Furio Terra Abrami
Le incognite della politica dopo il voto

In fondo a destra

A una settimana dalle elezioni è tempo di bilanci. Se il berlusconismo mostra la corda (così sembra, almeno...), la sinistra deve fare i conti con la disaffezione e con le ragioni dell'astensionismo. Che cosa fare per recuperare partecipazione?

A quasi una settimana dal voto, si può ragionare a freddo e cercare di capire quali siano stati i dati più significativi di queste elezioni amministrative. In primo luogo senz’altro l’alto numero di  persone che non si è recato a votare. Per la stragrande maggioranza dei commentatori e degli analisti politici, si tratta di un fenomeno preoccupante e molto grave. Tanto grave addirittura (ma quest’argomento a dir la verità è usato soprattutto da chi ha perso) da far passare in secondo ordine l’esito delle scelte. Mi permetterei di non essere affatto d’accordo su questo argomento, e non per un motivo solo, ma per più motivi.

Bisogna ricordare che tranne qualche sussulto occasionale, l’andamento generale nei confronti dell’appuntamento elettorale è da tantissimi anni in lenta ma continua discesa e quindi il fenomeno in sé non stupisce più di tanto. Notabile invece, è in effetti lo scarto dell’astensionismo di questa tornata rispetto a quello delle elezioni precedenti. Ma non è affatto detto in fin dei conti che sia poi un male. Innanzi tutto questo è un fenomeno che al di fuori del nostro paese è –  e spesso proprio nei paesi di maggior tradizione democratica – piuttosto diffuso, e pertanto non si tratterebbe  altro che di un progressivo adeguarsi dell’Italia ai paesi contigui; adeguamento forse non commendevole, ma non tale da far temere addirittura la resistenza del tessuto democratico come sostenuto da certuni. Ma c’è di più: la mia impressione è che negli anni, anzi, nei decenni precedenti la competizione politica fosse drogata e per ragioni molto più pressanti di quelle di ora, la nostra classe politica – tutta – lavorava per spingere al massimo la partecipazione dell’elettorato anche a prescindere dai suoi (dell’elettorato) immediati interessi. È forse inutile ricordare le suorine e le vecchiette, accompagnate tremanti e moribonde ai seggi, per impedire ai cosacchi di far dissetare le loro giumente alle fontane di San Pietro. È su questo atavico sentimento, su questo vero e proprio ricatto, che hanno da sempre fatto aggio le leve del potere, o meglio, dei poteri che si sono succeduti nel tempo.

Non voglio ora entrare nel merito politico della crisi della destra italiana, ma è indubbio che proprio su questo fattore Silvio Berlusconi ha capitalizzato al massimo la sua rendita e il suo declino di consensi sta lì a dimostrare che oramai o riesce a trovare ogni volta qualche nuovo coniglio dal cilindro (l’abolizione dell’Imu…) oppure la vecchia arma funziona sempre meno. E questo perché l’elettorato è cambiato: da una parte c’è stato un semplice ricambio generazionale; molti dei suoi elettori (come anche quelli della Lega) o sono morti o sono troppo malridotti dalla vecchiaia  per votare o comunque interessarsi alla cosa; dall’altra, sia pure con vent’anni di ritardo è finalmente caduto il muro di Berlino anche in Italia, il fattore K, per cui diventano sempre più numerose le persone che non sono più disposte a dare il proprio voto per una causa ideologica o  anche solo per uno schieramento da tifosi. Non crediate che sia argomento vecchio e superato, in politica i tempi sono lunghi e i movimenti delle masse molto lenti. In Italia poi, tradizionalmente in ritardo su tutto, le cose vanno ancora più lentamente; eppoi le onde del pensiero interpretativo non possono – né devono – soffermarsi sui movimenti minimi od effimeri.

Qualche tempo fa, in occasione del primo turno elettorale e  proprio su questo giornale, Nicola Fano illustrava benissimo, e in modo molto convincente le ragioni che l’avrebbero portato a non recarsi alle urne questa volta. So che in occasione del ballottaggio ci ha ripensato. Penso però che  proprio questo apparente passo indietro della politica in Italia, dovrebbe costringere la nostra classe politica a far sempre di più i conti con le reali esigenze del paese; e penso anche che questo mutamento dipenda in fondo da noi stessi e dal nostro dare e non dare fiducia a chi ci dovrebbe  rappresentare in una maniera veramente più attenta ai nostri reali bisogni. Sta invece alla politica  sviluppare soluzioni che attirino la partecipazione o che continuino a respingerla.

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