Loretto Rafanelli
“Lo stadio di Nemea” di Giancarlo Pontiggia

Sull’esser poeta

Grande conoscitore e divulgatore della cultura classica oltreché poeta lui stesso, l'autore dedica una preziosa riflessione ai nodi teorici cruciali che sono alla base del dire poetico: un esercizio che sgomenta, rasserena, alimenta tutto...

La riflessione sulle tante questioni che attengono la poesia pare sempre più rara, disattesa ormai dai poeti più importanti e quasi sconosciuta nei poeti più giovani. E l’ostinazione di alcuni a confrontarsi ancora con i nodi teorici cruciali che sono alla base del dire poetico, è un dono di incalcolabile valore. Per questo vogliamo parlare di Giancarlo Pontiggia e del suo prezioso libro Lo stadio di Nemea. Discorsi sulla poesia (Moretti e Vitali, 12 euro). Pontiggia è un eccellente poeta, un grande conoscitore e divulgatore della letteratura classica, greca e latina, ma è solito anche confrontarsi con gli aspetti teorici legati alla poesia.

Innanzitutto ci dice una basilare verità, che può sembrare ovvia ma che tanto ovvia non è: non è sufficiente per chi voglia scrivere poesia essere attraversato da interesse ed emozione, perché la poesia in quanto “esercizio di complessità”, non può esistere “se non c’è pensiero”. Inteso come conoscenza delle teorie poetiche, delle tecniche e della poesia di chi ci ha preceduto (“noi possiamo scrivere solo perché qualcuno, prima di noi, ha già scritto”). La poesia richiede “una disciplina strenua, severa; esige libertà dello spirito, ma anche studio, silenzio, un ordine morale del pensiero e della lingua”. Il poeta deve sentire la necessità di recuperare “la ricchezza dei codici espressivi che oggi abbiamo perduto”, tutto annacquato in un superficiale linguaggio.

Queste sono le componenti essenziali che definiscono una consapevolezza preliminare nello scrittore, che si dovranno però accompagnare a qualcosa d’altro, perché è poeta “chi contempla un cielo, una selva, una pietra; chi pensa al senso profondo della vita, al mistero della nascita e della morte, alle malinconiche follie d’amore, senza la pretesa di spiegarle secondo teorie e modelli… chi sa mettersi in ascolto delle forze della vita… un atto di vitalità, il gesto con cui qualcuno alza gli occhi al cielo e onora il nostro semplice essere qui, ora e mai più, proprio ora, e proprio in questo luogo”. Il poeta è chiamato “a celebrare la vita svelandone il prezzo di morte e di sangue: è questa la fedeltà cui si è votato, l’obbedienza che ha giurato”. E non può barare, perché la poesia ci sarà solo quando non ci saranno finzioni o manierismi di sorta. Quando ci sarà una vitalità superiore. I poeti sono chiamati a dare un senso alla poesia dopo che, come acutamente dice Hugo Friedrich, essa si è espressa come “vuota idealità”.

giancarlo-pontiggia-1Denuncia Pontiggia: “ci siamo abituati a non chiedere più senso alla poesia, che trovarne crea un effetto passato… da troppo tempo ai poeti si chiede solo di testimoniare il nulla (o il proprio vissuto che è un’altra forma del nulla), l’unica verità che sembri oggi concessa alla poesia”. Pontiggia tuttavia non intende annullare la categoria della lirica, anche se alcuni esponenti (Apollinaire, Guillén, ecc), hanno teorizzato una poesia priva di senso, in quanto “l’uomo lirico … si chiude in sé per comprendere meglio la natura umana”. Questa apparente contraddizione si stempera anche qualora si aggiunga, come egli fa, che “per dire una parola di verità, devi innanzi tutto operare una resistenza nei confronti del reale, delle sue immediate evidenze; trovare un punto che non è l’esilio dal mondo e dalla storia, ma riparo dalle pressione degli eventi, dalla loro insignificanza: un tempo in cui ogni parola sembri scolpita per sempre, sospesa in una sua pronuncia indistruttibile”, e qui ricorre all’esempio del più grande: “nel poema di Dante, che trabocca di cronaca e di realtà, ogni evento, anche minimo, diviene immediatamente ‘figura’, esce cioè dalla contingenza fenomenica per entrare nella dimensione dell’eterno”.

E che dire della bellezza, sempre associata alla poesia, che sarà poca cosa se vale come idea di arte per l’arte, ma che diviene invece fondamento del dire poetico qualora la si intenda come “un mondo di forme compiute e di pensieri sovrani, qualcosa che vinca la piaga umana della contingenza e dell’incompiutezza, della chiacchiera e dell’approssimazione, qualcosa che ci conforti e ripari con la perfezione di una sintesi felice, che ci commuova e ci scuota con la sua perentorietà”.

Sono tanti i temi affrontati da Pontiggia. Alcuni apparentemente minori ma che egli carica di passione e sapienza. Ne citiamo due: la casa (“la casa che non è solo spazio, ma anche tempo, che comprime il tempo dandogli una forma, un ordine”), i giardini (“che cos’è un giardino se non natura che prende forma, e che può divenire un’immagine della nostra anima, configurarsi come un giardino di parole, un giardino interiore”). Sulla classicità, lui che ne è grande studioso, ci avverte, o meglio ci ammonisce, quanto sia pericoloso trascurarla: “Di cosa ci parlavano, se non di qualcosa che non possediamo più: uno spazio concepito a misura di occhi e di suoni… luoghi veri, reali… un’utopia a rovescio”.

Lo stadio di Nemea è un atto d’amore, un atto di fiducia estrema, nei confronti della poesia, verso quell’esercizio che sgomenta e rasserena e alimenta tutto, basta sapere seguire i suoi movimenti carsici. La poesia fatta di tanti sguardi, di molteplici segni, magari minimi, le innumerevoli esperienze quotidiane, a volte le più semplici: “un profumo, una luce radente, lo sguardo di un passante che incrociamo per caso, una frase colta al volo su un tram, il fruscio misterioso dei campi notturni”, come dice Giancarlo Pontiggia.

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