Erminia Pellecchia
Andare per mostre/1

Miracoli napoletani

A Castel dell'Ovo la nuova arte austriaca, a San Domenico Maggiore i Leonardo, Raffaello e Caravaggio in copia e la collezione di Sir William Hamilton a Villa Pignatelli: tre appuntamenti da non perdere

Attersee-Nitsch: sul ring di Castel dell’Ovo si gioca il curioso match sul filo del pennello tra i due artisti austriaci, il lupo solitario e lo sciamano che hanno dato vita, complice la Fondazione Morra ed il critico Achille Bonito Oliva, ad uno straordinario, imprevedibile Duetto per Napoli (fino al 1 marzo), la “città energica” con la quale da sempre hanno intessuto forti legami. È sicuramente questo l’appuntamento più interessante del pacchetto mostre istituzionali del calendario invernale del capoluogo campano. Sui due piani della Fortezza sorta sull’isolotto di Megaride si snodano sessanta opere, recenti e meno, equamente distribuite tra i due artisti. Personalità, storie, cifre iconografiche e percorsi diversi, ad accomunarli è quell’area bordeline che sconfina oltre la pittura per contaminarsi con altri linguaggi come la musica e il teatro.

Christian Ludwig (Bratislava, 1940), che dalla lacustre Attersee dove ha trascorso la giovinezza ha preso l’appellativo, è oggi considerato uno dei massimi esponenti della pittura oggettiva in Europa, ma nello stesso tempo, al di là dei trascorsi di velista che lo hanno visto anche a Napoli nelle Olimpiadi italiane del 1960, è concertista e regista di opere teatrali e di danza. Hermann Nitsch (Vienna, 1938) è il padre indiscusso del Wiener Aktionismus ed ha portato agli estremi le tensioni e l’espressività della Body Art europea, già a partire dalla fine degli anni Cinquanta, quando ha elaborato l’Orgien Mysteren Theater, quel teatro delle orge e dei misteri in cui il rito del sangue diviene esperienza fisica e metafisica della vita. Di quell’arte totale, di quelle performances violente e folli – ne ritroviamo i “relitti”, foto, video, stracci insanguinati e documenti nel museo che gli ha intitolato la Fondazione Morra in vico Lungo Pontecorvo – si leggono le tracce nei vecchi teloni macchiati di rosso esposti a Castel dell’Ovo accanto alle portantine in legno ricoperte da pianete sacerdotali e ai nuovi grandi dipinti gialli che creano un singolare contrasto cromatico di forte emotività. Un pulsante vortice di cromie segna anche la partitura di Attersee tesa verso un immaginario che coniuga lo spirito nordico all’ironia pop in una effervescente espressività ai confini dell’astrazione.

ultima cena leonardoMa Napoli è proprio il luogo dove l’impossibile diventa possibile. Come trasformare il complesso monumentale di San Domenico Maggiore in un “effetto Louvre”. Il miracolo l’ha compiuto Renato Parascandolo che ha messo per la prima volta insieme, all’ombra del Vesuvio, Leonardo, Raffaello e Caravaggio (fino al 21 aprile). Promotori la Rai, il Comune di Napoli e l’associazione Pietrasanta, la direzione artistica è di Ferdinando Bologna che ha considerato “geniale” il progetto di questa mostra impossibile che raggruppa, secondo un ordine rigorosamente cronologico, diciassette riproduzioni di dipinti di Leonardo, trentasette di Raffaello e ben sessantaquattro di Caravaggio, realizzate sulla base di procedimenti digitali sofisticatissimi e tutte in scala naturale. L’iniziativa, dal punto di vista della fruizione, è lodevole perché è assolutamente impensabile, come ricorda l’ex soprintendente Nicola Spinosa, poter vedere in un unico luogo tutta la produzione di un artista. Già. Non è cosa di tutti i giorni vedere a distanza ravvicinata l’Ultima Cena a fianco della Scuola di Atene o della Decollazione del Battista. L’impatto è fascinoso. Sembra di toccare per mano i capolavori dei tre geni del Belpaese. Saranno copie, è vero, ma la tecnologia compie il prodigio di farci entrare nell’opera. Basti pensare al corpo del San Giovanni caduto a terra, mentre dal collo sgorga il sangue nel cui rosso Caravaggio ha apposto la propria firma: da brividi.

Sir William HamiltonOriginale come idea, anche se si poteva giocare meglio con l’allestimento, il The Pursuit of Sir William Hamilton, visitabile fino al 2 febbraio a Villa Pignatelli, che mette a confronto il diplomatico, archeologo e vulcanologo inglese con l’americano Mark Dion, protagonista di una prima personale a Napoli nell’ambito del Progetto XXI della Fondazione Donnaregina in collaborazione con la Fondazione Morra Greco e la Soprintendenza speciale di Napoli. Dion tenta di restituire un quadro preciso degli interessi e delle passioni dell’ambasciatore tra il 1764 ed il 1800 alla corte di Ferdinando IV. «Una personalità complessa – dice l’artista –. Ho letto un libro su di lui e sono rimasto affascinato dalla sua cultura eclettica e dal suo rapporto con Napoli». Al primo piano del museo, si susseguono settanta opere scandite dai capitoli collezionismo, scienze naturali, vulcanologia, caccia e Lady Hamilton tra vizi e virtù. In esposizione la riproduzione di una serie di oggetti appartenuti ad Hamilton, numerosi disegni e collage, installazioni (The Cicerons, dodici statuette in terracotta, paglia e tessuto che raffigurano personaggi come Beuys, Cousteau, Darwin, Flobert e naturalmente Hamilton). Particolare è il “peep show” con una coinvolgente visuale in navigazione del Vesuvio in eruzione. Oltre ai “cabinets” sul modello delle Wunderkammer del XV secolo, troviamo opere originali risalenti agli ultimi decenni del Settecento, grazie ai prestiti dei principali musei napoletani: guache e dipinti di Hackert, Rizzi Zannoni, Bonavia, Volaire, Fabris in un dialogo senza tempo con la visione contemporanea di Dion.

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