Danilo Maestosi
Alle Scuderie del Quirinale

A Oriente di Matisse

Roma rende omaggio alla tentazione orientale di Matisse con una grande mostra dove, però, la natura diventa solo uno spazio mentale. Anche quando è costellata di arabeschi

È proprio nell’ultimo quadro, quello con cui si congeda, che la mostra Matisse-Arabesque in cartellone fino al 21 giugno alla Scuderie del Quirinale, ci offre la chiave più ricca per rileggere la sua pittura e misurare l’impatto di quei riferimenti alla decorazione orientale, che sono la bussola, scelta dalla curatrice Ester Coen, per orientare questa rivisitazione. Si intitola I pesci rossi, arriva per l’occasione dal museo Pushkin di Mosca, che conserva molti altri capolavori del maestro francese, portati in Russia da due commercianti, tra i primi a scoprire il suo straordinario talento e costruirci su la loro collezione. È una scena da esterno, probabilmente un angolo di balcone, come lascia intuire la ringhiera in primo piano. Al centro su un tavolo un vaso semipieno d’acqua in cui nuotano quattro pesci rossi. Attorno una larga bordatura marrone, come la terra di un vaso esplosa ad occupare e incorniciare il cuore dell’immagine, da cui sbucano foglie verdi di rampicanti che si piegano verso il basso e si arrampicano verso l’alto impadronendosi dello sfondo, ciuffi di altri fiori rosa e violetti. Sul pelo giallognolo dell’acqua la luce cattura il riflesso di quelle sagome rosse, le trasforma in macchie indistinte, l’inizio di un canto che si prolunga in altre macchie su in alto. Nessun artificio prospettico, la resa dei volumi ridotta all’essenziale, un sovrapporsi di superfici piatte, risolto in una coreografia di colori puri. La natura trasformata in un congegno di ornamenti che costruisce uno spazio mentale riconoscibile eppure spaesante di segni e tonalità cromatiche. Insomma un manifesto esemplare delle intenzioni che guidano la pittura di Henri Matisse.

Il rifiuto delle tecniche imposte dai grandi maestri della tradizione, che l’artista ha metabolizzato e copiato nei suoi primi anni di studio ma vuol lasciarsi alle spalle per creare un nuovo vocabolario di linee, semplificate ma inedite con cui catturare la spazialità delle figure e degli oggetti; l’adozione di una tavolozza svincolata da ogni aderenza al reale perché l’unica verità da seguire – ci spiega nei suoi scritti lo stesso Matisse – è quella che prende vita dallo sguardo di chi dipinge; la volontà di trasferire sul piano della tela la molteplicità di punti di vista , sensazioni, emozioni di chi sta organizzando sulla tela il proprio racconto interiore, unica ricetta che l’autore prenda in prestito al cubismo, che ha visto nascere da una comune fascinazione per le maschere dell’arte africana e la riduzione del mondo in volumi operata da Cezanne, ma mai condiviso; l’abbandono della luminosità en plein air degli impressionisti e degli effetti ottici del divisionismo, che pure in avvio di carriera lo hanno ispirato, per una stesura piatta ma a vortice del colore che amalgama interno ed esterno.

matisse La Gioia di vivereMatisse dipinge i suoi pesci rossi nel 1911. Ha superato i quarant’anni, è già un artista affermato. L’etichetta di fauve, «selvaggio», con cui l’hanno bollato le sue prime apparizioni al Salon, capofila di un gruppo di artisti, come Braque e Derain, che violano i canoni dell’epoca con impasti cromatici violenti e mai visti, è divenuta il sigillo del suo successo. Una fama già consacrata da capolavori come La Gioia di vivere (1905, nella foto accanto), La danza (1909), La musica (1910), che segnano traguardi assoluti nella storia artistica del Primo Novecento, ma non arrestano la sua voglia di sperimentare, cercare altri modi di esprimersi, seguire altri spunti. Come quelli – è la tesi su cui si fonda questa mostra – che nascono dalla scoperta dell’arte orientale nelle sue infinite declinazioni. Dalle semplificazione di forme dell’arte africana, all’inseguimento dell’assoluto e dell’irrappresentabile mistero della creazione attraverso gli intrecci geometrici delle maioliche e dei legni intagliati della cultura araba, alla leggerezza d’impasti della ceramica cinese, alla sensualità dei grandi disegnatori e acquarellisti giapponesi.

Bella e suggestiva l’idea di accompagnare il percorso delle opere di Matisse con un continuo contrappunto di tesori d’artigianato levantino di varie latitudini raccolti in vetrina: piastrelle, vasi, mobili, paraventi, tessuti. Passerelle di arabeschi, ad accettare il termine coniato dai curatori per registrare e riassumere il gusto eclettico e le fascinazioni esotiche che dominano la società occidentale a cavallo fra Ottocento e Novecento, ancora attestata sui privilegi e i pregiudizi del colonialismo. Un campionario da cui è facile capire al confronto quanti siano i riverberi, quanto profonde le impronte che questi gioielli di decorazione lasciano nella pittura di Matisse. Che sicuramente già a fine Ottocento aveva cominciato a collezionarli e a metterli in posa come sfondi, cornici, quinte per ritratti e nature morte nelle sue sedute in studio, come dimostrano le foto del suo ambiente di lavoro sgranate lungo il percorso. E poi ad orchestrarli – la definizione è dello stesso autore- nelle complesse scene a montaggi sovrapposti e alternati dei suoi quadri d’interno.

matisse arabesqueCome in quell’incantevole Coin de table del 1903, esposto a inizio mostra: lo spigolo marrone di una scrivania che taglia in diagonale la tela, costellato da macchie di fiori che sembrano un saggio di ikebana, e incastonato da uno sfondo di altri segni bianchi e blu che evoca una parete di piastrelle moresche. Echi di un viaggio nella Spagna andalusa che apre per Matisse una feconda stagione di contatti ravvicinati e in presa diretta. Decisivi altri viaggi successivi in Algeria, in Marocco e in Germania dove nel 1910 il pittore è tra i visitatori della più grande mostra sull’arte maomettana mai organizzata in Europa. Ne esce con la consapevolezza di aver imboccato la strada giusta: l’Oriente è quel sapore in più, quel caleidoscopio di sintesi, che diverrà il timbro preferito della sua pittura. E una fonte inesauribile di composizioni e ritratti di donne in caffettano e odalische. Alcuni commoventi come la sinfonia di celesti, gialli e verdi di Zorah sulla terrazza (1913, nella foto sotto), altri più manierati, come quegli stereotipati interni marocchini ricostruiti in studio con modelle di addomesticata sensualità che caratterizzano parte della sua produzione negli anni venti e trenta. Capita anche ai grandi maestri di perdere a volte intensità.

matisse Zorah sulla terrazzaE a questo punto con questi evidenti sbalzi di qualità anche la mostra delle Scuderie rischia di perdere il filo. Ma lo ritrova con l’intrigante siparietto, datato 1920, dedicato alla leggendaria messinscena del Canto dell’Usignolo di Stravinskij con le coreografie di Massine, per cui Matisse viene invitato da Diaghilev a creare i costumi. Che spettacolo di lievità e concisione, quelle tuniche di seta che rendono omaggio all’arte della filatura cinese, quella casacche con su stampigliati arabeschi e motivi geometrici dei tessuti africani. Che struggente malinconia da tristi tropici negli spezzoni della rappresentazione riproposti in video.

Ancora più significativo l’epilogo affidato a un campionario di disegni anni 40 in cui Matisse, reinterpretando la lezione dei vedutisti giapponesi, traduce in pura invenzione grafica l’alternarsi di pieni e di vuoti delle fronte di un albero. Un nuovo balzo in avanti verso una sintesi ancora più estrema, il colore puro che si fa segno e si appropria così dello spazio, che guida nell’ultimo decennio Matisse verso la rarefazione assoluta dei suoi ritagli incollati. Colpo d’ala di un giovanissimo vegliardo, capace di volare aldilà della morte e consegnarci alla vertigine dell’infinito.

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