Leone Piccioni
Il carteggio Ungaretti/Piccioni a Roma

Il mio Ungaretti

Alla Casa delle Letterature si parla dell“Allegria è il mio elemento”, il volume che raccoglie lo scambio epistolare tra il grande poeta e il critico letterario. Che spiega come nella sua prefazione abbia ripercorso vita e opera del Maestro a partire dal “Porto sepolto”. Rendendogli un tributo di profondo affetto

Oggi venerdì 21 febbraio alle 18, alla Casa delle Letterature di Roma (piazza dell’Orologio 3), si presenta il volume L’allegria è il mio elemento (Oscar Mondadori). Ne parlano, insieme alla curatrice Silvia Zoppi Garampi, Giancarlo Alfano, Andrea Cortellessa e Daniele Piccini. Letture di Margaret Mazzantini. Per l’occasione riproponiamo ai nostri lettori un articolo di Leone Piccioni sul suo Maestro.

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Scrivendo la prefazione a L’allegria è il mio elemento (Oscar Mondadori, 366 pagine, 12,00 euro, a cura di Silvia Zoppi Garampi, ndr) che contiene lo scambio di lettere tra Ungaretti e me (più di duecento quelle di Ungaretti e una quarantina le mie) intendevo recare un tributo di grande affetto a Giuseppe Ungaretti e insieme fornire una breve sintesi della sua opera e della sua vita. (L’editore ha intitolato questa mia prefazione “Ricordi in forma di frammenti”).

Si parte dal Porto sepolto il 16 agosto del 1916: Ungaretti, semplice fante, è in guerra sull’Isonzo e rievoca i fiumi che gli sono stati familiari. La poesia “I fiumi” è, a mio parere, il primo grande Inno lasciatoci da Ungaretti: «Questo l’Isonzo/ e qui meglio/ mi sono riconosciuto/ una docile fibra/ dell’universo». Passano davanti agli occhi il Serchio, fiume di Lucca da dove vengono i suoi, il Nilo che rievoca il soggiorno giovanile in Egitto, la Senna testimone della grande crescita francese di Ungaretti uomo e poeta, e l’Isonzo.

Del 16 gennaio 1917, sempre dal fronte, è il famoso distico intitolato “Mattina”: «M’illumino/ d’immenso». Ho la cartolina originale di quella composizione, che mi fu regalata da Ilaria Occhini, con il seguente testo: «M’illumino/ d’immenso/ con un breve/ moto/ di sguardo» con il titolo provvisorio “Cielo e mare”. Sono varianti di grande interesse che fanno pensare a un risveglio improvviso del soldato Ungaretti in una splendida giornata di sole con davanti il punto infinito del mare.

(Altra data da ricordare è il 1925: nasce “La pietà”, forse il più grande Inno che Ungaretti ci ha lasciato scritto subito dopo la sua conversione al cattolicesimo avvenuta in quell’anno a Subiaco seguendo la liturgia della Settimana Santa).

Non si poteva parlare di Ungaretti senza nominare Montale accorgendosi come, nel tempo, la reciproca curiosità tra i due poeti sia andata crescendo e molti pregiudizi siano caduti. Rispetto alle beffarde definizioni di “aria fritta”, “mappamondi fritti”, contrappongo una lettera del 12 febbraio 1963 in cui Ungaretti mi chiede notizie sulle nuove poesie di Montale e aggiunge: «Saranno, anche se sono nuove, certamente belle e nuove, in quanto indicherebbero nuove conquiste espressive del nostro caro poeta». Ironia? Certamente no.

copertina UngarettiPer gli ottant’anni di Ungaretti, quando furono festeggiati solennemente per iniziativa del presidente del Consiglio di allora, Aldo Moro, Montale rese pubblicamente omaggio a Ungaretti. Dopo la sua morte, ancora, Montale scrisse sul Corriere parole di grande stima. In passato anche a lui erano toccate battute polemiche: quando Ungaretti ebbe gravi disturbi al cuore, Montale esclamò di fronte agli amici fiorentini delle Giubbe Rosse: «Ho sempre pensato che la poesia di Ungaretti fosse una poesia pletorica», e quando chiese con chi io studiassi e gli fu detto che studiavo con Ungaretti Montale disse: «Poteva capitare peggio!». Pochi giorni prima che Ungaretti morisse ero a Milano e la mattina feci colazione con lui, malato, che era in compagnia di una giovane signora che lavorava da Mondadori, quella che poi lo avrebbe visto morire. Lo stesso giorno cenai con Montale e vidi il suo rincrescimento dandogli la notizia delle cattive condizioni di salute di Ungaretti.

Nel 1920 Ungaretti sposò a Parigi una ragazza francese, Jeanne Dupoix. Jeanne amò Ungaretti per tutta la vita di un amore compiuto. Fu una dolce sposa accanto a lui, orgogliosa della poesia di Ungaretti, fine e dolce ma insieme pronta a difenderlo come una tigre per le sue ingenuità, per certe debolezze, per i suoi scatti furiosi. Assieme a Jeanne ho ripercorso tanti momenti della vita lieta o dolorosa di Ungaretti. Vissero insieme le cattive condizioni economiche in Francia e più tardi nel ’21 a Roma. Da Roma si spostarono a vivere a Marino per risparmiare sull’affitto. Quel paesaggio luminoso influenzò Ungaretti per le poesie del Sentimento del tempo. Ungaretti faceva su e giù con Roma con il trenino dei Castelli, Jeanne lo aspettava per la cena. Nel ’36, sempre per superare le cattive condizioni economiche, Ungaretti accettò di andare in Brasile per insegnare all’università di San Paolo. Jeanne lo seguì in questa specie di esilio. Erano felici vedendo il loro splendido bambino, Antonietto, correre e danzare sulla sabbia («Nessuno mai vide posare/ il tuo lieve piede di danza»). A nove anni Antonietto muore per un errore dei medici. Il dolore soffoca e accomuna Ungaretti e Jeanne ma lei trova la forza di provare a consolare il marito («La premurosa/ carità d’una voce mi consuma»). Ungaretti scrive frammenti di grande disperazione per la morte del bimbo ma dopo qualche anno si riprende grazie alla fede religiosa. Ungaretti torna alla vita.

Nel ’42 ritornano dal Brasile: Jeanne francese, soffre per la guerra dell’Italia. Nascono i versi di “Roma occupata”. Ma subito dopo si apre un altro brutto capitolo per Ungaretti quando comunisti (Scoccimarro) e azionisti lo sottopongono a un assurdo processo di epurazione. Anche ora Jeanne gli dà fiducia, gli dà speranza e Ungaretti uscirà a testa alta da questa vicenda.

Jeanne si ammalò gravemente nel ’58 e morì in clinica il 24 maggio. Anche io, con la figlia Ninon e Ungaretti, la assistetti fino alla morte. La mattina dopo Ungaretti volle passarla in macchina con me vagando tra una chiesa e l’altra di Roma in una splendida giornata di sole, sempre silenzioso, probabilmente ripensando proprio a quei momenti che abbiamo descritto. A un anno dalla morte di Jeanne, il 24 maggio del ’59, Ungaretti scrive la poesia “Per sempre” che finisce con il verso «Per sempre ti rivedo».

Ma la vitalità torna a scorrere nelle vene di Ungaretti. Tre sono i suoi viaggi negli Stati Uniti tra il ’69 e il ’70, ma il viaggio più bello fu quello del ’69 alla Harvard University. Da lì nasce la ormai famosa lettera in cui mi dichiara di aver fumato la marijuana. Non gli ha fatto niente «e non capisco perché la fumino».

«Sono allegro, almeno d’aspetto – mi scrive – ma sai quale implacabile ironia ci sia per me nella parola “allegria”». Di qui il titolo di questo epistolario L’allegria è il mio elemento.

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