Stefano Bianchi
Uno dei dischi migliori dell’anno

Le due Neneh Cherry

Con la sua voce di velluto e d’acciao, ritorna dopo 18 anni con “Blank Project” determinata a confermare la sua unicità, sempre in equilibrio tra due estremi

Anche se si eclissano per un po’ dalle scene, certe voci femminili non te le scordi più. Quella di Neneh Cherry, ad esempio. Inferocita ai tempi post-punk nei Rip Rig & Panic (primi anni Ottanta); rap come si deve, in quel gioiello di pezzo intitolato Buffalo Stance (’89); sublime partner del senegalese Youssou N’Dour nella soffice world music di 7 Seconds (’94). Cinquantenne, nata a Stoccolma, figlia del percussionista africano Ahmahdu Jah e della pittrice svedese Monica Karlsson, Neneh indossa con fierezza il cognome del padre adottivo, il trombettista jazz Don Cherry. In carriera, fra gli anni Ottanta e Novanta, ha pubblicato solo 3 album solisti: Raw Like Sushi, Homebrew e Man. Fra quest’ultimo e il nuovo Blank Project (Smalltown Supersound, 14,00 euro) sono trascorsi diciott’anni. Un’eternità. Eppure, nonostante l’assenza, la sua voce di velluto e d’acciaio non ha mai abbandonato la musica: perché lei, che da piccola è stata sulle ginocchia di Miles Davis e ha ricevuto buffetti sulle guance da Allen Ginsberg, ha sempre continuato a dedicarsi alla controcultura. E dove ha vissuto (Stoccolma, New York, Londra) non ha fatto altro che ribadirlo con le sue canzoni e la sua tempra battagliera. Negli ultimi diciott’anni, anteponendo la forza del collettivo alla vulnerabilità della solitudine, ha collaborato coi Gorillaz di Damon Albarn (2005), inciso Laylow e Medicine coi CirKus di suo marito Burt Ford (2006 e 2008), esplorato il free jazz con The Cherry Thing (2012).

blankprojectBlank Project (Progetto in bianco) è il grimaldello di un’artista che si ripropone ancor più unica nel suo genere. Registrato in presa diretta in una chiesa sconsacrata di Woodstock, nello stato di New York, è una pagina nuda da cui ripartire sviscerando parole, cuore, anima. Innervato da una felice alchimìa di poesia beat, elettronica sperimentale (garantita dal duo londinese RocketNumberNine e supervisionata da Kieran Hebden in arte Four Tet) e intriganti melodie vocali, è un disco che mette a frutto l’anticonformismo delle idee con l’ambizione di creare qualcosa di originale. Se la title track è un assalto frontale dalle venature “afro” con Neneh che spara rime senza sosta, Across The Water è poco più di un sussurro “a cappella”.

Da qui in avanti, l’album troverà il proprio equilibrio fra questi due estremi transitando dal percussionismo elettronico di Naked che si stempera in una musica ambientale, all’ipnotico trip hop di Spit Three Times; dalle atmosfere noise di Weightless che rimbalzano contro un canto dalle sfumature soul, al ritmo funky di Cynical che cerca di scrollarsi di dosso una tempesta di parole.

Splendida, inoltre, 422 nel suo evolversi felpato, avvolgente e minimale, mentre Out Of The Black punta all’orecchiabilità intrecciandosi col rhythm & blues. I due estremi riaffiorano in chiusura: con l’incedere martellante di Dossier e il minimalismo vocale di Everything, in bilico fra Laurie Anderson e il più puro approccio free-jazzer. Alla resa dei conti, ritroveremo Blank Project fra i dischi più belli e riusciti di quest’anno.

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