Nicola Fano
Ultimo addio a un campione

Il pugno di Griffith

È morto in povertà Emile Griffith, il pugile che contese il mondo, negli anni Sessanta, al nostro Nino Benvenuti. È una leggenda che se ne va; una leggenda di pugni, di beffe e di sport; ma anche di grande umanità

Non esiste più il pugilato di una volta, signora mia. Come le stagioni, le pesche spaccarelle, la vergogna, i festival di teatro estivi e la pizza con la mortadella. Tante cose sono cambiate, sì, ma questa arbasiniana desolazione oggi è collegata a una notizia che arriva da Hempstead, New York, dove l’altra notte è morto Emile Griffith. Se il suo nome vi dice qualcosa, non ho molto da smuovervi del passato; ma se non vi dice niente, allora seguitemi e ci divertiremo.

La storia di Emile Griffith è quella di un pugile esemplare; e le storie dei pugili (specie quelli esemplari) sono romanzi. Origini modeste (nelle Isole Vergini), poi i successi da dilettante, il trasferimento a New York, il professionismo e infine l’esplosione, letteralmente. Era il 1962 e il suo avversario, un certo Benny Paret, morì per le botte del ko. Qualcuno insinuò che Griffith aveva esagerato perché quel Parret lo aveva sfottuto alludendo alla sua omosessualità: potete immaginare voi un pugile nero e gay all’inizio degli anni Sessanta. Ci mancava che fosse pure comunista!

benvenuti griffithGriffith accusò il colpo e per qualche anno vagò per i ring senza costrutto fino a conquistare il titolo mondiale dei pesi medi. Salvo che a quel punto sul suo cammino comparve l’ombra di un italiano tenace, Nino Benvenuti. Il quale nel 1968, al termine di un tris di incontri epici, vittoria-sconfitta-vittoria, gli tolse il titolo.

La favola di Griffith avrebbe potuto finire così. E invece continua, perché i guai non vengono mai da soli. Uscito dal giro, prima fece clamore per gli eccessi (sia pure nulla a confronto di Foreman, Tyson e compagnia bella), poi per una malattia terribile: l’hanno chiamata “demenza pugilistica”. Troppe botte. Avete presente Gassman e Tognazzi nel celebre episodio dei Mostri quando, ex pugili suonati, corrono sulla spiaggia inseguendo un aquilone e ripetendo “I cazzotti fanno male!”….? Be, proprio così è finita per Griffith. Anzi, peggio: perché l’altro giorno è morto nelle più totali solitudine e indigenza. Tra i pochissimi che lo hanno aiutato negli anni (anche economicamente), pensate un po’, c’è stato Nino Benvenuti: “Era mio fratello”, ha commentato ieri con dolore.

Resta la memoria, in me bambino nel 1967 e nel 1968, di un’Italia ferma, immobile, incollata ai televisori in bianco e nero davanti a un uomo bianco e un uomo nero (il colore non serviva!) che con stile e un certo affetto se le davano di santa ragione. Pensate che Paese è l’Italia: dopo l’attentato a Togliatti, la rivoluzione fu evitata grazie alla vittoria di un ciclista al Tour (Bartali), mentre il fuoco del Sessantotto venne spento (o almeno sopito per un po’) da un istriano che prendeva a cazzotti un ragazzo delle Isole Vergini. Mentre adesso siamo instupiditi solo dal Gabibbo e dal Tapiro. Non esiste più la dissimulazione di una volta, signora mia!

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