evola, di cui raccolse le disposizioni testamentarie, a John Coltrane, dai Campi Hobbit (di cui è stato inventore nel 1977) alla serata da lui dedicata nel luglio 2004 al jazz di Israele. Giampiero Rubei è stato idealista e disincantato, pragmatico e sentimentale, intraprendente e timido, volubile e fedele (agli ideali, alle amicizie…), amante del rischio ma anche del piacere, certo anche fazioso ma abbastanza «uomo di mondo» per capire che ogni fazione dà infine una identità illusoria. In gioventù neonazista con tendenza esoterica però usava l’esoterismo come materia fiabesca. E aveva amato il misticheggiante L’arpa birmana, con quella filosofia buddhista non-violenta, e disprezzato il guerrafondaio e greve Berretti verdi di John Wayne, invece adorato dal giovane Gianfranco Fini. Un italiano vero, pieno di immaginazione, a tratti velleitario, attratto dall’improvvisazione (jazzistica e non), però del terzo millennio. Prezzolini insisteva sul cosmopolitismo degli italiani, così inviso a Gramsci. Ecco, Giampiero Rubei appartiene al mondo. Sua patria è il jazz («linguaggio alternativo del Novecento») e tutto ciò che volta a volta ha amato: le Dolomiti, la metropoli, il mar Baltico, le lunghe camminate…

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