Nicola Fano
In memoria di un amico perduto

Ricordo di Vincenzo

Addio a Vincenzo Cerami, non solo un grande scrittore, un grande sceneggiatore e un grande poeta, ma l'uomo che più di chiunque altro ha fatto sì che una generazione di "non letterati" scegliesse la letteratura per esprimersi

Povero Vincenzo! Se ne è andato uno degli italiani più tipici perché uno degli italiani migliori, con i suoi difetti e la sua geniale predisposizione al fare cultura. Già perché Vincenzo Cerami non è stato solo l’autore di romanzi come La Lepre o il Borghese piccolo piccolo, non è stato solo lo sceneggiatore di tutti i migliori film di Roberto Benigni (compreso La vita è bella, ovviamente), non è stato solo l’autore di raffinati “insuccessi” teatrali come L’amore delle tre melarance o Sua Maestà o Il comico e la spalla, non è solo il complice di alcuni splendidi concerti teatrali firmati a quattro mani con Nicola Piovani (Canti di scena, prima di tutto!)… no, Vincenzo è stato un animatore, un suggeritore, un allenatore di chiunque fosse affamato di cultura.

E non parlo del responsabile culturale del Pd né dell’assessore alla cultura di Spoleto (sì, anche questo è stato): io parlo del suo andare in giro per convegni, incontri, salotti, bar, strade, insomma ovunque ci fosse da spronare qualcuno a scrivere, a recitare, a sperimentarsi. Il suo lavoro di “allenatore”, insomma, non è stato meno importante della sua attività di scrittore in proprio.

Ho conosciuto Vincenzo tanti anni fa, forse trenta, quando ero semplice cronista degli spettacoli de l’Unità e lui già spingeva perché non si spegnesse la fiamma della cultura lì a sinistra, ossia proprio dove si cominciava a pensare che la società avesse svoltato e che fosse arrivato il momento di spostare l’attenzione dalla cultura (ormai un “bene” assodato) all’economia (un terreno da conquistare). È andata come è andata: aveva ragione Vincenzo.

Ma soprattutto mi ha legato a lui la comune amicizia con Sandro Onofri, un grande poeta e scrittore che Vincenzo aveva scoperto prima di me e che, appunto, aveva spinto a scrivere poesie e romanzi senza rinunciare alla propria identità popolare. Questo è stato il merito di Vincenzo: se Pasolini (di cui è stato allievo e poi congiunto) ha dato alla cultura popolare una dignità poetica, lui ha spinto chiunque provenisse da quel mondo e avesse interessi letterari a misurarsi con la propria passione. A non vergognarsi delle proprie origini popolari, insomma, e anzi a tramutarle in ricchezza letteraria. Ciò che egli stesso aveva fatto fino ai capolavori e ai trionfi.

Vincenzo è conosciuto come grande sceneggiatore e fortunato romanziere, ma in fondo era prima di tutto un grande poeta. O qualcosa che sta a metà tra tutti i linguaggi: andatevi a rileggere La lepre (se lo trovate… speriamo che ora si ristampi) e ne riparliamo.

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