Leone Piccioni
A proposito delle lettere dal fronte

Il nucleo di Ungaretti

Nella raccolta delle lettere scritte dal poeta nel 1917 all'amico editore Mario Puccini, spicca, emblematicamente, quella in cui è descritto il suo stato d'animo dopo «il giorno triste» di Caporetto: tutto sembra morto, senza senso, ma il sole torna a sciogliere la brina e «indiamanta l'erba»...

È uscito presso l’editore Archinto Ungaretti: lettere dal fronte scritte nella guerra del ’14-’18 e inviate a Mario Puccini che era uno scrittore-editore. Queste lettere sono scritte tra il marzo e il dicembre del 1917: «Anno cruciale per le vicende della guerra e culminate a fine ottobre con la ritirata di Caporetto, qui raccontata da Ungaretti in pagine di straodinaria forza emotiva, tutte manoscritte». Così dice il curatore del libro Francesco De Nicola. In molte lettere Ungaretti vede in Mario Puccini non solo l’amico, ma l’ufficiale assegnato al Comando Supremo che potrebbe decidere della sua sorte: egli ha subìto infatti uno sgradito trasferimento dal reggimento nel quale da più di un anno era stato inquadrato e nel quale si trovava bene. L’editore Puccini aveva pubblicato nel 1911 un libro di Massimo Bontempelli e in seguito pubblicheranno presso di lui Giovanni Papini, Luigi Capuana e Federigo Tozzi. Su indicazione di Ungaretti, Puccini pubblicò anche la raccolta di liriche di Enrico Pea dal titolo Montignoso. Pea e Ungaretti erano stati molto amici fin dagli anni di Alessandria d’Egitto dove vissero insieme. Ma di Montignoso pare siano state vendute cinque copie e Puccini allora pretenderebbe un rimborso pecuniario. Ecco la prima breve rottura tra Puccini e Ungaretti.

Già all’inizio della guerra Ungaretti aveva frequentato il corso per divenire ufficiale ma era stato dichiarato inabile al comando. Era stato poi costretto a frequentare un corso, obbligatorio per i soldati che avevano un titolo di studio, per divenire ufficiale. Ma anche qui fu bocciato: «Non mi sentivo atto ad assumere la responsabilità di condurre sessanta uomini e per le peripezie del combattimento anche di più»: desiderava invece rimanere soldato semplice tra i soldati semplici e aveva bisogno di tornare al suo reggimento: ne aveva condiviso le sorti per sedici mesi.
 Ci sono lettere nelle quali Ungaretti appare sempre più depresso: «Sono in uno stato di nevrastenia tremenda, sono due anni che vivo di sforzi di volontà, oggi mi sono trovato in uno stato di pianto convulso che non riuscivo a frenare, e non posso dormire, ho vergogna di me ma sono indebolito al punto che avrei bisogno di una casa di salute».

cop UngarettiIn una lettera del 30 aprile comincia un nuovo filone di richieste per unirsi a militari che sono ricercati – purché sappiano a fondo il francese – per una spedizione in Terra Santa: «Tu sai – scrive a Puccini – che pochi in Italia sanno il francese come me; ho anche titoli universitari, d’altra parte parlo l’arabo, conosco quei luoghi e mi spiego in inglese». Ancora in una lettera dell’11 luglio: «Ho bisogno di tornare al mio reggimento. Ne ho condiviso le sorti per sedici mesi. Vi ho patito e vi ho trovato tanto affetto, dal colonnello al più umile soldato vi ero idolatrato». Ungaretti poi sa che Puccini non è più al Comando Supremo, ma seguita egualmente a raccomandarsi a lui. Nella lettera datata 1° luglio ’17 c’è un duro giudizio su D’Annunzio che fa «le cose plastiche» in ginocchio davanti ai feretri col lembo della bandiera in mano «e non so in quale altro modo dinanzi al fotografo sempre immancabile per quest’uomo che nausea i nostri soldati, e che mentre in ogni casa d’Italia c’è il lutto, mentre qui si è soverchiati da questa tremenda sofferenza che è la guerra, fa il fatuo esteta: ci sono tutti i riguardi e le moine».

E arriviamo alla lettera del novembre ’17, bellissima e che diventa il nucleo, poetico e drammatico di questa raccolta. Siamo nel momento della rotta di Caporetto, ma Ungaretti, diversamente da altri scrittori di guerra, non fa nemmeno il nome del luogo in cui si svolse la disfatta: si limita a dire «dal giorno triste non ho avuto né forza né tempo di scrivere e neppure di pensare»: «Mio caro Puccini, dal giorno triste non ho avuto né forza né tempo di scrivere, e neppure di pensare. Ho seguito dal Nad Logem la mia compagnia che con gli ultimi reparti di copertura ha abbandonato quelle posizioni dove ero arrivato al tempo della conquista con il mio 19 circonfuso di gloria. Ho seguito il pellegrinaggio, stordito, per il Vallone per il San Michele per Sdraussina lungo i cimiteri dove si lasciavano tanti morti che m’erano stati cari in vita, che avevo visto partire schiantati in piena speranza increduli della morte, sebbene docili, poveri compagni lontani. Stordito d’essere ancora, sulla terra, un uomo che sentiva il peso del suo corpo fragile, l’inutilità del suo peso avvilito. Mio Dio che cosa atroce e ossessionante portare così la propria vita viva, sebbene tanto stancata e logorata, quando tutto ci sembra morto; tutto allontanato e noi rimasti non in una Tebaide, ma in uno smarrimento senza senso. Puccini mio, non ho sofferto; sarebbe stata una forza; l’uomo ha la necessità di soffrire come ha quella di respirare l’aria; mi sono sentito senza cuore e senza pensiero, eppure vivo; ma buttato via come una pietra da una violenza bruta. Oggi spero, oggi mi rinasce la speranza, oggi mi rigermoglia la sofferenza, oggi mi sento ancora buono nel sole che scioglie la brina e indiamanta l’erba in questa pianura veneta. Viene la Francia da noi, ho letto; e vorrei chiederti, con la sicurezza di rifare una domanda vana: potrei essere utile?… In qualunque modo – concludeva Ungaretti – farò tutto il mio dovere perché soprattutto quello non deve morire – la patria, la nostra civiltà, e questa trionfi e per questo tutto il mio sangue è pronto a bagnare la buona terra».

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