Elisa Campana
Lettera da Londra

Will o non Will

Per la prima volta, la Shakespeare Birthplace Trust ammette la circostanza che qualcuno dubiti della vera identità dell'autore di Amleto. E lo fa pubblicando una raccolta di saggi ponderosi che vorrebbe dire la parola definitiva sulla questione: William Shakespeare era proprio William Shakespeare!

Dalla metà del XIX secolo, sono stati più di settanta i volti e i nomi attribuiti al geniale bardo di Stradford-upon-Avon. La rivendicazione che Shakespeare non abbia scritto Shakespeare sembra essere uno di quei miti flebili e inconsistenti, eppure duri a morire. Shakespeare Beyond Doubt: Evidence, Argument, Controversy è il nuovo libro della Shakespeare Birthplace Trust, disponibile da giugno, che vuole mettere un punto definitivo all’esplosiva questione.

Del bardo di Stradford-upon-Avon, considerato il drammaturgo e il cantore dell’animo umano, si ignora molto, tanto che fino a pochi anni fa non si sapeva neanche che volto avesse. Quest’aurea di mistero aleggia da tempo, le domande sono molte, se Shakespeare fosse realmente Shakespeare e se non lui, chi c’era dietro l’uomo che affascinò al tal punto Giacomo I da far sì che i Chamberlain’s Men fossero innalzati al rango di King’s Men?! Forse un personaggio autorevole, un nobile come l’Earl of Oxford, che non poteva permettersi di veder macchiato il proprio illustre nome da inchiostro e penna d’oca (da un vero nobleman ci si aspettava che andasse a teatro, non che scrivesse per il teatro). O forse altri scrittori, Francis Bacon e Christopher Marlowe, tanto per citarne alcuni tra i più gettonati.

La scomoda diatriba sulla questione della authorship ha raggiunto proporzioni tali da infastidire non poco la Shakespeare Birthplace Trust – guardiano protettore dell’immagine di Shakespeare nel mondo – da far sì che questa scomodasse vari studiosi ed eruditi (tra i quali eminenti esperti di Marlowe e Bacon) perché scrivessero una ventina di saggi nei quali si espone in modo inoppugnabile come le opere attribuite a Shakespeare siano di Shakespeare e nessun altro. “Shakespeare Beyond Doubt: Evidence, Argument, Controversy” segna un cambiamento radicale all’interno della questione shakespeariana, in quanto, per la prima volta, il “palazzo” scende apertamente in campo, riconoscendo indirettamente la presenza di questa fastidiosa spina nel fianco. Nel passato, l’“establishment” aveva sempre liquidato la questione come bazzecole di fantasiosi miscredenti e, in una celebre quanto mai infelice analogia, come un’ipocrisia paragonabile al negazionismo dell’Olocausto. Edmondson e Wells, curatori di “Shakespeare Beyond Doubt”, nell’introduzione al libro, parlano invece di un “complesso fenomeno intellettuale, degno di un’analisi oggettiva”.  Cosa ha comportato questo improvviso cambio di rotta tra gli shakespeariani più puri?

Probabilmente il fatto che nell’ultimo decennio il fronte dello scetticismo abbia ottenuto grande visibilità. Nel 2007 la pubblicazione telematica di “A Declaration of Reasonable Doubt About the Identity of William Shakespeare” fece scalpore, in quanto tra i proponenti figuravano nomi importanti come quelli di Sir Derek Jacobi, Jeremy Irons, Mark Rylance e Michael York. Ben due università, su entrambi i lembi dell’Atlantico, Brunel a Londra e Concordia a Portland, in Oregon, hanno corsi che trattano approfonditamente la questione della authorship. Nel 2011 l’hollywoodiano Anonymous, in perfetto stile “americanata”, ritraeva uno dei più grandi geni di tutti i tempi come un cialtrone avvezzo alla bottiglia, un buffone semi-analfabeta, dietro le cui sudicie vesti si nascondeva l’Earl of Oxford, vero autore delle opere oggi attribuite a Shakespeare. Per la fine di maggio è prevista inoltre la piccata risposta della Shakespeare’s Authorship Coalition conShakespeare Beyond Doubt? Exposing an Industry in Denial”.

Tra le schiere degli “anti-Stradfordian” le obiezioni sono molte, alcune fantasiose, altre più ragionate, ma, tra le tante, quella che più sorprende è che molti di questi “miscredenti” anglofoni basino i propri dinieghi sull’idea che un semplice attore, privo del cosiddetto pezzo di carta, non potesse avere tale conoscenza delle lingue classiche, tale padronanza del verso, tale duttilità della lingua, tale visione del mondo. A parte il fatto che in “Shakespeare Beyond Doubt” Carol Chillington Rutter della Warwick University precisi come nelle scuole elisabettiane si studiassero le lingue classiche con un tale rigore che uno studente di allora aveva la stessa competenza di un professore universitario di oggi, è il concetto intrinseco che risulta seccante. La convinzione che, se non si seguono tutti i rigidi step istituzionali, si è destinati a rimanere sempre e comunque dei mediocri; un concetto che dovrebbe essere alieno a un mondo anglofono campione dell’immagine del self-made man (l’uomo fattosi da sé) e che ha fatto della meritocrazia la propria bandiera.

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