Andrea Carraro
Cartolina da Nazzano

Il paradiso nascosto

Basta allontanarsi un poco da Roma per trovare mondi che si pensavano scomparsi. Storia di una giornata passata a riscoprire le meraviglie di un borgo carico di storia

L’appuntamento è all’ecoturismo Tevere–Farfa, nella riserva naturale di Nazzano, prossima al Tevere. Arriviamo che sta annottando e facciamo appena in tempo a intravedere negli ultimi riflessi del crepuscolo la squadrata mole della costruzione, bizzarramente guarnita – dentro e fuori – da una quantità industriale di lattine e bottigliette di plastica, ma anche indumenti appesi sulla facciata come in vetrina e panni multicolori stesi lungo una corda che corre a cinque o sei metri d’altezza. Non lontano c’è uno spiazzo sterrato dove abbiamo parcheggiato la macchina. Quando arriviamo, troviamo lo scrittore fermano Angelo Ferracuti che è arrivato all’ora di pranzo e ha già esplorato i dintorni e familiarizzato con i padroni dell’esercizio: Luigi Scarpati (presidente della cooperativa) e Lucia Rossi (cuoca tuttofare). Ci salutiamo calorosamente e ci mettiamo a visitare i locali interni arredati con suppellettili e oggetti artistici fabbricati in casa.

Rimango a guardare a lungo dei collage di bottigliette di plastica fuse in pezzi di cartone e catrame, numerose cravatte di vari colori appese al muro, lampade dicartone colorato e altra plastica in ossessiva ripetizione. «Perché tutta questa plastica?» chiedo sottovoce ad Angelo, che sorride e non mi dà spiegazioni. Più tardi vengo a sapere dal presidente della cooperativa che non è l’amore per le bottigliette di plastica che ha ispirato questo arredamento, ma l’opposto: nella concezione dei gestori dell’azienda, la plastica viene buttata sconsideratamente nella Riserva da molti inurbani visitatori e loro raccolgono tutto e lo espongono nel casale come monito a non replicare il misfatto. Nel salone c’è una torre di ombrelli colorati e una gigantografia di un vecchio disco di Battiato che rappresenta una candida spiaggia di silicio bruttata proprio nel mezzo dalla solita bottiglietta di minerale. Passiamo deltempo sorseggiando del bianco e poi verso le otto arriva Nata, caro amico e scrittore romano. Si può cominciare a chiacchierare del nostro comune progetto di rappresentazione collettiva del paese attorno a una lunga tavolata dove mangiamo ottimi cibi caserecci.

L’indomani cominciamo la giornata – che si presenta fin dalle prime ore del mattino uggiosa – visitando il paese di Nazzano, il cui poderoso castello (XIII –XIV secolo) domina un’altura che si affaccia su una vasta vallata pianeggiante attraversata da un’ampia ansa del Tevere. Saliamo in gruppo verso il castello, sostando a conversare con gente del borgo e ad ammirare interessanti scorci panoramici sulla piana fluviale. In cima il castello è chiuso, non visitabile: lo sapevamo ma abbiamo voluto comunque raggiungerlo per vedere che effetto fa sostare sotto le alte e possenti mura. Il castello medievale dalle torri cilindriche domina il borgo.

La storia di Nazzano è sempre stata legata al fiume e al porto che vi sorgeva e che permetteva scambi commerciali con Roma. Questo territorio ha origini antichissime (Età del Bronzo), ma le prime notizie sul borgo si hanno a partire all’incirca dall’anno Mille, quando figura come possedimento della vicina Abbazia di Farfa, la quale fu fondata nel VI secolo da S. Lorenzo Siro. I monaci che l’abitavano perseguivano un ideale mistico legato al Vangelo e alla venerazione di Maria. Oggi i luoghi più interessanti da visitare sono il Museo Medievale e la Biblioteca, ricca di codici antichi, ma anche di volumi contemporanei forniti in gran numero dal critico letterario Filippo La Porta che ha una bella casa a due piani proprio di fronte al municipio. Rovistiamo curiosi fra i volumi e troviamo anche libri dedicati al critico. «Ecco, Angelo, guarda dov’è finito il tuo Attenti al cane!» sfotto l’amico Ferracuti, che a sua volta cava da uno scaffale un libro scritto da me, anch’esso con dedica a La Porta, e naturalmente se la ride. Continuiamo a sfotterci l’un l’altro uscendo dalla biblioteca. Ci proponiamo di dare una bella tirata d’orecchie al critico romano che si è liberato dei nostri sudatissimi volumi donandoli alla biblioteca del paese.

Nelle antiche scuderie e nei magazzini del castello sorge oggi il Museo del Fiume dove puoi vedere com’erano le navi che attraversavano il Tevere nell’antichità o osservare da vicino gli insetti, anche minuscoli, che saltano sull’acqua, o riconoscere qualche specie di uccello tipico di questo paesaggio fluviale come il martin pescatore, il germano reale, la folaga, l’airone cinerino ecc. Ma la visita al fiume è programmata per il pomeriggio, adesso passeggiamo, sempre in gruppo, noi tre scrittori con familiari al seguito, per il borgo antico e raggiungiamo un bel palazzo settecentesco, il Palazzo Crostarosa, i cui proprietari, Paolo e Daniella Acquaroni, ingannano il tempo chiacchierando sulla soglia seduti su due seggiole impagliate. L’assessore alla cultura di Nazzano Daniele Di Stefano che si è aggregato al gruppo e che ci fa cortesemente da cicerone – poco più che un ragazzo con un bel casco di capelli neri e due occhi neri scintillanti – ci presenta i due coniugi che si mostrano ben contenti di farci visitare il palazzo e di fornirci qualche informazione su di esso e sulla storia del paese. Lui, Paolo Acquaroni, un corpulento settantenne con una folta barba bianca che ogni tanto si gratta sotto il mento, ci introduce con entusiasmo ai segreti della sua abitazione. «Il palazzo venne costruito da un abate del ‘700 come costruzione difensiva», ci spiega e subito dopo chiama a gran voce una vecchietta che sta uscendo in quel mentre da un palazzotto dirimpettaio, la quale si avvicina e comincia a parlarci dei tempi andati, quando nel paese c’erano ancora i giovani e quando suo marito era vivo e amava lavorare nel piccolo orticello che possedevano dietro la casa. «Eh sì, – ci fa l’anziana donna – adesso nel paese siamo tutti vecchi… Vedete questo spiazzo? Un tempo si ci si radunavano le donne per dire il rosario».

L’ingresso un poco deteriorato del palazzo Crostarosa consta di un grande portale dove corre una scritta in latino che non facciamo in tempo a decifrare e di un balcone barocco. «Avete già visto il castello?» ci chiede Acquaroni invitandoci a seguirlo per le scale ripide. «Beh, allora saprete senz’altro che nasce benedettino, nel 1300 il paese era in mano ai Savelli (una famiglia baronale romana)….. E poi certo saprete che nella piana del Tevere che si stende sotto Nazzano ci abitavano, e si combattevano, prima dell’avvento di Roma, i sabini, i capenati, i latini, i falisci, gli etruschi ecc.». Io faccio sì con il capo perché mi vergogno di mostrare la mia ignoranza all’uomo che nel porre le sue domande ha un tono vagamente inquisitorio: siamo pieni di opuscoli e guide ma non abbiamo ancora letto nulla e pendiamo dalle sue labbra. In cima alla scala ci sono delle grosse bombole d’ossigeno, che mi riportano di colpo alla mente mia madre morta da poco che non poteva più farne a meno negli ultimi tempi.

Il palazzo, ci fa notare Acquaroni, nonostante le dimensioni ragguardevoli, ha poche stanze e molti spazi sprecati com’era d’uso in quei tempi nelle abitazioni patrizie. Il salone è grande e si affaccia su un balcone con una splendida vista sulla vallata del Tevere. Notiamo oggetti di antiquariato e armi antiche (alabarde, pistole, coltelli ecc.) appese al muro. Acquaroni e la moglie ci raccontano, sovrapponendosi nella voce, eventi storici di epoca pre e post napoleonica. Quindi ci accompagnano a visitare le cantine dove scavi fatti negli anni Trenta portarono alla luce una cisterna romana e un sepolcreto capenate. Nelle grotte sui muri di coccio pesto si notano graffiti forse preistorici. «Le infiltrazioni d’acqua sbriciolano l’arenaria della grotta!» ci dice Acquaroni passando la mano sulla parete. In un angolo della grotta notiamo un cane morto, ma non c’è nessuna puzza di carogna. Acquaroni ci consiglia di girare alla larga per non impressionarci.

Nel tardo pomeriggio andiamo a fare un giro sul fiume in un barcone – il Martin Pescatore – che può sfruttare l’energia dei pannelli solari istallati sul tetto. Ma oggi sole non ce n’è e quindi si procede con il motore tradizionale. Mentre avanziamo nella verde distesa del fiume, un giovane della Riserva naturale ci fa da guida, illustrandoci le varie specie di uccelli, pesci e piante che si possono incontrare in questo habitat. L’acqua sembrerebbe sporca e schiumosa, ma la nostra guida ci assicura che all’interno della Riserva non è affatto inquinata e viene periodicamente controllata. Mi metto a fare foto a un gruppo di uccelli acquatici che riposano sulle rive e al paese di Torrita Tiberina (dov’è la tomba di Aldo Moro), che appare alto, arrampicato sulla sponda sinistra del fiume. Fotografo anche alcuni salici che spiovono rigogliosi e malinconici sulle acque verdastre. Il silenzio è assoluto (a parte il rumore del battello), il paesaggio riposante, una pioggerella sottile ha preso a scendere e increspa la superficie piatta delle acque. «Vi rendete conto, un paradiso simile a due passi da Roma!».

L’indomani, prima di andarcene, visitiamo la bella chiesa di San Antimo, paleocristiana, le cui mura esterne sono tristemente imbrattate da scritte nere e rosse. L’interno, a croce latina, ha tre navate spartite da colonne appartenenti a monumenti romani, con mosaici cosmateschi e, sull’abside, affreschi luminosi e colorati: una Madonna con bambino in trono e 4 Apostoli. Prima di partire visitiamo un forno appena fuori del paese. All’interno l’odore del pane è quasi stordente. Lo assaggiamo appena cotto, mentre il proprietario ci fa una vera e propria lectio magistralis sulla preparazione del pane.

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