Paolo Petroni
Un volume pubblicato da Skira

Il sarto della fantasia

Un meraviglioso libro celebra i cinquant'anni della sartoria creata da Umberto Tirelli e Dino Trappetti. Un'avventura da sogno che ha segnato la storia del cinema e dell'immaginario

Quando Umberto Tirelli, nell’estate del 1964, appena finita l’avventura con Visconti de Il gattopardo, decise di mettersi in proprio come sarto teatrale, aveva solo due macchine da cucire e qualche collaboratore. Oggi, che lui non c’è più e di quell’inizio si festeggiano i 50 anni, parliamo di una sartoria che, nel mondo, è un punto di riferimento per chiunque faccia spettacolo, teatro, lirica, cinema, tv e voglia ”Vestire i sogni”, come si intitolava l’autobiografia di Tirelli scritta con Guido Vergani.

Quando Tirelli muore, il 26 dicembre 1990 a 62 anni, l’azienda che portava il suo nome aveva 26 anni, ma era già un nome che significava altissima sartoria teatrale e la cui storia era legata a registi come Luchino Visconti e Luca Ronconi, di costumisti quali Piero Tosi e Pierluigi Pizzi.  A portarne avanti il lavoro è stato il suo compagno d’arte e sogni Dino Trappetti con l’aiuto degli artisti legati alla sartoria e con tutti gli artigiani di altissima qualità e specializzazione che vi lavoravano e ne sono la vera ricchezza. «All’inizio furono momenti duri, ma anche grandi e di meravigliose emozioni come quando, solo quattro anni dopo, Gabriella Pescucci, che aveva lavorato instancabilmente tra Roma e New York, vinse l’Oscar per i costumi de L’età dell’innocenza di Martin Scorsese, primo gande impegno affrontato dalla sartoria nel dopo Tirelli», come ricorda oggi Dino Trappetti. Senza dimenticare l’altro Oscar legato al lavoro della sartoria, nel 1997, andato ad Ann Roth per i costumi de Il paziente inglese di Anthony Minghella. Ma di Oscar ormai ce ne sono tanti, vinti con Danilo Donati, Teodor Pistek, Franca Squarciapino e due dei suoi tre con Milena Canonero, mentre Piero Tosi (nella foto sotto con Luchino Visconti e Silvana Mangano), che è un po’ il nume tutelare della sartoria, l’Oscar lo ha avuto nel 2014 alla carriera.

tosi visconti manganoPer festeggiare i 50 anni di attività, dopo una mostra con i costumi di Tosi all’ultimo Festival di Spoleto e il salone d’onore riservato alle opere realizzate dalla sartoria nella mostra I vestiti dei sogni su cento anni di cinema italiano a Palazzo Braschi (meravigliosa e aperta sino al 22 marzo!), si annuncia una mostra dei costumi «From Tirelli Atelier» al Museum of the moving art di New York  a giugno con l’allestimento di Oscar Dante Ferretti, e esce in questi giorni un grande volume, Tirelli 50 – Il guardaroba dei sogni edito da Skira. Sono 350 pagine ovviamente ricchissime di immagini, ma anche con un bell’apparato di ricostruzione storica di questi cinque decenni di attività, realizzato da Caterina D’Amico, mentre sua sorella Silvia ha incontrato molti costumisti per farsi raccontare e riferire come lavora la sartoria e come lavorava Umberto Tirelli, alla cui figura e vicenda è dedicato l’intervento d’apertura firmato dal terzo dei fratelli D’Amico, Masolino. Mentre Trappetti, in alcune asciutte ma commosse pagine ricostruisce il suo sodalizio con Umberto nato nel 1960 e la prosecuzione dell’avventura senza di lui.

È andato tutto molto bene, «grazie ai costumisti che restano fedeli a una certa sartoria e ne fanno la fortuna – ricorda Trappetti – assieme ai registi di tutto il mondo che tornano e sanno di trovare una qualità cui non abbiamo  mai rinunciato e certe cose solo nella nostra ormai gigantesca collezione di costumi, di veri abiti storici e di abiti creati negli anni». Oggi la crisi si sente anche nella vecchia sartoria di Prati, ma si continua a lavorare con lo spirito che fu di Umberto Tirelli, il quale amava dire: «Tutti i soldi guadagnati li ho sempre reinvestiti qui, nella mia attività, e nel cercare e comprare abiti di ogni genere in anni in cui questo sembrava una vera follia», ma è così che è nata quella immensa collezione conservata nei giganteschi (5mila metri quadri) magazzini di Formello, vera ricchezza della Tirelli, con oltre 15mila abiti e costumi storici originali, legati alla moda di ieri e ieri l’altro, sino ad oggi, e poi i 3590mila costumi realizzati negli anni, che oggi si affittano ai più grandi costumisti e registi di tutti i paesi ed è la vera ricchezza della Tirelli: lì sono gli abiti creati da un’artista come Lila de’ Nobili o quelli di Tosi, perfetti e tutti controllati personalmente da Visconti, con la sua precisione maniacale per i particolari, per le stoffe e i merletti veri, per Ludwig o per Morte a Venezia, per citare due classici, cui si sono aggiunte nel tempo mille altre cose particolari, dalle corazze per i protagonisti di Troy alle tuniche insanguinate per il Cristo di The Passion di Mel Gibson.

Non a caso da molti anni, come accade a Roma coi suoi tempi da città eterna, si favoleggia di un Museo del costume e della moda per cui da parte della Tirelli sarebbe pronta una grande donazione, ma a precise condizioni e garanzie, che per ora non sono mai arrivate, tanto che Trappetti, dopo aver dato vita alla Fondazione Tirelli-Trappetti, pensa lui alla creazione di un grande museo del costume, ma non a Roma. Nel frattempo abiti della sartoria sono esposti al Museè des arts decoratifs del Louvre, e quasi 300 capi sono stati donati alla Galleria del costume di Palazzo Pitti a Firenze, mentre alcuni abiti, che venivano dal guardaroba della regina Elena e della regina Margherita di Savoia, furono lasciati al museo del Costume di Tokyo dallo stesso Tirelli, dopo una mostra in Giappone del 1976.

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