Pier Mario Fasanotti
Regali di Natale

Il caso di Camus

L’unica ragionevole scelta di vita è il compatire senza assolvere, capire senza perdonare: ecco un buon auspicio natalizio. Con la complicità di Albert Camus e dei suo racconto “La caduta”

Ho una vecchia edizione Garzanti (la più recente è quella della Bompiani, 2006). L’autore è Albert Camus, nato nel 19313 in Algeria da coloni francesi e morto nel 1960, dopo aver ottenuto il Premio Nobel tre anni prima. Il titolo è La caduta, una raccolta di racconti che comprende un romanzo breve e grottesco che dà il titolo al libro. L’ambiente è Amsterdam, dove l’io narrante, l’avvocato parigino Clamence, si è trasferito ed ha scelto come “studio” il bar Mexico city. È un monologo sulla condizione umana, che si dipana sulla scia dell’esperienza del protagonista, autodefinitosi “giudice penitente”. La sua esistenza in Francia è stata quella di uomo duplice: da una parte aiuta gli altri, in modo anche esagerato ma soprattutto egoistico («È da trent’anni che penso solo a me stesso»), dall’altra “cade”- di qui il titolo, la chute – nei piaceri più sfrenati, con donne e alcol. Il volto e la maschera si confondono, come del resto accade, con varie gradazioni, a tutte le persone. La sua generosità cordiale pare spesso una presa in giro, un catalogo di cinismo che contiene sia il disprezzo per gli altri, ma anche una sincera e feroce autoanalisi.

la caduta albert camusTra sé e sé, e dinanzi al connazionale con cui parla nell’esilio olandese, ammette che «per essere felici non bisogna occuparsi degli altri». Contraddizione? Sì, quest’uomo è un equilibrista geniale sul filo delle parole e delle emozioni (più queste che sentimenti), che riconosce una sola divinità: il caso. A volte è mellifluo, sfiora l’ambiguità e ciò è segnale di uno smarrimento esistenziale ben nascosto in una delle sue numerose maschere. Rivolto al suo silenzioso ascoltatore, magari passeggiando lungo i canali di Amsterdam tra una leggera nebbiolina e il “gradevole” odore di acqua marcia, continua il racconto di sé: «Caro compatriota, devo umilmente confessarlo. sempre stato pieno di vanità da scoppiare. Sono Io, io, ecco il ritornello della mia cara vita, riecheggiante in tutto quel che dicevo. Non ho mai potuto parlare altro che vantandomi, soprattutto se lo facevo con quella discrezione fragorosa di cui possedevo il segreto. Tanto è vero che sono sempre vissuto libero e potente. Solo, mi sentivo affrancato da tutti per l’ottima ragione che non riconoscevo nessuno come mio pari… mi sono sempre considerato più intelligente di tutti e anche il più sensibile e accorto tiratore scelto, guidatore incomparabile, miglior amante». Con le donne, uguale. Un vincente: «Lei sa che cos’è il fascino: un modo di sentirsi rispondere di sì senza aver fatto chiaramente nessuna domanda… ero in buona fede o quasi… ah così ero io, a quei tempi… lei si meraviglia?… su, non lo neghi,  naturalissimo, con la faccia che mi è venuta. Ahimè! Dopo una certa età, ognuno è responsabile della propria faccia».

Poi la svolta: se prima il legale parigino stava al gioco, da un certo giorno in poi il gioco l’ha rotto. Per esempio, volendo misurare lo scandalo delle proprie parole sul tavolo verde degli intellettuali, «gli atei da caffè», sorpresi e indignati a sentir sempre accennare a Dio. Il gusto della menzogna, talvolta più veritiera della verità. Tutto questo perché? Semplice: «Ancora una volta si trattava di evitare il giudizio». L’avvocato si vuole vendicare e maledice lo spirito umanitario, per sentirsi libero da un «sentimento soffocante». E così, stanco di un abito, ne indossa un altro. Fin quando comincia a sentire, su un ponte della Senna, una risata. E quel verso sfottente lo accompagnerà spesso. Arriva poi la più che disinibita stagione delle donne. È in loro, dice, «che ho trovato rifugio… sa, le donne non condannano seriamente alcuna debolezza: cercano anzi di umiliare e disonorare la nostra forza. Perciò la donna è la ricompensa non del guerriero, ma del criminale… tolto il desiderio, le donne mi annoiavano oltre misura».

albert camusEcco che il protagonista logorroico, a volte malinconico a volte sprezzante e leggero, comunque sempre tranchant dinanzi ai grandi temi dell’esistenza, si avvia a discettare sull’argomento che più gli sta a cuore: il rapporto colpa-innocenza: «Non possiamo affermare l’innocenza di nessuno, mentre possiamo affermare con sicurezza che tutti sono colpevoli. Ogni uomo è la prova del delitto di tutti… Dio non è necessario per creare colpevolezza, né per punire. Bastano i nostri simili, aiutati da noi».  Aggiunge che ci sono sempre ragioni per assassinare un uomo. Oppure per arrendersi credendosi colpevoli. L’esempio del Gesù sulla croce è emblematico. Come non poteva non sentirsi in colpa dopo il massacro, in suo nome, dei bambini – gli innocenti, appunto – della Giudea? Gesù, spiega l’avvocato, continua a pensare a quei bambini «squarciati in due». Gli facevano orrore. L’unto dal Signore era un uomo pieno di tristezza: «Meglio finirla, non difendersi, morire, per non essere più solo e per andare altrove, là dove, forse, qualcuno l’avrebbe sostenuto. Non fu sostenuto, se ne lamentò (“Perché mi hai abbandonato?”) e per compir l’opera, l’hanno censurato».

A questo punto è inevitabile per il lettore accorgesi che questi sono gli stessi temi diversamente distesi nelle pagine dei due suoi capolavori: La peste e Lo straniero. Il protagonista de La caduta si dice favorevole «a ogni teoria che rifiuti l’innocenza dell’uomo e alla prassi che lo tratti da colpevole». No alle sentenze, no alle punizioni, no alle assoluzioni. Vale solo accusarsi, solo così si può azzardare un giudizio. «Il ritratto che mostro ai miei contemporanei diventa uno specchio». L’unica ragionevole scelta di vita, scrive Camus, è il compatire senza assolvere, capire senza perdonare. È l’imperativo della solidarietà quello che serpeggia tra tutte le righe scritte dal narratore francese.

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