Pier Mario Fasanotti
Consigli per gli acquisti /2

Storie & Memorie

Viaggio nella saggistica: dalle "donne-belve" del Nazismo alla Parigi di Edgar Morin. Passando per Budapest e la Sicilia raccontata da Andrea Camilleri

LE DONNE-BELVE. Il quadro statistico-documentario è ancora lacunoso. Ma è un fatto certo che molte donne tedesche, indottrinate dalla propaganda hitleriana, hanno partecipato attivamente all’Olocausto. La ricostruzione fatta dalla storica americana Wendy Kower in Le furie di Hitler (Rizzoli, 332 pagine, 22 euro) è comunque impressionante. Anche per le zone semi-buie nelle quali è ancor oggi difficile indagare meticolosamente. Queste donne-assassine occupavano dapprima ruoli da segretarie, assistenti di gerarchi delle SS, poi, a poco a poco, la loro attività si allargò ben oltre gli incarichi specifici loro assegnati, trasformandosi in carnefici. Soprattutto di bambini. L’autrice scrive che queste “furie” del terzo Reich non erano delle sociopatiche marginali. Credevano che le loro violenze fossero atti di vendetta giustificati, inflitti ai nemici del Reich; a loro modo di vedere, simili gesti erano una manifestazione di lealtà. La loro azione si sviluppò, anche con le vesti di crocerossine al fronte, soprattutto nei paesi dell’Europa orientale, una zona che forniva il più gran numero di ebrei da sterminare. C’era, nel gergo nazista, la parola Volksgemeinschafi (comunità popolare) il cui obiettivo era quello di partecipare a tutte le campagne nazista. Gli esecutori di alto grado erano in genere uomini, i quali però si avvalevano spesso del personale femminile, puntando sugli istinti sadici di non poche donne. Magari lontano dai lager per internati destinati alla gassificazione, queste “furie” erano libere, anzi incoraggiate, di partecipare alla vasta orgia di violenza. Si calcola che le autorità di Berlino avessero formato un gruppo di mezzo milione di giovani donne “a fare compito di supporto”. In altri termini quelle che battevano a macchina si trasformarono facilmente in killer, “sporcandosi anch’esse le mani di sangue”.

Le furie di HitlerTra i vari eccidi si deve annoverare l’eliminazione, per eutanasia, dei soldati tedeschi gravemente feriti o con arti amputati: non servivano niente, quindi era necessaria un’iniezione letale. L’autrice di questo libro parla anche di connubio pornografico. Per esempio un commissario germanico in stanza nella Bielorussa andasse regolarmente a caccia, accompagnato dalla segretaria-amante, e non trovando animali sparavano contro gli ebrei. Impauriti o in fuga. Episodio storicamente accertato: tale signora Altvater, frequentatrice abituale dei ghetti, nel dicembre del 1942, prese lei stessa un’iniziativa. Si spinse nel quartiere d’una cittadina e si avvicinò a un gruppo di bambini. Ne sollevò uno per le braccia, lo capovolse e gli sbatté la testa contro un muro, “come fosse un tappetino impolverato”. Poi gettò il corpicino senza vita ai piedi del padre. Horst ed Edna divennero ancora più brutali: nell’estate del ’43 diedero la caccia agli ebrei fuggiti dal ghetto. Molti raid in tanti villaggi. Erna Petri, nell’est ucraino, decise di fare da sola: radunò davanti a una fossa decine di bambini. A uno a uno li fucilò alla nuca, per poi buttarli nella buca.

La mia Parigi, i miei ricordiIL MARAIS. Questo quartiere di Parigi è oggi di moda. Lì si annusa facilmente l’aria popolar-libertaria dei suoi anni d’oro. Sul Marais insiste Edgar Morin in La mia Parigi, i miei ricordi (Raffaello Cortina, 234 pagine, 16 euro). Morin, intellettuale di spicco, ha cambiato spesso abitazione, quindi conosce a menadito la profonda trasformazione della Ville Lumiére, sotto i colpi di una trasformazione commercial-edile-speculativa che spesso ha snaturato la Parigi delle piccole botteghe, dei bar con i dehor, ritrovo di tanti famosi nomi della cultura. La Parola “Marais”, spiega Morin, era poco impiegata dai suoi abitanti. Questo, una volta, era uno degli “isolotti insalubri”, destinati alla demolizione. Obiettivo: riabilitazione estetica, restauro di vecchi edifici, modernizzazione dei servizi. Questo inarrestabile processo inizia all’incirca verso la metà degli anni Sesssanta. La “povera gente” viene catapultata in periferie lontane e anonime, connotate, dice lo scrittore, da “un miserabile rinascimento”. Nel Marais si sistemano funzionari e intellettuali agiati. Con gli anni Settanta la “conquista” del quartiere è cosa fatta, ossia diventa dominio della borghesia liberale. Il Marais degli anni Ottanta appare come riabilitato, anzi “museificato”, profondamente imborghesito. Artefice della “ripulitura” è principalmente Andrç Malraux, ministro della cultura. La stessa cosa accade in altri quartieri parigini. Le bancarelle delle verdure vanno a poco a poco scomparendo. Negozi di alimentazione saranno sostituiti, e anche con una certa fretta, con sedi bancarie o boutiques eleganti. Edgar Morin parte da queste metamorfosi urbane per tracciare l’esistenza, i contatti, le occasioni di ritrovo di tanti suoi amici. Quanta nostalgia in questo percorso geografico!

Budapest. Ritratto di una cittàDANUBIO. In ungherese il caffè, inteso come luogo di ristoro e di incontri, si chiama “kàvehàz”. A Budapest, città in ascesa e sempre più meta di turisti, questi bellissimi anfratti sovente frequentati da artisti e intellettuali, ma anche dalla “gente del popolo”, hanno avuto un percorso controverso. Un tempo la figura che mai mancava era quella del “perdigiorno”, che ciarlava, raccontava barzellette, e inveiva contro il governo. Una curiosità: oggi televisione e cinema ungheresi raccontano spesso di questi vecchi personaggi, tramontati dopo la seconda guerra mondiale. Oggi pare che rispuntino, più vivi che mai. Un excursus storico-geografico lo tratteggia oggi Bob Dent in Budapest. Ritratto di una città (Odoya editore, 251 pagine, 18 euro). L’autore, accennando al ritorno al passato, parla della “cultura del cappuccino”. Dietro a queste tazze fumanti s’incontrano personaggi famosi e non. Inevitabile la rinascita dei caffè, se si pensa che appena un secolo fa Budapest ne contava almeno cinquecento. Lo scrittore Koszotolànyi affermava: “Questo caffè è la mia reggia”. Doveroso si fa l’omaggio alla cultura ottomana: furono infatti i turchi i primi a moltiplicare i caffè della città danubiana. Se prima c’era Buda e Pest, la riunificazione dei due grandi borghi separati dal fiume avvenne nel 1873, seguita da un forte lavoro di urbanizzazione. E i caffè si trasformarono- non tutti, ma parecchi- in “fucine editoriali”, dove scrittori e in genere artisti si scambiavano opinioni per ore e ore e alla fine poteva nascere un progetto, un bozzetto, o una semplice idea che faceva da incipit o da trama di un romanzo. Uno dei caffè più noti e prestigiosi era il “New York Café”, con interni sfarzosi e decorazioni sui soffitti, con lampadari veneziani attorniati da stucchi dorati. C’era un angolo riservato al capo redattore Erno Osvat della rivista “Nyugat”. Giai a rubargli quella poltroncina. Il “New York” fu chiuso nel 1945, trasformato prima in un magazzino, poi in un negozio di abbigliamento sportivo. Quasi dieci anni dopo fu riaperto col nome di “Café Hungaria”. Solo verso la fine degli anni Ottanta gli fu concesso di riappropriarsi della suo vecchia e gloriosa insegna.

I racconti di NenéLA SUA VITA. Viene spontanea una domanda: non è che Andrea Camilleri esageri un po’, di fronte alle tante proposte editoriali, nel raccontare di sé?  Quesito più che legittimo. In ogni caso allo scrittore siciliano, famosissimo “padre” del Commissario Montalbano, si deve pur concedere questa smania autobiografica, che poi altro non è che lo scavare tra i ricordi, non tutti così noti al grande pubblico. Infatti le sue pagine contengono notizie che non riguardano solo lui, o perlomeno notizie e figure che attorno a lui hanno ruotato per oltre ottant’anni.. Un affresco dunque familiare, ma con tanti attori attorno. E ben venga, dunque, il suo (ennesimo) libro intitolato I racconti di Nené (Melampo editore, 152 pagine, 11 euro). C’è un capitolo che definirei portante: “L’amicizia in Sicilia”. Senza la quale è spesso difficile entrare in ambienti che contano. Scoperta la sicilianità, nascono importanti e fruttuosi sodalizi, letterari e giornalistici (se uno è siculo ha la immediata garanzia d’essere segnalato, e subito, dai divulgatori provenienti dalla stessa isola: è un fatto; attendo smentite, semmai). Fatto sta che Camilleri racconta che Luigi Pirandello e Nino Martoglio “erano amici per la pelle”. Fu il secondo a far debuttare il futuro Premio Nobel. Nell’epistolario figurano frasi che oggi posso leggersi con un qualche imbarazzo: “…vi bacio sulla bocca, caro compare”. Attenzione, avverte Camilleri: il sodalizio è sottoposto a intemperie e non è poi così raro che certe amicizie si frantumino. Esempio che sostiene questa tesi. In una lettera, Pirandello sancisce la fine dell’essere “gemelli per strada”. Il tono è duro: “Voi, caro comare, l’altra sera avete detto una parola, una sola parola, che non dovevate dire…”. Medita giustamente Camilleri: “C’è da chiedersi se l’amicizia siciliana non sia un’arte assai difficile da esercitarsi”. E ancora: “Io mi sono reso conto che, tra siciliani, un vero amico non deve chiedere all’altri una qualche cosa, perché non ce n’è bisogno, in quanto sarà preceduto dall’offerta dell’amico, che ha intuito la domanda che sarebbe arrivata”. Insomma, certi riti debbono essere rispettati: “La punizione è l’isolamento, o comunque una grande perdita affettiva”. In Sicilia vince sempre la metafora. La moglie di Camilleri, che siciliana nonn è, un giorno osservò in marito accanto a un amico, in assoluto silenzio reciproco. Alla richiesta di spiegazione, riflessione di Andrea: “Non poteva capire quante cose c’eravamo detti, da veri amici, in tutto quel silenzio”.

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