Andrea Carraro
Un saggio pubblicato da Fazi

Medaglioni poetici

Filippo La Porta ha analizzato la poesia fondamentale per la sua vita in un libro fatto di piccoli ma perfetti ritratti dei grandi, da Dante a oggi. Quasi un'educazione sentimentale in versi

Un critico recentemente ha suggerito di informare sempre chi legge se l’autore che stai recensendo è un tuo amico, così che ci si possa regolare sull’attendibilità del tuo giudizio. Bene, è quello che farò, parlando di Poesia come esperienza di Filippo La Porta (Fazi editore, 228 pagine, 16 euro): Filippo e io siamo amici da almeno un ventennio. Oh, bene, dopo questo atto dovuto passo senz’altro a parlare del libro, che racconta la poesia italiana (da Dante a Zanzotto, passando per Petrarca, Ariosto, Tasso ecc.) e straniera (ma solo dall’Ottocento a oggi) in una trentina di efficaci medaglioni. Si tratta, io credo, di un saggio utile come vademecum alla lettura della poesia, accessibile a un vasto pubblico e mai banalizzante.

Il format di poche pagine per ciascun poeta preso in esame è quello più congeniale a La Porta perché mette in risalto la sua straordinaria capacità di sintesi e di concentrazione (sintattica e di pensiero): mi è già capitato di notarlo più volte nei suoi ormai numerosi libri di critica letteraria, sulla narrativa italiana principalmente, che è il suo tema privilegiato. Un altro motivo per cui mi ha convinto questo libro è che il critico si mette in gioco: racconta che cosa ha significato nella sua vita quel tale poeta, quei tali versi, in che occasione li ha letti per la prima volta e come hanno modificato, arricchito, o magari invece inquinato (vedi D’Annunzio), il suo sguardo sul mondo e sulla realtà. Una “critica della vita”, dunque?,  di cui tanto si parla negli ultimi tempi? Sì, ma non solo. In realtà questo saggio di La Porta, come spiega benissimo lui stesso nell’introduzione, è molte cose insieme: «Questo libro non è un’antologia scolastica – scrive il critico – né un’introduzione ai classici e al linguaggio della poesia, né un’autobiografia intellettuale, né il resoconto di un’educazione sentimentale e letteraria. Anche se in un certo senso sfiora tutte queste cose».

alfonso berardinelliA me ha ricordato La letteratura italiana di Enzo Siciliano in tre volumi rilegati, pubblicata molti anni fa. In che cosa le due opere si somigliano? Nella condivisa capacità “ritrattistica”, nel linguaggio semplice, mai accademico, capace di cogliere il senso di un percorso artistico, intellettuale, ma anche umano, psicologico. Però Siciliano non viene mai citato nel libro. I numi tutelari di questo originale percorso sono, oltre ai classici (De Santis, Croce ecc.) e all’ipercitato Berardinelli (nella foto), Fortini, Ferroni, Ficara, Manacorda, Pampaloni, Merola, Manica, Macchia ecc…

È difficile rendere conto in modo sistematico ed esaustivo di tutti i poeti analizzati. Proverò ad affidarmi dunque alle impressioni che si sono fissate nella memoria a lettura ultimata. Una delle prime cose che mi hanno colpito è la definizione generale della poesia nel finale dell’introduzione, come un “manufatto”, ma anche per estensione un “modo di essere”, che non deve rispondere a nessuna utilità, al contrario di quanto qualcuno sosteneva negli anni Settanta «quando si scoprì ingenuamente la Poesia perché fare la Rivoluzione ci appariva troppo difficile…». Ora, non solo evidentemente negli anni Settanta si è voluto assegnare degli obiettivi politici, sociali ecc. alla Poesia. Ma la vera poesia non si lascia tirare per la giacchetta da niente e da nessuno, si potrebbe dire. Il suo «sguardo sulle cose, straniante, analogico, diverso dall’ordinario, emotivamente riflessivo» non si sottomette a nessuno scopo utilitaristico.

Dante AlighieriUn’altra cosa che mette subito in chiaro il critico – prendendo così una precisa posizione teorica, epistemologica – e che la poesia non deve essere completamente sganciata dal “significato” come si è creduto in alcune epoche: per esempio nel trionfo del simbolismo o, più recentemente, della neoavanguardia. Poi mi ricorderò un passaggio assai bello del libro nel quale La Porta racconta l’episodio di un amico ciclotimico, incline alla depressione serale, che miracolosamente riacquistava il sorriso e l’interesse a comunicare se lui gli leggeva certi versi di Eliot. Poi mi ricorderò un’osservazione apparentemente marginale che riguarda l’imbarazzo del poeta davanti ai dannati privati della vista in questo famoso passo del Purgatorio dantesco: «A me pareva, andando, fare oltraggio, /veggendo altrui, non essendo veduto: /per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio». Filippo La Porta qui chiarisce il “rimorso” che attanaglia Dante, il senso di “oltraggio”, umanissimo, di poter vedere qualcuno che non può vedere lui: «Si tratta di un modo non moralistico di fondare la morale». Questa riflessione permette al critico di allargare il compasso fino ad abbracciare il Diario di Albert Camus in America Latina: il grande francese si rifiuta di visitare le favelas in quanto sente come un oltraggio spiare quella miseria e disperazione senza poterla condividere. Un sentimento che anche anch’io ho provato molte volte, quando mi è capitato di bazzicare periferie degradate e in generale luoghi segnati dalla disperazione, luoghi “dannati” insomma.

Ma tratterrò anche, di questo libro, la “rivelazione” di Petrarca al liceo quando il critico sente sbocciare l’amore per una compagna sotto l’influsso di qualche verso petrarchesco, illuminando con precisione e dono di sintesi le differenze fra Dante (anti-italiano) e Petrarca («cultore della forma e del verso», dunque “italianissimo”) anche per qual che riguarda l’ideale femminile (Beatrice e Laura). Tratterrò l’idea di un Ariosto femminista ante-litteram e quell’impaccio nell’amore di Ruggiero imprigionato nell’armatura. E ancora: lo splendido medaglione su Leopardi, filosofo-poeta della finitudine, con l’ardito, ma tutt’altro che peregrino, parallelo con il Sisifo di Camus, per quel condiviso “eroismo umile” nell’accettare la condizione umana che può essere “salvata” solo dalla bellezza e dall’arte. E poi c’è il Belli con il suo «realismo disincantato», il suo «monumento alla plebe», il «sentimento della caducità» ma anche l’amore per la vita (il vino, il cibo, la carne…).  Oppure quel Montale “esistenzialista” che La Porta ammette con candore di non aver mai capito fino in fondo. E come non ricordare le ispirate pagine su Penna, su Campana (filtrato da Carmelo Bene), sul dialettale Albino Pierro?

brechtL’ultima sezione del libro è dedicata ad alcuni poeti stranieri che il critico ritiene i più significativi fra 800 e 900 per la propria formazione: da Baudelaire a Rimbaud, da Eliot a Pound, da Machado a Brecht, dalla “poesia da camera” di Kavafis a Hikmet fino alla Szymborska soffermandosi a lungo su questa meravigliosa terzina della poetessa polacca: «Non c’è vita/ che almeno per un attimo/ non sia stata immortale». Vorrei concludere con un rammarico affatto personale: da un critico così umilmente “vicino” al lettore non specialistico, da un critico così sistematicamente antiaccademico e così libero dai condizionamenti (steccati) ideologici e culturali, ci si sarebbe aspettato anche una qualche attenzione a figure di poeti non “istituzionali” e di grande impatto popolare, come quelle di alcuni cantautori e rocker, che certo hanno influito, con le loro canzoni, sul nostro immaginario poetico: penso a Lennon, a Lou Reed, a Bob Dylan, a De André ecc. Ecco, io un paragrafo, magari quello finale, l’avrei dedicato a queste figure di poeti “impuri” per così dire, con il medesimo spirito con quale nel suo esordio La nuova narrativa italiana aveva analizzato la figura di un regista come Nanni Moretti.

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