Anna Camaiti Hostert
Dopo lo shutdown

Ricatto americano

Gli Stati Uniti sono nella morsa dell'ultradestra dei Tea party che, ignorando il bene del Paese, cercano solo di mettere nei guai Obama. Dov'è finito il senso di responsabilità?

Per tastare il polso di un paese occorre fare almeno due cose: bisogna andare per la strada e bisogna sorvegliare le evoluzioni della sua cultura popolare. Il risultato è che la febbre in un paese come gli Stati Uniti è ancora alta e che c’è bisogno di una cura forte con dosi da cavallo per ricreare le condizioni di una vera e propria ripresa economica e culturale. Anche perché le ricadute sono frequenti e pericolose.

Tra i piccoli segnali positivi che avevano fatto ben sperare, dopo il tonfo del 2008, c’era stato quello della ripresa del mercato immobiliare e del settore manifatturiero. Due settori trainanti dell’economia americana. Il recente shutdown governativo, il cui impatto continuerà ad avere i suoi effetti anche nel lungo periodo, mette in pericolo un serio miglioramento dell’economia. In più la possibilità di un default il 17 ottobre sta gettando il paese in uno sconforto mai esperito prima. Se dovesse avvenire la tanto temuta bancarotta, infatti, ci sarebbe la possibilità di un altro downgrade del rating americano da parte di Standard & Poor come accadde nell’agosto del 2011, quando il mancato accordo sul tetto del debito, raggiunto solo dopo la scadenza, determinò la sventurata sentenza. Adesso a tutti i dipendenti pubblici già temporaneamente sospesi a causa dello shutdown si andrà ad aggiungere un possibile crollo della struttura economica del paese con conseguenze internazionali di portata epocale. Dunque si accavallano due momenti difficili in uno stesso periodo, momenti che fanno tremare la comunità nazionale e internazionale.

Ted CruzPurtroppo il senso di irresponsabilità politica del piccolo gruppo dei deputati repubblicani dei Tea Party sembra prevalere. Questi pochi deputati non riservano alcun interesse non solo al proprio paese, ma in generale a ciò che succederà, come in un gioco del domino, alle economie di altri paesi. Ma quello che più irrita è che mentre nel resto degli Stati Uniti c’è allarme per le conseguenze di un gesto così sconsiderato, il blocco di ogni attività governativa, iniziato con lo shutdwon, è stato celebrato tra altri anche dalla deputata Michelle Bachman, in testa a tutti, come un trionfo. Una vittoria che merita di essere festeggiata, secondo Ted Cruz (nella foto qui sopra), il deputato che ha capeggiato questa impresa. L’immagine di un brindisi che testimonia il prevalere di pochi a discapito della tragedia di molti mi ricorda un altro brindisi altrettanto irresponsabile anche se molto più tragico: quello di Pinochet che celebrava sui tetti di Buenos Aires la sua vittoria mentre la Moneda con dentro Salvator Allende bruciava ed il paese cadeva in disgrazia. Un insulto alla maggioranza del paese, quello dei Tea party, che solo l’irresponsabilità di pochi nei confronti dei bisogni dei molti può giustificare. Ma questo sembra essere il nuovo atteggiamento politico di Washington in questi giorni. E tutto ciò solo per impedire che una legge già ratificata e attiva diventi patrimonio del paese: la riforma sanitaria, la cosiddetta Obamacare. E mentre lo shutdown continua e non ci sono accenni a possibili trattative il paese marcia inesorabilmente verso il baratro.

Il portavoce alla Camera, il repubblicano John Boehenr più preoccupato della sua abbronzatura che degli interessi del paese, accusato ormai unanimemente dalla stampa nazionale di essere tenuto al guinzaglio dai Tea party e di essere troppo innamorato del potere e dell’attenzione che gli viene riservata da tutti i media, chiede ora una “conversazione” con Obama. Il fatto è che, come il presidente ha già affermato e ribadito recentemente, non c’è niente da discutere. La riforma sanitaria è già legge e gli americani hanno già cominciato a milioni ad iscriversi nelle liste che il governo mette a disposizione della popolazione per consentire ai suoi cittadini di scegliere il piano assicurativo che più si confà ad ogni situazione individuale. Pertanto il presidente che non intende modificare la sua riforma sanitaria, o tantomeno deviare i fondi ad essa destinati, perché’ questo altererebbe il risultato elettorale che ha sancito la sua vittoria, non vede  di cosa si debba discutere. I repubblicani però non si arrendono e viceversa accusano Obama di non volere trattare con loro e di essere responsabile dello shutdown. Cercano con ciò di coprire di infamia la sua presidenza e la sua eredità storica. Come se dopo un voto di maggioranza in qualsiasi elezione il vincitore dovesse venire a patti con la minoranza sconfitta rimangiandosi il favore popolare e deviando dalle promesse fatte ai propri elettori durante la campagna elettorale

shutdownAlcune sere fa un giornalista di grande peso nel panorama americano, Brian Williams, ospite del celebre show serale di David Letterman, ha gettato un sasso nell’acqua che apparentemente non ha ancora avuto alcuna risonanza, ma che suona invece molto allarmante. Commentatore politico di grande rilievo, Williams ha parlato dell’America come di un paese diverso da quello in cui è cresciuto e si è formato. Un paese che deve affrontare la rabbia, la frustrazione e la confusione di questi “tempi bui”. Ha parlato di una “politica del ricatto e dell’estorsione” di certe forze politiche, senza menzionarle, ma chiaramente riferendosi ai Tea Party che per un disaccordo sulla riforma sanitaria tengono in scacco tutto il paese. Un comportamento moralmente reprensibile ed eticamente privo di responsabilità. Queste forze – ha detto con un tono calmo ma fermo il giornalista – “sperano di gettare il paese nel panico creando nei cittadini paura e insicurezza con il preciso intento di recuperare un potere di decisione altrimenti perduto”.

Parole forti che però sono basate su un sostrato reale. La paura è infatti di questi tempi un sentimento molto diffuso nel paese, come testimoniano anche molti show televisivi di grande successo. Basta pensare a Homeland, il programma televisivo più amato da Obama e giunto ormai alla terza serie. Racconta la storia di un marine ostaggio di Al Qaeda per anni che, tornato in patria, diviene terrorista e ha una storia con un’agente della Cia, seminando incertezza e paura intorno a sé. La storia basata su svariati colpi di scena e cambiamenti dei personaggi principali e dei loro intenti iniziali, ha toni lividi e una meravigliosa colonna sonora jazz che esaspera un sentimento di insicurezza misto ad un’ansia strisciante. C’è costantemente la paura che qualcosa di terribile sia sul punto di accadere. Il nuovo show, Hostages, al cui centro si trova di nuovo la figura dell’ostaggio, è basato sulla forzata cattività della famiglia di una chirurga che deve operare il presidente e dovrebbe sabotare l’intervento.

Un discorso a parte merita l’importanza della figura dell’ostaggio nella cultura popolare americana e di quella che ho chiamato altrove (Agalma n.25, “Che cos’è l’intimità?”) la paura di un’intimità forzata con il nemico sia perché ha un diverso colore della pelle o appartiene ad un altro mondo o un’altra religione. Anche Hostages è veloce nelle azioni e nei colpi di scena ed è saldamente radicato nel senso di paura che da un momento all’altro accada qualcosa di terribile al presidente. Un sentimento che, se diffuso nel tessuto sociale, spiazza antiche sicurezze, perché basato sulla possibilità di  cambiamenti nella struttura sociale ed economica. E dunque politica. Ed è proprio su questo che speculano i Tea Party, sul timore che avvengano trasformazioni sociali che mettono in discussione lo status quo. A cui si affianca anche una paura basata su una insicurezza economica che la crisi del 2008 ha fortemente evidenziato e che continua a serpeggiare tra i cittadini e le istituzioni economiche. E soprattutto quella di un presidente nero che non può che suscitare ansia in un paese che, come avrebbe detto Hannah Arendt, in the back of its mind, è ancora pervaso da uno strisciante razzismo. Dunque la speculazione su questo sentimento fomentato dagli stessi Tea Party si rivela un atteggiamento a dir poco disinvolto se non privo di moralità. Moralità che la politica invece per definizione, come amministrazione della res publica dovrebbe avere nel suo DNA . Ma che invece si è persa completamente come testimoniano anche le recenti vicende italiane. La sua mancanza tuttavia sembra rivelarsi una caratteristica costante dei tempi bui che stiamo attraversando.

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