Marco Fiorletta
Riletture postume: Carlo Bernari

Immutabile Italia

In pieno fascismo, Carlo Bernari (con «Tre operai») raccontava un Paese che aveva smesso di credere nel proprio futuro. Era un Paese davvero così diverso da quello di oggi?

«Non irritate l’avversario per eccesso di zelo. Tanto più quindi gli toccava essere cauto con questi che erano ancora dei “compagni” sul punto di perdersi per il trionfo dei nemici, ma ancora “compagni”». No, non sono parole scritte in questo giorni o in questi anni, esse hanno ormai un sapore antico, quasi centenario. Che poi qualcuno le debba leggere e rifletterci su per molto tempo è un altro discorso. La prima frase è di Ottorino Morgari, giornalista, direttore de l’Avanti e segretario del Psi nel 1906-1908 e la cita Teodoro Barrin, giovane operaio in cerca di una sua strada e personaggio principale, insieme con Marco e Anna del romanzo Tre operai di Carlo Bernari (pseudonimo di Carlo Bernard). Bernari, antifascista e partigiano che ebbe anche un passato a l’Unità, meriterebbe un po’ più di attenzione. Chi oggi lo ricorda (e forse non sono molti), lo deve a questo suo romanzo d’esordio pubblicato nel 1934, in piena epoca fascista; ma i più ignorano completamente l’autore e il resto della sua produzione: tra l’altro vinse il Premio Viareggio del 1950 con il romanzo Speranzella. Ma c’è sempre tempo per dedicargli attenzione…

Il giovane Teodoro, portato al lavoro dal padre Luigi in una grande lavanderia di Napoli, si scontra con il genitore che fa capire come egli sia rassegnato e, parlando del figlio e di Marco De Martino, dirà: «Il fatto è che nessuno vuol stare più al suo posto. In quest’epoca maledetta chi ti vuol diventare questo e chi ti vuol diventare quest’altro; e nessuno s’accontenta della sua posizione». Nelle parole di Luigi c’è tutta la rassegnazione che colpisce gli italiani dopo la Prima Guerra mondiale. Nella frase, c’è un’assonanza con le parole di Paolo Pietrangeli nella canzone del 1966 Contessa: «Del resto, mia cara, di che si stupisce? anche l’operaio vuole il figlio dottore e pensi che ambiente che può venir fuori: non c’è più morale, contessa…». La differenza è l’ottica di chi le pronuncia, nel 1966 si è ancora in piena fase di rivendicazione, negli anni ’20 del secolo scorso si faceva fatica a riorganizzare le forze e le idee dopo i disastri umani e materiali della guerra. Anche Anna, stretta tra Teodoro con le sue confuse idee e la sorella Maria più propensa a scendere a patti e a sfruttare le occasioni, è rassegnata al punto da dire: «E poi, noi chi siamo? Che diritto abbiamo di desiderare quello che non ci spetta?».

carlo bernari tre operaiIn questo marasma si muovono i personaggi di Carlo Bernari, un po’ sconfitti in partenza, un po’ alla ricerca di un futuro migliore con le idee confuse e senza una presa di coscienza forte. E così Teodoro e Marco partono alla ricerca di un futuro migliore. E nel loro peregrinare rincontreranno Anna, ex collega nella lavanderia innamorata abbandonata da Teodoro che per un periodo ha vissuto nella stessa casa anche con la sorella di lei, Maria, da cui si sentiva attratto. E così Anna si ritroverà a vivere con Marco e Teodoro.

L’autore ci racconta le traversie dei tre giovani con stile asciutto, privo di qualsiasi ampollosità, senza una parola di troppo e privo della retorica operaistica e/o rivoluzionaria, una presa d’atto di una situazione, in alcune pagine con la freddezza dell’osservatore esterno che non si lascia coinvolgere da ciò che descrive. Talmente diretto che alla fine il libro e l’autore cadono sotto le maglie della censura fascista che vede un pericolo nelle parole di Bernari: «Da una famiglia di operai non può venire fuori che un operaio. E lui (Teodoro ndr) voleva essere qualcosa di più di un semplice operaio perché aveva letto più degli altri e dentro ci aveva una rivoluzione». Ma lo troveranno un futuro migliore?

Il libro che noi abbiamo riletto nell’edizione pubblicata da l’Unità in collaborazione con la Cgil per i 100 anni del sindacato. Edizione speciale su licenza Mondadori arricchita da una nota dell’autore del 1965, è reperibile in diversi formati. Qui c’è – appunto – una ricca e interessante riflessione dove Carlo Bernari rivive la genesi del romanzo intrecciando, e non potrebbe essere altrimenti, la sua vita con quella del manoscritto ritrovato e la sua evoluzione fino alla pubblicazione e all’attenzione che i critici gli hanno riservato nel corso del tempo.

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