Erminia Pellecchia
Al Maschio Angioino di Napoli

Pittura di formazione

La Fondazione Valenzi rende omaggio a Guido Sacerdoti, medico, scacchista, ma soprattuto pittore di volti e emozioni rapite: «Un interprete, non un cronista»

«Questi cinquanta quadri non sono stati dipinti per essere esposti. I tronchi gli intrecci dei rami, le erbe della campagna ligure, sono i segni di una mappa che mi è stata data nell’infanzia, l’unico paesaggio possibile, le immagini ripetute all’infinito di una identica condizione infantile e di nostalgie impossibili. Ma queste tele sono anche la cronistoria di altri affetti e di altre passioni: di nottate trascorse a dipingere il ritratto di amici e amiche, con la furia di un atto amoroso a gara con il tempo…».  Così si presenta Guido Sacerdoti nella sua prima ed ultima personale del 1976 a “L’incontro. Club d’arte” di Ziccardi al Vomero. Ed è da questi appunti-manifesto che trae il titolo la mostra Guido Sacerdoti. La pittura come vita (Maschio Angioino di Napoli) che la Fondazione Valenzi, nel celebrare il suo quinto compleanno, ha dedicato al medico-pittore, prematuramente scomparso nel 2013 a soli 68 anni. La pittura come vita, un inestricabile rapporto, un’identità bifronte, un Mister Hyde che «indossa camici bianchi, cravatte irreprensibili, palpa fegati, sconnessi, scruta fauci spalancate, ausculta gli echi dei venti che vanno e vengono negli anfratti polmonari, sente il gorgogliare delle acque negli intestini». Pronto, poi, confida lo storico Paolo Macry, a tuffarsi «come un sub nell’amatissima pittura».

Sacerdoti, uomo di molti talenti (perfino atleta e scacchista), tra le figure di spicco della sinistra napoletana, ha l’arte nel dna. Gliel’ha trasmessa la mamma Adele Levi, letterata, pittrice e pianista, l’ha assorbita dallo zio Carlo, l’«unico pittore che amo», ripeteva, un padre spirituale con cui dialogava nell’«incesto» dei colori. La villa dell’autore di Cristo si è fermato ad Eboli, affacciata sul golfo di Alassio e immersa tra ulivi e carrubi, mandorli, eucalipti e fichi d’india, agavi e palme, è il suo romanzo di formazione. Lo ricorda, nel raffinato catalogo di Paparo Edizioni, il cugino Stefano Levi Della Torre: «Imparavamo la pittura come piacere fisico e mentale, come immaginazione di ciò che si vede, che si sente seminudi nel tepore estivo». La formazione, però, è anche politica, le “lezioni” si imbevono di cultura ebraica. E Guido, primo bambino ebreo nato a Napoli dopo la guerra, diventerà, da adulto consapevole, lo strenuo difensore della memoria dell’Olocausto, intrecciando l’attività creativa all’impegno, la militanza, da giovanissimo, nel Pci al gettare, pasolinianamente, il corpo nella lotta.

guido sacerdoti3Scorrere la sequenza dei trenta quadri in mostra, selezionati dalla critica Gaia Salvatori con la supervisione amorevole della moglie di Sacerdoti, Marcella Marmo, è come sfogliare le pagine di un diario intimo. Nel racconto che si snoda da fine anni Cinquanta al 2009 ritroviamo il mito di Alassio nei paesaggi tracciati con pennellate vibranti, coraggiose e materiche, i rosso ruggine, i verdi e gli azzurri che sembrano danzare sulla tela con felicità luminosa e in cui si fondono postimpressionismo cezanniano col neorealismo italiano di matrice leviana. Una sensazione di infinito ci coglie davanti ai dipinti lucani, le masse montuose che cercano il cielo oltre i confini della tela. Ci immergiamo nella forza intellettuale e spirituale di Carlo Levi davanti al dipinto del 1975 realizzato dopo la morte: tronchi spezzati, una metamorfosi in cui l’anima inquieta dello scrittore si assimila alla natura tormentata.

Allo zio, di cui si sente figlio e discepolo, è dedicato anche Paternità, è l’idea che gli ha donato delle tante paternità, non solo fisiche ma soprattutto ideologiche: organico ed inorganico diventano un tutt’uno, squarci palpitanti, straripamenti visionari «si incastrano, osserva la Salvatori, come tasselli musivi tridimensionali, privi di peso e agglomerati da una levità che non è leggerezza». Ed ecco la teoria dei ritratti – il padre Dino, la madre Lelle, la sorella Paola, il fratello Franco, la moglie Marcella, il figlio Carlo, il cugino Stefano, il sociologo Alberto Abruzzese e il critico e giornalista Beniamino Placido – che ci scrutano nel profondo, che ci parlano. «Da Carlo Levi – annota Levi Della Torre – imparammo che il ritratto è meglio non sia da posa ferma, se non per pochi momenti. Meglio che sia piuttosto una conversazione…».

guido sacerdoti2Sacerdoti era un interprete, non un cronista. Macry ne è testimone: «Ricordo i pomeriggi trascorsi a villa Haas, davanti all’intelligenza della sua tavolozza. Guido buttava lì un argomento con ironica vena psicoanalitica. Ma poi non parlava: ascoltava, aggrottava la fronte, acconsentiva, socchiudeva gli occhi, sorrideva. E intanto dipingeva. Voleva capire chi ero in quel momento e, al tempo stesso, afferrare le mie radici. Nel ritratto che mi fece i miei occhi sono evidentemente i miei, ma sono anche inconfondibilmente i suoi». Pittura come energia libera. Alla fine degli anni Novanta Guido inventa la Discoteca affrescata: il Be Out di via Manzoni (lo vediamo nel cortometraggio girato con Nino Ruju) diventa una cattedrale zeppa di murales che fanno il verso ai grandi pittori del passato «con un occhio alla storia dell’arte – dice la Marmo – e uno al naif nel segno forte e immediato». È l’alba, scompare il fumo dei sigari, la musica pop, l’odore dell’acqua ragia, le chiacchiere senza limiti, il dottore con lo zaino si avvia dalla casa del Vomero al Policlinico, dove è primario allergologo. Un altro cortocircuito, l’ennesimo sdoppiamento: anche qui colorerà di allegre filastrocche gli spazi aperti davanti Pediatria.

Chi è Guido Sacerdoti? Chi voleva essere? Cerchiamo di possederlo e di essere posseduti dai suoi autoritratti: il quattordicenne biondo dagli occhi color del mare è sicuro nel suo sogno di cambiare il mondo, l’uomo maturo ha un aspetto malinconico, la vita è un viaggio rischioso, una fuga solitaria in corsa, un’eterna partita a scacchi senza un prima né un dopo. Lo intuiamo da 208 partite di Kasparov (1984), autoritratto indiretto, psichico: nel quotidiano domestico di una cucina irrompe la copertina rossa del libro del grande maestro russo di scacchi. Un monito e una speranza: dare scacco matto alle incerte prospettive politiche e culturali post-moderne con la mossa della libertà, dell’amore e della conoscenza.

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