Ilaria Palomba
Uno scrittore al cinema/2

Lo stereotipo Virzì

«Il capitale umano» è un film che non lascia indifferenti: affonda il coltello in una realtà terribile. Ma alla fine l'impressione è che il regista per parlare a tutti dimentichi la complessità delle cose. E dei personaggi

Il capitale umano è un film che non lascia indifferenti. Non nego che sul finale mi sia commossa e non nego di averne apprezzato l’asprezza, non consolatoria. Roberto Escobar su L’Espresso scrive che ora la commedia è finita. Alessandro Boschi qui su Succedeoggi conferma che questo sia per Virzì il film della maturità. Ma è davvero finita la commedia? O non si ha forse l’impressione che si voglia fare dell’ironia a tutti costi, anche di una storia così tragica, rendendo i personaggi macchiette appunto da commediola italiana ormai già abbastanza abusata?

Ho sempre seguito Virzì con interesse da Ovosodo a Caterina va in città, da Tutta la vita davanti a Tutti i santi giorni. Non c’è nulla da fare, lui affronta temi che mi sono cari, coinvolgono e confermano. Ogni artista ha il suo cruccio, la sua ossessione ed è bene che su quella lavori. A me sembra che nell’esperienza cinematografica di Virzì, il tema ricorrente sia l’inappartenenza. C’è spesso (in Caterina va in città, in Ovosodo, in Tutta la vita davanti e anche nel Capitale umano), un personaggio o una famiglia che appartiene a quella medietà che non è né carne né pesce, né ricca né povera, né alternativa né aristocratica e che per questo si trova in mezzo a questi universi-mondo della contemporaneità, cercando di riconoscersi in qualcuno di essi, ma ritrovandosi poi sempre di fatto outsider. Fin qui ci vedo un’onestà intellettuale profonda. Il fattore emozionale viene smosso e qualcosa nello spettatore indubbiamente accade.

Ciò che non condivido in Virzì è la descrizione degli universi-mondo contemporanei. È come se volesse tagliare la realtà con l’accetta. Sono realtà da manuale, personaggi schematici, che risultano poi in fondo stereotipati. Gli alternativi borghesi di Ovosodo e Caterina va in città, l’esaltazione maniacale degli ambienti lavorativi di Tutta la vita davanti, così come l’ingenuità troppo calcata di Carla, e la superficialità da manuale della psicologa Roberta nel Capitale umano. È come se volesse dirci: ecco, ti mostro come funziona là fuori. Come può non raccogliere consensi? Siamo tutti d’accordo, funziona così. Forse è troppo un funziona-così. Gli stereotipi non si creano certo per supposizione teorica: sono il prodotto di quel che Heidegger definiva il regno dell’innanzitutto e per lo più. C’è da chiedersi se sia una scelta consapevole e se abbia a che fare con l’approvazione di massa. Se sia poi davvero così difficile oggi in Italia andare oltre la ciclica riconferma di ruoli che si danno per scontato, o se invece lo stereotipo non sia connaturato con la realtà intrinseca del nostro paese. Se siano i modelli introiettati o quelli esterni a favorirne la gestazione.

Quel che si sente nel Capitale umano è un potenziale, un potenziale fortissimo che ha a che fare con il dire la verità, nuda e cruda, senza alleviare il tutto con buonismi da commedia. Quel che innervosisce in Virzì è questa sorta di esemplificazione degli ambienti contemporanei. Se anche fossero così stereotipati nella realtà, credo che l’arte abbia il dovere di restituire al reale un valore aggiunto, scoprire quelle tonalità proprie a ogni essere umano, che ne facciano un essere umano, e non una macchietta sempre uguale a se stessa. Questo fa rabbia proprio perché Virzì tocca temi forti e arriva diretto, tocca qualcosa di profondo, quindi ci si domanda il motivo per cui questa potenza che c’è nella sua opera debba poi essere tenuta a freno.

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