Andrea Carraro
Ancora su «La mutazione»

Senza vite di scorta

Con il suo nuovo romanzo, Sebastiano Nata compie l'atto finale della sua formazione letteraria. E il suo personaggio ricorrente, il “dipendente” finalmente si rigenera in “uomo”

Qualche tempo fa ero alla presentazione del nuovo libro di Sebastiano Nata alla Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi e ho ascoltato la disamina lucida e empatica dello scrittore Marco Lodoli trovandomi in sintonia con tutto o quasi quello che diceva. Per esempio quando sosteneva che questo romanzo – La mutazione (Barney, cfr la recensione di Pier Mario Fasanotti su Succedeoggi) – è probabilmente il migliore dello scrittore romano-marchigiano, il più concentrato e drammatico, e, aggiungerei, il suo libro della “maturità”.

Chi scrive è un convinto estimatore dell’opera di Nata, fin dai suoi esordi con Il dipendente, uno dei migliori romanzi italiani degli anni Novanta. Ma anche io ho avvertito in quest’ultimo come un passo in più, una urgenza di tirare le somme, di chiudere il cerchio. Una necessità interiore che non ammette diversioni, distrazioni, scorciatoie. La mutazione ha il sapore di una summa dolorosa e condensata di tutta la sua opera. Nata, lo ricordo, ha raccontato nei suoi libri se non sempre la medesima storia, certo lo stesso personaggio di “dipendente”, di manager in carriera, nei vari passaggi della vita, dalla giovinezza alla maturità, costretto nelle maglie di un ingranaggio totalizzante: quello del lavoro aziendale, del profitto, della competizione selvaggia con i colleghi, e, per estensione, del sistema neocapitalistico che lo incoraggia e lo promuove. Con tutti i sentimenti connessi: l’avidità, il cinismo, la volontà di potenza che sconfina nel delirio di onnipotenza, e per contrasto il senso di colpa e i sogni vaghi di un impossibile, utopico riscatto religioso… Ma i sentimenti negativi sono prevalenti, come ha sottolineato Lodoli più volte nel corso della presentazione romana. Nata riesce meglio a raccontare il male – come noi tutti forse, nati nel secolo del “brutto” in arte e comunque, certo, dopo la morte del “bello”.

sebastiano nata la mutazioneQuest’ultimo romanzo breve racconta di un maturo dirigente di una grande multinazionale al top della carriera nel corso di una convention di fine anno con capi e colleghi in un grande, lussuoso albergo internazionale di Miami. Giovanni Breni, questo il suo nome, è vinto da un’angoscia esistenziale profonda e violenta, non vorrebbe più uscire dalla camera e mette in discussione tutta la sua vita, in primis la carriera che l’ha reso disumano, spietato: per esempio quando si occupava dei tagli del personale «come gli ufficiali delle SS»: quanti colleghi ha fatto licenziare per scarso rendimento con la scusa che sennò avrebbero fatto fuori lui! Anche la sua seconda attività di romanziere non lo soddisfa: è roso dall’invidia per gli scrittori di successo, teme di essere uno scrittore della domenica, non riesce a mettere la sordina alla propria febbre competitiva. Ma da dove nasce questa ferale mania di primeggiare, di vincere? Probabilmente da quando, ragazzino, suo padre lo costringeva ad andare alle gare di nuoto anche se lui non se la sentiva e al solo pensiero vomitava e stava male. Ma attribuire tutta la colpa ai genitori, o a chiunque altro, sente che è un gesto vigliacco e ipocrita, un alibi in fondo.

A guardare indietro non vede che macerie: errori su errori, scelte e soluzioni rovinose per sé e per gli altri. La coach, per esempio. L’azienda gli aveva affiancato – secondo una filosofia di importazione americana – una psicologa che aveva il compito di aiutarlo, di farlo stare in pace con se stesso, con l’obiettivo di migliorare le sue prestazioni lavorative. E lei, la coach, non  lesinava complimenti, iniezioni di fiducia. «Cominciano gli incontri. E scopriamo subito le nostre affinità elettive. Pure lei è sempre in giro per l’Europa, pure lei è una provetta nuotatrice, pure lei adora Tolstoj e Santa Teresa D’Avila». Lui si sbottona, le confida ogni cosa, anche di essere romanziere. Vorrebbe raggiungere «un’integrazione delle diverse parti di me, comporre il puzzle». La coach ci va in brodo di giuggiole, gli assicura che lui per tanti sarà una guida. Sulla lavagna dello studio dove si svolgono le sedute scrive a caratteri cubitali in rosso GIOVANNI MONARCA ILLUMINATO. Lui esterna tutte le sue preoccupazioni, anche quell’angoscia recente sull’età, su quei 50 anni che non riesce proprio a digerire, sull’invidia che prova per i colleghi più giovani. E lei continua a spianargli la strada, a illuminargli la via, decantandogli il fascino dell’argento nei capelli e simili: «Chissà che direbbe Alessandra se mi vedesse ora, accucciato sotto la trapunta di questa camera d’albergo, a occhi sbarrati in piena notte, preda dell’ansia».

Al mattino, dopo una nottata in bianco, esce in tuta per prendere una boccata d’aria e s’imbatte in un’altra creatura insonne, solitaria e triste, Viola. I due scambiano poche parole, fumano una sigaretta insieme, si studiano reciprocamente, lui la invita a dormire un po’ nella sua stanza. Lei accetta. E per qualche ora effettivamente riescono a dormire, nei due letti matrimoniali separati, senza sfiorarsi, uniti solo da un afflato ineffabile che riposa nella paura di restare soli. Ma poi l’angoscia torna insieme ai nefasti pensieri e ricordi. Ecco Eva, l’amica perduta, malata, mezza matta, sulla strada del barbonaggio, che viene a trovarlo al lavoro più e più volte chiedendo il suo aiuto e lui le allunga pochi soldi per sgravarsi la coscienza o se ne libera con una scusa qualunque, preoccupato di farsi vedere insieme a lei da qualche collega. Finché un giorno viene a sapere che è morta all’ospedale Santo Spirito, sola al mondo. Oppure ricorda la lunga straziante malattia di suo padre, o ancora il «processo» a cui venne sottoposto nell’off-site di Praga dai colleghi chiamati a giudicare con franchezza il suo rendimento: «Li guardavo in silenzio, con le statue del Ponte Carlo che si contorcevano su se stesse, senza ribattere prendevo appunti sul quaderno che mi pesava in mano nemmeno fosse marmo e infine ringraziavo per la franchezza dimostrata nel feedback…».

Gli balena in mente l’idea del suicidio, riflette anche su modo come realizzarlo, ma non ha abbastanza coraggio per un gesto simile. Riflette ancora su quanto abbia influito l’educazione ricevuta, soprattutto da suo padre che lo considerava un “senza palle”, ma di padri severi ed esigenti è pieno il mondo… Certo, lui ha combattuto contro i suoi demoni,  con i tanti anni di analisi, con gli esercizi spirituali, con i frequenti esami di coscienza, con le letture del Vangelo… Ma è stato tutto inutile. Non c’è riscatto possibile per chi ha scelto quella vita, che smentisce in ogni piega qualunque istanza evangelica. Ormai non può più prendersi in giro su questo.

La fine del libro schiude – attraverso una sequenza di atti folli, provocatori e ribelli – uno spiraglio di speranza nel lettore. Il protagonista, seguendo un impulso improvviso, comincia a dipingersi i pettorali flaccidi davanti allo specchio con il rossetto che Viola ha dimenticato sulla mensola. Poi si imbratta anche la faccia fino a sembrare “un vecchio stregone”. Dopodiché si veste e prepara accuratamente la valigia. Infine caccia un urlo liberatorio e scende nella hall con la camicia sbottonata. Entra nella sala colazione a torso nudo, i colleghi lo guardano increduli, qualcuno gli muove incontro, gli chiede con scarso senso dell’umorismo: «Everything all right?» e lui di rimando libera un altro urlo disumano: «Arriva l’urlo della nostra specie. Sempre lo stesso. Dall’uomo di Neanderthal a me. L’urlo eterno d’assalto e di difesa, di gioia e dolore». Un taxi lo accompagna, forse finalmente mondato, verso l’aeroporto, verso una nuova vita. Nel tragitto si addormenta beato e lo risveglia una dolcissima cantilena in portoghese canticchiata dal tassista. Probabilmente una preghiera.

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