Danilo Maestosi
La mostra alle Scuderie del Quirinale

Santa Frida Kahlo

A Roma apre la grande retrospettiva della pittrice messicana e scoppia definitivamente la "Frida-mania”. Inseguendo il profilo ambiguo di una donna che si fece icona di se stessa

Mezzo secolo prima che Pennac brevettasse la vocazione e le ironiche peripezie da capro espiatorio del suo Malaussene Frida Kahlo (1907-1954), un’artista messicana autodidatta, oggi in alone di leggenda, si era impadronita di quel ruolo come ragione di vita. Offrendo come campo di sacrificio e battaglia il suo stesso corpo, sul quale continuò a scaricare di furia in furia, di dolore in dolore, le sue alterne pulsioni di donna: passione, gelosia, slanci, delusioni, amori, tradimenti. Ma anche le contraddizioni laceranti e selvagge del suo paese macho, avido e generoso, emerso da una rivoluzione che avrebbe dovuto cambiarlo. E le promesse incompiute del comunismo. E le illusioni, i sogni, i balzi in avanti, gli orrori di quella terra di mezzo del Novecento che Frida si trovò ad attraversare. Uno spettacolo da tragedia antica confinato in un volto mutevole da Medea e in un fisico narciso, fragile e corroso da incidenti e malanni, che elesse a specchio privilegiato dei suoi trenta anni scarsi di pittrice: l’ottanta per cento delle opere che ci ha lasciato sono autoritratti, che l’accompagnano passo dopo passo, sguardo dopo sguardo come il ritratto di Dorian Gray verso la decadenza e la morte.

frida kahlo1Difficile in questo groviglio di destini e bizzarri istinti incrociati separare la qualità della sua pittura dalle suggestioni della sua biografia e dall’aura da icona con cui Hollywood e il femminismo l’hanno incoronata. Ci prova la grande mostra in scena fino al 31 agosto alle Scuderie del Quirinale: oltre 160 lavori, la più ampia retrospettiva mai vista in Italia, e già basta a fare evento. È l’intenzione dichiarata della curatrice Helga Prignitz Poda e assecondata da un allestimento scandito in ordine cronologico a condensare le tappe della sua evoluzione dai primi passi dall’apprendistato nel gabinetto del padre fotografo e poi a contatto con alcuni autori nella scuola messicana della pittura en plein air fino alla sua piena maturità, raggiunta al fianco e con guida di Diego Rivera, compagno e marito. Passando per le esperienze in America degli anni Trenta, alle seduzioni del surrealismo di André Breton, alle pratiche psicoanalitiche con cui cercò negli ultimi anni di alleviare dolori fisici e tormenti esistenziali e soffocare amarezza e rimpianti per il divorzio da Diego Rivera, che dopo un ventennio di alti e bassi, tradimenti reciproci e riconciliazioni l’aveva alla fine lasciata.

Scelte motivate e fin troppo ortodosse, anche se smentite dalla reiterata irruzione di gustosi siparietti anedottici: un filmato d’epoca con Trotzky, che Frida ospitò nel suo esilo in Messico, e con cui ebbe una relazione, un altro filmato a colori che ritrae la pittrice quarantenne mentre accarezza devota e ricambiata il suo Diego, un paio di pareti di foto scattate da due dei tanti maestri della camera oscura che, a partire da Tina Modotti, facevano a gara a ritrarla, folgorati dal suo appeal misterioso e severo, dalla sfida di quelle sopracciglia ad arco sempre increspate, dal controcanto di quella peluria sopra le labbra che stranamente sembra assecondarne la sensualità.

Inutile, si ritorna sempre all’icona, al fotoromanzo, al pettegolezzo da film, assecondati del resto da un copione che la stessa Frida Kahlo aveva sovrapposto come una maschera al suo vero volto. Presentandosi con altre vesti, come in molti dei suoi autoritratti, attrazione principale di questa mostra. A volte con il viso incorniciato di merletti come una santa o una matrona dei Conquistadores. A volte immersa in una giungla di idoli arcaici e di foglie come una regina india. A volte con ai piedi un cagnolino come una dama del Rinascimento. O circondata da scimmie, come nel quadro che scherzosamente dedicò agli allievi che seguivano i suoi corsi, quando a fine carriera ottenne la sicurezza di una cattedra all’accademia. Facendosi velo con orpelli e cimeli, ma senza mai rinunciare ad inseguire la sua verità. La verità che la fa martire come quella ricorrente evocazione del faccione di Diego Rivera, mentore e amante per sempre nonostante tutto, che incastona sulla sua fronte come un terzo occhio. Come quella colonna vertebrale incrinata da un incidente a soli 17 anni , che le avvelena di sofferenze la vita, cui dedica in un altro autoritratto un abito fatto di spine come la corona del Cristo.

frida kahlo2Ma per Frida Kahlo il personale è sempre anche politico: la mostra esibisce – è forse il reperto più emozionante – un busto di gesso che la pittrice indossava spesso, per alleviare lo sforzo di reggersi in piedi. Sul corpetto lei stessa ha dipinto due immagini. La prima è una falce e martello: la sua fede nella rivoluzione e nel comunismo che sopravvive allo stalinismo, all’uccisione di Trotzky, alla deriva borghese che in Messico ha annacquato le parole d’ordine di Zapata e di Pancho Villa. La seconda è l’immagine di un feto: forse un rimpianto per la maternità che le sue ferite le hanno negato, più probabilmente un modo per allontanare da se il ricordo di un aborto negli anni trascorsi a New York.

Tutta l’arte di Frida Kahlo è fondata sul senso della perdita, come nota acutamente in catalogo Achille Bonito Oliva. Una perdita che produce sdoppiamento e camuffamenti in cifra barocca di un vuoto colmato da infiniti campionari di oggetti, rimandi visivi, fughe negli archetipi del suo immaginario messicano o nelle agnizioni profetiche dei sogni. A volte capolavori di rata intensità, a volte solo assemblaggi enfatici. Dal sublime alla caduta. Ma una donna come lei non si lascia mai amare a metà.

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