Charles Dickens
Lieto fine per il giorno di festa

Il Natale di Scrooge

Ecco come tutto andò finire… Dal celebre racconto del grande scrittore inglese un brano tratto dall'ultimo capitolo

«Che giorno è oggi, mio bel figliolo?» chiese Scrooge.

«Oggi…» replicò il ragazzo «ma come? È Natale

“È Natale” disse Scrooge a se stesso. “Non l’ho lasciato passare. Gli Spiriti hanno fatto tutto in una notte sola. Possono fare qualunque cosa vogliono, naturalmente; naturalmente, possono fare qualunque cosa vogliono”. «Senti, ragazzino!»

«Sì» rispose il ragazzo.

«Sei un ragazzino intelligente,» disse Scrooge «un ragazzino straordinario. Sai se hanno venduto quel tacchino che c’era appeso in mostra alla bottega? Non il tacchino piccolo, ma quello grosso.»

«Quale, quello grosso come me?» rispose il ragazzino.

«Che ragazzino delizioso! È un piacere parlare con lui. Sì, figliolo mio.»

«C’è ancora appeso adesso» replicò il ragazzo.

«C’è» disse Scrooge. «Va’ a comperarlo.»

«È matto!» rispose il ragazzo.

«No, no» disse Scrooge. «Va’ a comperarlo, e di’ che lo portino qui, perché possa dare l’indirizzo dove deve essere spedito. Ritorna col commesso e ti darò uno scellino; ritorna con lui in meno di cinque minuti e ti darò mezza corona.»

Il ragazzo partì come una palla di fucile; e chi avesse potuto far partire una palla con una velocità pari a metà della sua avrebbe dovuto avere la mano ben ferma sul grilletto.

«Lo voglio mandare a Bob Cratchit» mormorò Scrooge, fregandosi le mani e scoppiando in una risata. «Non saprà chi è che glielo ha mandato. È grande il doppio di Tim il Piccolino. Nessuno ha mai fatto uno scherzo così ben riuscito come quello di mandare quel tacchino a Bob.»

La calligrafia con la quale scrisse l’indirizzo non era molto ferma; tuttavia, in un modo o nell’altro, lo scrisse, poi scese giù ad aprire la porta di strada per trovarsi pronto all’arrivo del commesso del pollivendolo. Mentre stava sulla porta, aspettando quell’arrivo, gli cadde sott’occhio il batacchio.

«A questo vorrò bene finché vivo» gridò Scrooge, accarezzandolo con le mani. «E dire che prima lo avevo appena guardato! Che espressione onesta c’è in quella faccia! È un batacchio magnifico. Ma ecco il tacchino. Hello, come state? Buon Natale!»

Quello era un tacchino! È impossibile che quell’uccello fosse mai stato in piedi. Le zampe gli si sarebbero piegate sotto in un minuto; come bastoncini di ceralacca.

«Ma è impossibile portarlo fino a Camden Town. Bisogna che prendiate una carrozza.»

Il risolino col quale pronunciò queste parole, e quello col quale pagò il tacchino, e quello col quale pagò la carrozza, e quello col quale ricompensò il ragazzo, furono superati soltanto da quello col quale tornò a sedersi senza fiato nella sua sedia, continuando a ridere finché non gli venne da piangere.

Farsi la barba non fu cosa facile, perché la mano continuava a tremargli molto; e farsi la barba è una cosa che richiede attenzione anche quando uno, facendosela, non si mette a ballare; pure, se si fosse tagliato la punta del naso, ci avrebbe messo sopra un pezzetto di cerotto e sarebbe stato perfettamente soddisfatto lo stesso.

canto-di-nataleSi vestì dei suoi abiti migliori, e finalmente uscì in strada. In questo momento la gente stava uscendo dalle case, così come egli l’aveva vista in compagnia dello Spettro del Natale Presente. E Scrooge, camminando con le mani dietro la schiena, guardava tutti quanti con un sorriso compiaciuto. Per dirla in breve, aveva l’aria così irresistibilmente piacevole che tre o quattro tipi di buon umore dissero “buon giorno, signore, buon Natale”, e Scrooge disse spesso, più tardi, che di tutti i suoni gioiosi che egli aveva mai udito, quelli al suo orecchio erano stati i più gioiosi.

Non aveva fatto molta strada, quando vide venirgli incontro quel signore imponente che il giorno prima era entrato nel suo ufficio dicendo: “La ditta Scrooge e Marley, credo”. Sentì un colpo al cuore nel pensare all’occhiata che gli avrebbe dato il vecchio signore nel momento in cui si fossero incontrati; ma conosceva ormai quale strada gli si apriva diritta dinanzi e la prese.

«Caro signore» disse Scrooge, affrettando il passo, e prendendo il vecchio per entrambe le mani «come state? Spero che abbiate avuto successo ieri. È stato molto gentile da parte vostra. Buon Natale, signore!»

«Il signor Scrooge?»

«Sì» disse Scrooge «questo è il mio nome, e ho paura che non vi riesca molto gradito. Permettetemi di chiedervi scusa, e vogliate avere la bontà…» e qui Scrooge gli sussurrò qualcosa all’orecchio.

«Signore Iddio!» gridò il signore, come se gli fosse stato mozzato il fiato. «Mio caro signor Scrooge, parlate sul serio?»

«Per favore» disse Scrooge «neanche un soldo di meno. In questa somma, vi assicuro, sono compresi molti arretrati. Volete farmi questo favore?»

«Ma caro signore» disse l’altro, stringendogli la mano «non so che cosa dire di fronte a una simile munifi…»

«Non dite niente, vi prego» replicò Scrooge. «Venite a trovarmi. Verrete a trovarmi?»

«Ma certo» esclamò il vecchio signore, ed era chiaro che diceva sul serio.

«Grazie» disse Scrooge «vi sono molto obbligato. Vi ringrazio mille volte. Dio vi benedica.»

Si recò in chiesa, passeggiò per le strade, guardò la gente che si affrettava in tutti i sensi, accarezzò bambini sulla testa rivolse la parola ai mendicanti, guardò dentro le cucine delle case e dentro le finestre, e trovò che tutto quanto gli procurava un piacere. Non aveva mai sognato che una passeggiata, che una cosa qualunque potesse dargli tanta felicità. Nel pomeriggio si diresse verso la casa di suo nipote.

Passò e ripassò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di avere il coraggio di andar su e bussare. Finalmente si decise e lo fece.

«È in casa il vostro padrone, mia cara?» disse Scrooge alla domestica. «Che ragazza graziosa, davvero!» «Sì, signore.»

«Dov’è, amor mio?» disse Scrooge. «È in sala da pranzo, insieme con la signora. Vi accompagno di sopra, per favore. »

«Grazie, lui mi conosce» disse Scrooge, che aveva già la mano sulla maniglia della sala da pranzo. «Entrerò qui, mia cara.»

Fece girare la maniglia pian piano, e si affacciò alla porta semiaperta. Stavano guardando la tavola apparecchiata con un gran lusso, perché i padroni di casa, quando sono giovani, sono sempre nervosi su questo punto e vogliono esser sicuri che tutto sia in perfetto ordine. «Fred!» disse Scrooge.

Signore! come trasalì la sua nipote acquisita! Per un attimo Scrooge si era scordato che c’era anche lei, seduta in un angolo, col panchettino sotto i piedi; altrimenti non lo avrebbe fatto di certo. «Ma come, benedetto Iddio» gridò Fred «chi è mai?» «Sono io, tuo zio Scrooge. Son venuto a pranzo. Vuoi lasciarmi entrare, Fred?»

Lasciarlo entrare! È un miracolo che, stringendogli la mano, non gli staccasse addirittura il braccio. Si sentì a casa propria in cinque minuti. Non c’era nulla che potesse essere più cordiale. Sua nipote aveva esattamente lo stesso aspetto, e così Topper quando arrivò, e così la sorellina paffutella quando arrivò e così tutti quanti quando arrivarono. Festa meravigliosa, giochi meravigliosi, armonia meravigliosa, felicità meravigliosa.

Però la mattina seguente arrivò presto in ufficio. Oh, se ci arrivò presto! Solo poter arrivare per primo e sorprendere Bob Cratchit che arrivava in ritardo: era questa la cosa che più gli stava a cuore.

E vi riuscì; sì, vi riuscì. L’orologio batté le nove – niente Bob; le nove e un quarto – niente Bob. Era ben diciotto minuti e mezzo in ritardo. Scrooge stava seduto con la porta spalancata, in modo da poterlo veder entrare nella cisterna.

Si era levato il cappello e la sciarpa prima di aprire la porta, e si arrampicò in un baleno sul suo panchetto, correndo via con la penna come se tentasse di riacchiappare le nove.

«Ehi là!» grugnì Scrooge, con la sua voce consueta, imitandola il più fedelmente possibile. «Che cosa significa arrivare a quest’ora?»

«Vi chiedo mille scuse, signor Scrooge» disse Bob «sono in ritardo.»

«Davvero?» ripetè Scrooge. «Sì, credo che siate in ritardo. Venite un momento qua, per favore!»

«Una volta sola all’anno, signor Scrooge» supplicò Bob, venendo fuori dalla cisterna. «Non succederà più. Ieri siamo stati un po’ allegri.»

«Ora vi dirò una cosa, amico mio» disse Scrooge. «Non intendo tollerare più a lungo questa razza di cose, e perciò» proseguì, balzando su dalla sedia e dando a Bob una tale spinta nel panciotto da farlo andare all’indietro barcollando dentro la cisterna «e perciò mi propongo di aumentarvi lo stipendio.»

Bob tremò e si avvicinò un po’ più alla riga. Ebbe per un momento l’idea di servirsene per stordire Scrooge, e poi tenerlo fermo e chiedere alla gente della corte aiuto e una camicia di forza.

«Buon Natale, Bob!» disse Scrooge, con una serietà che non poteva essere fraintesa, battendogli sulle spalle. «Un Natale più buono, Bob, mio bravo figliolo, di quelli che vi ho dato per molti anni. Vi aumenterò lo stipendio e tenterò di assistere la vostra famiglia nelle sue difficoltà; e questo stesso pomeriggio discuteremo i vostri affari, seduti davanti a un bel punch natalizio fumante. Ravvivate il fuoco, Bob Cratchit, e comperatevi un’altra paletta per il carbone, prima di mettere il punto su un’altra i

Scrooge fece più che mantenere la parola. Fece tutto quanto, e infinitamente di più: e per Tim il Piccolino, il quale non morì, fu un secondo padre. Divenne un amico, un padrone, un uomo così buono, come mai poteva averne conosciuto quella buona vecchia città, o qualunque altra buona vecchia città, borgata o villaggio di questo buon mondo. Alcuni ridevano, vedendo il suo cambiamento; ma egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento. E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme meno attraenti di malattie. Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.

Non ebbe più nessun rapporto con Spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapesse osservare bene il Natale, quell’uomo era lui. Possa questo esser detto veramente di noi, di noi tutti! E così, come diceva Tim il Piccolino, Dio ci benedica, ciascuno di noi!

 

(Brano tratto dalla Strofa quinta di Ballata di Natale, traduzione di Emanuele Grazzi, in Charles Dickens, Racconti di Natale, Oscar Mondadori 1990)

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