Succedeoggi
Lettera dall'Iran

La vodka di Teheran

Alcol, canne, cocaina, gay party e ragazze sugli sci senza velo. Cronaca dalle contraddizioni di un regime che reprime solo quando non riesce a nascondere

Strisce di coca si susseguono sul tavolino nero, il sapore dell’arak fatto in casa punge la lingua, è notte fonda ormai e la musica house riempie la grande villa sotto i monti Elbruz. Io sono sdraiato sul letto, di fronte a me un venticinquenne, camicia nera aperta fino al quarto bottone, glabro e dal bel volto. È il padrone di casa. La festa va avanti ormai da ore, ci sono molte ragazze, ma è un gay party. Una festa lgbt in un Paese dove c’è la pena di morte per gli omossessuali. L’alcool scorre a fiumi, l’aria sa di marijuana appena colta e seccata dalle piantine del giardino, sui tavolini tracce della cocaina sniffata e strisce pronte per chi lo desidera.

Le ragazze sono estremamente curate, sanno di élite culturale ed economica. I ragazzi sono molti belli, sono tutti sciiti, tranne pochissimi zoroastriani. L’ambiente attorno a me è molto elegante, ogni singolo oggetto di design è stato scelto con cura. È la Teheran che conta, che pecca sotto gli occhi fintamente distratti degli Ayatollah. È la Persia che vive con fierezza la propria libertà nonostante gli occhi attenti degli Ayatollah. Il governo sa, ma tollera per non far esplodere la situazione, purché non si sappia in giro e purché non si creino problemi politici. Se questa linea di confine viene superata, si aprono le porte del carcere e forse di qualcosa di molto peggio. Nella sala accanto si balla, si parla, ogni tanto ci si bacia. In una terza stanza, nascosta ai più, due ragazzi fanno sesso. Solo chi sfiora la porta intuisce quello che accade dentro.

I miei amici vanno via, io decido di rimanere. Il tempo passa, verso le cinque collasso su un divano e mi risveglio che sono già le dieci e mezza del mattino. Accanto a me tre ragazzi seminudi ancora dormono in un grande letto matrimoniale. Decido che è il caso di tornare a casa dei miei amici iraniani che mi ospitano e che quel giorno hanno deciso di andare a sciare.

giovani teheran sciVerso mezzogiorno siamo sulle gobbette di una pista nera, tutto intorno a noi chilometri di neve, montagne e deserto. Sulle piste i ragazzi si divertono, le donne indossano solamente un cappellino. Da lontano si sente la musica sparata a tutto volume dai rifugi, dove le ragazze prendono il sole senza velo come se si fossero dimenticate della legge. La polizia non si è dimenticata di loro, ma a volte, seguendo logiche tutte sue, decide di non vedere. Mi commuovo nell’annotare tanta normalità a suo modo rivoluzionaria, tanta vitalità che nasce dalla depressione di chi decide di vivere nonostante tutto.

La sera prendo la metropolitana per andare dai ricchi quartieri di Teheran nord verso il centro storico: davanti a me sfilano volti nascosti dietro lunghissimi chador neri e ragazze che indossano foulard coloratissimi che lasciano metà dei capelli al vento e che in un secondo, appena l’occasione si presenta, possono diventare semplici sciarpette. Le contraddizioni del Paese, la sua complessità è percepibile in un semplice viaggio nelle modernissima metro delle capitale. La si può prendere per arrivare velocemente da qualche parte ed evitare il traffico o semplicemente per capire l’Iran.

Qualche giorno dopo suoniamo alla porta di un palazzo che trasuda benessere e buongusto, la musica è talmente forte che si può sentire fin dalla strada. Ci apre una ragazza con in mano un bicchiere di vino rosso. Ci racconta che qualche volta la polizia è entrata e ha arrestato tutti, ma poi le cose si sono sistemate. Ci offre del vino e una canna. Ci saranno una quarantina di persone, ragazzi e ragazze di tutte le età, solo alcuni sono gay. La casa è davvero spettacolare, quasi toglie il fiato. Nell’ultima stanza le solite strisce di cocaina aspettano di essere sniffate. Ogni persona presente ha una sua storia, e ci parleresti per ore. Dentro la mia testa penso che sia il milione di nomadi che vive tra le montagne lottando per mantenere la propria cultura contro chi li vuole stabilizzare sia le classi meno abbienti, che – malgrado in Iran non siano poi così povere e abbiano un buono stato sociale – lottano per il loro benessere economico,  non siano poi così diversi dai ragazzi ricchi di Teheran nord: entrambi voglio semplicemente il diritto alla felicità.

Dopo qualche ora decidiamo di tornare a casa, un’amica delle persone che mi ospitano ci dà un passaggio con il suo enorme fuoristrada. Mentre guida, al mio amico suona il cellulare, risponde e gli dicono che la ragazza che guida ha dimenticato il telefono alla festa. Lei ci dice che non è possibile, fruga con la mano sotto il sedile per cercarlo e tira fuori per sbaglio una grossa bottiglia di vodka. Ci guarda sorridendo e sussurra: scusate ragazzi, questo è l’Iran.

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