Lorena Piras
Un mondo tra epica e antropologia

Sardegna anno zero

Briganti, miti e banditesse in una terra dove il codice della vendetta sostituisce o “integra” la legge di uno Stato assente o percepito solo come colonizzatore: ecco la storia ricostruita da Franco Fresi in "Banditi in Sardegna"

Far parlare la ricerca d’archivio e il mito, unire la storicità dei fatti alla tradizione orale e all’elemento romanzesco: è questo l’intento di Franco Fresi, gallurese di Luogosanto, classe 1939, che nel suo Banditi di Sardegna (Newton Compton editore, 272 pagine per 9.99 euro) tratteggia il profilo dell’isola tra la fine del Settecento e i primi del Novecento, restituendone l’atmosfera surreale di quando, accanto alla giustizia dello Stato, agiva quella “altra” di banditi e banditesse.

Sottraendosi a ogni sorta di giudizio o analisi criminologica, Fresi descrive l’isola nell’isola dei delinquenti, dei paesaggi selvaggi e della solitudine: una terra che non si piega alle dominazioni, in cui la tutela dell’onore e della dignità del singolo è affidata a su connottu, a ciò che è conosciuto, che è tradizione, mentre il codice della vendetta sostituisce o “integra” la legge di uno Stato assente, e che i sardi percepiscono solo come colonizzatore.

I nomi degli stazzi, dei banditi e delle vittime sono gli stessi di oggi: Tolu, Delitala, Devaddis, Alvau; le figure e le gesta si sono tramandate di racconto in racconto, da nonno a nipote, come quelle di Samuele Stocchino, la Tigre d’Ogliastra, raccolte in ottave e vendute in libretti alle sagre di paese. Sebastiano Satta, ammantandoli di romanticismo, definiva gli uomini come lui “belli, feroci e prodi”, e Alfredo Niceforo affermava fossero portatori di “bacteri patogeni” che ne facevano una razza a sé, una “razza delinquente e maedetta”, salvo poi riconoscere la precaria situazione socio-economica del territorio e, ancora una volta, la sfiducia nello Stato.

Uomini, ma non solo. Perché accanto al  Muto di Gallura o al Bandito degli Stazzi, ci sono Lucia, Paska e Sa Reìna, donne e banditesse austere la cui dignità e sicurezza sono legate all’osservanza di regole e riti codificati da tempi immemorabili. Una società matriarcale, la loro, in cui l’immagine e l’onore dipendono dall’abilità nel provvedere alla casa, allevare i figli, saper amministrare ciò che l’uomo riceve per il suo lavoro. Ma anche, come Donna Lucia Delitala, esponenti di ricche casate, nello specifico di Nulvi, “una giovane di circa quarant’anni che non si è voluta sposare per non dipendere da un uomo, secondo quanto lei stessa afferma. Ha due mustacchi da granatiere e usa le armi e il cavallo come un gendarme”. Siamo nella prima metà del Settecento e Donna Lucia, insieme al Bandito di Chiaramonti Giovanni Fais e a sua moglie Chiara Unani, capeggia una banda di guerriglieri che contrasta l’autorità piemontese: la vox populi la ricorda e ce la tramanda come coraggiosa, abile amazzone, amante della libertà. Fresi descrive lei e le altre vestite di candidi lini e ori, ma allo stesso tempo capaci di imbracciare un fucile, e talmente forti e rispettate da essere definite “un accidente mandato da Dio” dal governo oppressore.

Le leggende alimentano nel tempo altre leggende, e i personaggi restano impigliati nelle loro stesse vicende: banditi per amore o ribelli non disposti a chinare la testa, sono coloro che fanno quello che altri non hanno il coraggio di fare, figure in continuità con il contesto sociale nel quale si muovono, “agenti di giustizia” portatori di quella speranza di riscatto di tutti i loro conterranei, costretti a sopportare ogni iniquità fiscale o giuridica.

Banditi di Sardegna ripercorre nove storie, nove storie di uomini e donne, fissandole in un perfetto equilibrio di cronaca e romanzo in un libro completo, interessante e ottimo interprete di due secoli di storia isolana.

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