Nicola Fano
In scena all'Astra di Torino

Allegoria Marivaux

Dopo «Il divorzio" di Vittorio Alfieri, Beppe Navello ha scovato un altro classico dimenticato dedicato al conflitto tra ricchezza e morale: “Il Trionfo del Dio Denaro” del grande poeta francese

Secondo voi, se Plutone, il dio del denaro, e Apollo, il dio dell’arte, scendessero sulla terra a corteggiare la medesima ragazza, chi dei due la conquisterebbe? Troppo facile, la risposta. E non solo la ragazza palpiterebbe subito e sempre per Plutone, ma per il munifico dio farebbero il tifo anche la mamma e il papà di lei, e  gli zii, i cugini, i nonni, gli amici, i nemici e quelli che passano per strada: una strage dell’arte! Sennonché, forse avvertendo il peso e la vanità del proprio mestiere, nel 1728 Marivaux scrisse per il teatro proprio questa semplice storia. Ne trasse un’operina lieve, diretta, senza fronzoli nella quale è impossibile cogliere ambiguità: certo di dover combattere contro il costume corrente, il grande poeta teatrale francese prese di petto la questione e la raccontò come fosse un atto d’accusa al pubblico. Accusa in punta di penna, intendiamoci, perché Marivaux non era una rivoluzionario e soprattutto perché poi viveva (concretamente) del favore di quel suo stesso pubblico.

Beppe Navello ha riscontrato qualche evidente legame tra questo testo, fin qui mai rappresentato in Italia, e il Divorzio di Vittorio Alfieri (un magnifico attacco ai cattivi costumi morali degli italiani che egli ha messo in scena nelle passate stagioni) e lo ha tradotto e allestito con la sua giovane compagnia della Fondazione Teatro Piemonte Europa, quasi a completare un dittico sulla caducità dell’arte e delle buone maniere morali. Lo spettacolo, Il Trionfo del Dio Denaro, è in scena all’Astra di Torino fino al 12 febbraio e poi sarà in tournée. Ma volendo averne un assaggio, la nuova traduzione di Navello è appena stata pubblicata in volume dall’editore Lantana (80 pagine, 10 euro).

Trattandosi di un testo (apparentemente) semplice, portatore di un messaggio molto diretto, Navello si è divertito a costruire per la scena i contorni di un’allegoria all’antica: al centro del palcoscenico c’è una pedana tonda, con i fondali dipinti, entro la quale si svolge l’azione mentre un’orchestrina suona e canta dal vivo (le musiche sono di Germano Mazzocchetti) girando attorno attorno alla pedana tonda, come in una giostra per bambini. Insomma, il regista ci ha portato in pieno metateatro. Con qualche rimando allo straniamento brechtiano (e le partiture dotte, popolari e orecchiabili al tempo stesso consentono il parallelo sia con Weill sia con la Rivista anni Cinquanta), Navello e i suoi attori giocano con il loro messaggio, propriamente mettendolo in scena e al tempo stesso indicandone il senso allo spettatore (la recitazione non è mai naturalistica): quasi guidandolo per mano, perché non si corra il rischio (possibilissimo) che qualcuno non trovi normale, se non giusto, che una ragazza avveduta preferisca un uomo volgare e ricco a un uomo povero ancorché ispirato.

Ed ecco, allora, che Navello (complice la brava costumista Augusta Tibaldeschi) ha vestito alla perfezione Plutone: stazzonato e con i pantaloni troppo corti e le tasche sfondate dai troppi soldi. Il talentuoso Alberto Onofrietti, l’attore che lo interpreta, è bravissimo a mescolare volgarità a sicumera: non somiglia a nessuno di oggi (e sarebbe stato facile cogliere bersagli nella cronaca) ma caratterizza alla perfezione il prototipo dell’uomo orrendamente sicuro della propria ricchezza. Primato che del resto tutti gli riconoscono; complice il regista che lo fa scendere da cielo su una nuvola e in cielo lo fa ascendere a fine spettacolo: perché lo sa anche Navello, come tutti noi, che il dio del denaro è considerato molto più dio del dio dell’arte! E che è lui, Plutone, l’unico vero abitante dell’Olimpo, oramai. E nella interpretazione di Onofrietti, che non è – come s’è detto – naturalistica ma propriamente allegorica, evocativa, c’è un po’ la cifra complessiva dello spettacolo.

In ogni modo, Beppe Navello rinnova il felice sortilegio del Divorzio, quando prese in mano un testo «vecchio», apparentemente irrappresentabile e ne fece una magnifica metafora dell’oggi italiano: anche stavolta c’è un’intera compagnia di giovani bravi interpreti a supportarlo (oltre a Onofrietti, Daria Pascal Attolini, Diego Casalis, Riccardo De Leo, Eleni Molos, Stefano Moretti e Camillo Rossi Barattini). In più, qui, c’è l’apporto della musica (ampiamente prevista da Marivaux sotto forma di canzoni e concertati) eseguita da vivo da Cristiana Arcari, Andrea Bianchi, Diego Losero e Andrea Maffolini. Curioso caso che questi classici apparentemente tramontati dall’orizzonte della nostra quotidianità teatrale sappiano ancora dirci così tante cose. Anzi, che sembrino parlare proprio a noi, cittadini del Duemila che viviamo come se non avessimo più un passato in grado di insegnarci la morale.

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