Claudio Conti
Quando la politica sfrutta l'ambiente

Un Paese di cemento

La giunta di Roberto Maroni si prepara ad approvare una legge sul consumo di suolo che gioca con le parole e con l'Italia. Di fatto concedendo ai Comuni tre anni di tempo per cementificare a piacere...

In Regione Lombardia si sta approvando in questi giorni un testo di legge sul consumo di suolo che, dopo aver seguito un percorso “carsico”, invisibile e sotterraneo, è stato fatto riemergere improvvisamente dalla maggioranza che ha dettato una agenda dai tempi strettissimi. Beghe politiche locali – si dirà – che non interessano i lettori di Succedeoggi. Senza dubbio; ma il documento (suo malgrado …) contiene elementi che lo rendono paradigmatico di una politica non già orientata seriamente al risanamento e alla prevenzione: bensì al suo contrario. D’altra parte, come contrappeso all’innumerevole serie di alluvioni, frane ecc. degli ultimi decenni sta l’enorme cumulo dei provvedimenti a vario titolo sulla protezione dell’ambiente (leggi nazionali e regionali, Piani di Governo del Territorio ecc.): sicché non è fuori luogo chiedersi di volta in volta cosa non funzioni o non abbia funzionato.

Il testo in questione ha un titolo promettente: «Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e per la riqualificazione del suolo degradato». Tutto bene, se non fosse per la parte conclusiva dell’art.3 che recita: «In ogni caso, gli strumenti comunali di governo del territorio non possono disporre nuove previsioni comportanti ulteriore consumo del suolo sino a che non siano state del tutto attuate le previsioni di espansione e trasformazione vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge». Più oltre (art.5 comma 6): «la presentazione dell’istanza […] dei piani attuativi conformi o in variante connessi alle previsioni di PGT vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge deve intervenire entro 36 mesi da tale ultima data».

Come tradurre in italiano questo testo dalla sintassi faticosa, e pur tuttavia a una prima lettura coerente con gli obiettivi? Esso in sostanza dice agli amministratori locali: avete 3 anni e mezzo di tempo per dare via libera a tutti i progetti di edificazione che fanno parte delle vostre pianificazioni e non sono ancora stati realizzati … Un’opportunità irresistibile, specie in tempi di crisi e di patto di stabilità, considerando l’importanza che gli oneri di urbanizzazione rivestono per le entrate comunali… Una sollecitazione potente ad una ulteriore cementificazione, con un probabile aumento nel numero di costruzioni non portate a termine o inoccupate per mancanza di domanda; nonché nel numero di fallimenti di imprenditori avventurosi o incauti.

Si potrebbe a questo punto obiettare: siamo alle solite, un testo compiacente nei confronti dell’edilizia privata come ce ne sono tanti. Certamente; ma la proposta di legge che la Regione Lombardia finirà senz’altro per approvare, stanti i rapporti di forza all’interno del Consiglio Regionale, contiene alcuni elementi che consentono una riflessione di carattere più generale.

L’art.2 ha come scopo quello di definire un apparato definitorio. E qui insorgono i veri problemi. Innanzitutto si usano due termini: superficie e suolo come apparentemente equivalenti, quando di fatto non lo sono, neppure nelle finalità che rivestono nel testo. Il primo viene impiegato quando sono in gioco quantità misurabili (e valori annessi): si parla infatti di superficie agricola e di superficie urbanizzata. Il secondo entra in funzione in un più astratto contesto ambientalistico: consumo di suolo, bilancio ecologico del suolo. Quest’ultimo sarebbe la differenza tra superficie agricola “trasformata” (leggi: cementificata), e superficie urbanizzata che viene “restituita” all’uso agricolo.

Un piccolo gioco di prestigio consentito dal termine ‘superficie’ per sua natura strettamente bi-dimensionale; mentre lo stesso non è vero per il termine ‘suolo’. È facile cambiare etichetta e destinazione ad una superficie; molto, molto difficile fare lo stesso per una determinata porzione di suolo. Al di sotto di una superficie urbanizzata si può trovare di tutto, come stanno purtroppo a testimoniare lo scandalo del quartiere Santa Giulia a Milano, e delle bonifiche in corso. La strada che occorre, perché un terreno formalmente liberato dalla qualifica “urbanizzato” possa essere effettivamente restituito all’uso agricolo, è lunga, a volte lunghissima e comunque onerosa.

Giocare su questo equivoco significa incrementare la quantità di aree delle quali in ultima analisi non si saprà poi che fare, stanti i costi necessari per una reale riqualificazione; aree destinate ad incrementare gli spazi degradati. Vediamo allora come una diversa terminologia potrebbe evitare ogni ambiguità:

  • suolo: la porzione della superficie terrestre che consiste di humus e roccia disintegrata. Il suo limite inferiore è costituito da strati rocciosi o dal limite inferiore dell’attività biologica;
  • suolo agricolo: l’insieme di corpi naturali sulla superficie terrestre, in siti modificati o anche creati dalla mano dell’uomo con materiale terrestre, contenenti materia vivente che supporta o è in grado di supportare la vita della vegetazione extra moenia. Il suo limite superiore è costituito dall’atmosfera o da acque basse (inferiori a 2.5 mt). Ai suoi margini sono acque profonde o barriere di roccia o di ghiaccio. Il limite inferiore è costituito dal limite inferiore dell’attività biologica, che nella fattispecie coincide di norma con la profondità delle radici delle piante perenni native;
  • suolo antropizzato: la porzione di suolo edificata o radicalmente modificata dall’uomo. In tale modo il carattere originario del suolo è andato perduto, e con esso le proprietà normalmente impiegate per l’identificazione di altro suolo;
  • suolo urbanizzato: la porzione di suolo antropizzato soggetta, o in via di assoggettamento, a trasformazione edilizia;
  • suolo dismesso: la porzione di suolo antropizzato che viene derubricata dalla condizione di suolo urbanizzato, senza tuttavia avere ancora maturato i requisiti di suolo agricolo sopra specificati.

In questo caso pertanto il consumo di suolo si trasforma in un indice più veritiero, vale a dire il rapporto tra suolo antropizzato (comprendente l’urbanizzato ed il dismesso) ed il suolo totale.

* * *

Questioni puramente “filosofiche”, o di semplice terminologia? Vediamo cosa può succedere quando la normativa è “lasca” oppure carente.

consumo di suolo1consumo di suolo2
Ebbene, le due figure qui sopra si riferiscono alla medesima porzione di territorio lombardo: la successione di comuni (da Lentate sul Seveso a Varedo) attraversata dal torrente Seveso prima del suo ingresso, ed interramento, in Milano. A sinistra la connotazione del territorio in funzione delle sue caratteristiche e di ciò che “vi si trova”: edifici residenziali, insediamenti industriali ecc.  A destra il reticolo fognario che gravita attorno al corso d’acqua.

Il Seveso è conosciuto in Europa come “il fiume nero”. Non ci si deve sorprendere. Le due figure assieme mostrano come nel suo tratto terminale, e più importante – in quanto riceve il contributo del suo più cospicuo affluente – esso “affondi” letteralmente in un canyon massicciamente urbanizzato, attraversando un labirinto di scarichi fognari.

Si tratta di una porzione di territorio lombardo urbanizzata in senso stretto per il 65.6%: molto di più del dato relativo all’intero bacino idrografico del torrente in questione (49.1%). Qui ciascun residente ha a disposizione 12 mq di parchi o giardini (pubblici o privati): quanto basta  appena a mantenere la posizione eretta. In definitiva una distesa di cemento senza soluzione di continuità, che ha contribuito ad “uccidere” il fiume, e a compromettere irreversibilmente la qualità della vita dei residenti. Eppure è stato possibile …

* * *

L’altro esempio è di segno soltanto apparentemente diverso.

consumo di suolo3Si riferisce ai 2 comuni di Santa Margherita di Staffora e di Brallo di Pregola. Le aree di frana costituiscono il 43.8% della superficie complessiva: un quadro inquietante… Ciò nonostante, i casi di edilizia residenziale “sparsa” (colore giallo) realizzata all’interno di aree a rischio sono numerosi, ed anche la localizzazione degli aggregati residenziali principali suscita preoccupazione. Certamente una villetta collocata nel cuore di un esteso bosco di latifoglie può essere una prospettiva piacevole, e qualche architetto può rassicurarci dal rischio di smottamenti del terreno suggerendo palificazioni e simili; purtroppo però immagini come quella che segue costituiscono un déjà vu al quale si è ormai fatta l’abitudine nel nostro Paese.

consumo di suolo4Tutto questo insegna pur qualcosa. Innanzitutto: che consumo di suolo e degrado ambientale non sono temi che il legislatore può trattare in via separata, come sta accadendo in Regione Lombardia. La gestione e lo sviluppo di una porzione di territorio richiedono una visione ed un progetto complessivo capace di ricomporre il mosaico degli “agenti”, degli “oggetti” e delle “relazioni” che ivi si trovano e si sviluppano. Da questo progetto devono scaturire le regole su ciò che si può, o non si può fare: indici, soglie, parametri e quant’altro. La Lombardia si caratterizza per un numero di comuni pari a oltre 5 volte quello della Toscana: una frammentazione che richiede di essere ricomposta intelligentemente in vista di interessi superiori a quello del campanile municipale.

Facebooktwitterlinkedin