Andrea Porcheddu
Il nuovo spettacolo dell'affabulatore

La Bolla di Celestini

Il nuovo spettacolo di Ascanio Celestini è un apologo amaro sulla nazione, su questa Italia che sembra aver smarrito qualunque prospettiva di futuro. E così l'attore - amaramente - quasi si dimette da italiano

Mi ricordo bene la prima volta che ho visto in scena Ascanio Celestini. Sarà stato alla fine degli anni Novanta, in un piccolo festival nelle Marche. Lavorava, allora, con Gaetano Ventriglia – un altro interessantissimo regista e attore – e presentavano uno strampalato, amaro viaggio nel mondo di Pasolini, che si intitolava Cicoria. Era una cosa breve, ancora in costruzione, ma fu folgorante. Dopo lo spettacolo cercai di incontrare i due. Erano giovanissimi, sparuti, entrambi magrissimi. In quegli anni dominava, in Italia, una corrente di teatro intellettuale e visionario, molto d’immagine. Loro arrivavano con un racconto popolare, dialettale, che sapeva di cicorietta ripassata e di cipolle, di feste paesane e di morte. Da allora, ho avuto il piacere – direi il privilegio – di seguire il percorso teatrale di Ascanio, abbiamo anche fatto un libro assieme. Ma devo ammettere che questo genio del teatro italiano non smette di sorprendermi.

Mi ricordo, ormai molti anni fa, che il mio ottuso strutturalismo critico mi spinse a consigliarli, con insistenza, di fare un lavoro dedicato a Petrolini. Lui diceva di sì, ma più per assecondarmi che per convinzione reale. E infatti se ne uscì con quel capolavoro che fu Radio Clandestina: molti lo ricorderanno, questo straordinario racconto – realizzato con Sandro Portelli – sull’attacco di via Rasella e sulla strage delle Fosse Ardeatine. Roma, di fatto, è sempre stata al centro delle indagini di Celestini: il quartiere, la borgata sono più che una dimensione geografica, semmai una forza dello spirito, un immaginario sentimentale che si travasa nella scrittura, nella prospettiva, e si fa poesia.

Forse per questo, poi, Ascanio ha cercato un confronto con i luoghi dell’alienazione umana, come la fabbrica o il manicomio (in una storia poi diventata un amabilissimo e struggente film). Forse per questo ha pubblicato un cd di canzoni che sono quasi stornelli, capaci di innovare la tradizione canora romana. Ma Ascanio, nel suo instancabile percorso, ha declinato la sua verve creativa anche in letteratura, con racconti e romanzi; nel giornalismo, in articoli in cui dà voce alle microstorie di un’Italia di provincia; o in televisione. Sono curiose, le apparizioni televisive di Celestini. Molti di voi l’avranno visto, anche in trasmissioni molto seguite e amate. Mi sembra di poter dire che lui abbia avuto la forza di non piegarsi totalmente al mezzo televisivo, anzi: ha mantenuto il suo stile, la sua cifra di narratore spesso ironico e feroce, di incantantore e affabulatore: un raccontare – popolare, anche questo, come da tradizione – sostenuto da ritmo sfrenato e aperture ad uno sguardo surreale del presente.  Forse, la televisione ha spinto Celestini a concentrarsi ancora di più proprio sui fatti del giorno, sulla politica quotidiana, sulla situazione del Paese. Se nei precedenti spettacoli declinava il suo teatro politico nelle ampie narrazioni di cui abbiamo fatto cenno, esulando spesso e volentieri da fatti e riferimenti concreti, adesso senza scrupoli cita i governanti nazionali, chiama in causa i “protagonisti” della sciatta vita politica italiana. Si inquadra in questo contesto il nuovo spettacolo di Celestini, quel Discorsi alla Nazione, andato in scena ancora in fase di “studio” – ma  con grande successo – al Teatro Palladium di Roma.

Si tratta di una requisitoria feroce, divertente e disperante: un racconto armato di parole talmente esplosive da lasciare lo spettatore – tutti e ciascuno – assolutamente sgomento.

Discorsi alla Nazione si apre con un lungo prologo, una introduzione affidata a voci registratore di “leader” presenti o passati, voci riconoscibili di politici, di figure dominanti: da D’Alema a Marchionne, da Khomeini a Berlusconi. Frammenti di interventi pubblici, arringhe, comizi. Voci che distillano potere, distanza, freddezza politica.

Poi, Celestini, salito sul palco, spiega il progetto dello spettacolo, e lentamente il “prologo” si amplia, si struttura. Viene quasi da pensare al Dario Fo del Mistero Buffo, quando le introduzioni ai pezzi duravano quanto, se non più, dei pezzi stessi. Ascanio, nel suo rigore morale, intellettuale oltre che artistico, si assume con coscienza il dovere di un teatro politico, presente, vivo. Anche il lazzo comico, la battuta, l’ironia, sono sempre aguzzi come spilli, invisibili ma dolorosi: lì per lì non te ne accorgi, ma fanno sanguinare. Celestini, dunque, mentre parla del suo nuovo viaggio creativo, fa entrare, come un fiume carsico che scorre misterioso, un monologo sull’essere di sinistra. «Io sono di sinistra, però…», dice: e quel “però” progressivamente svela contraddizioni e fallimenti della sinistra italiana. In un crescendo di verosimili paradossi, l’uomo di sinistra si svela sempre più razzista, maschilista, gretto, cattolico ben pensante, borghesuccio. Il paradosso diventa allucinante, accettabile, comprensibile, addirittura condivisibile: nella micidiale tirata, Ascanio non salva nessuno, snocciola le pochezze di un pensiero diffuso, genericamente oppositivo, ma sostanzialmente reazionario, che è il cuore di un’Italia storicamente ed eternamente di destra. Poi, con un leggerissimo cambio di prospettiva, il prologo lascia spazio a quello che  – supponiamo – sarà il cuore del nuovo spettacolo. Sono brevi monologhi, fotografie di una umanità marginale, chiusa in un fantomatico condominio. Piccoli ritratti di gente, ognuno con la sua storia, tessere di un mosaico di un futuro forse non troppo lontano: Ascanio si immagina una Nazione abbandonata alla guerra civile, in cui piove sempre. Un paese nello sfacelo talmente conclamato da non suscitare più reazione o sdegno, ma solo istinti di sopravvivenza e rassegnazione.

Questi brevi monologhi (già sentiti proprio nelle apparizioni tv di Celestini) sono intervallati da una surreale conversazione telefonica, che si ascolta fuori campo, di una donna con un portiere: lei è bloccata in casa perché un cadavere ostruisce l’uscita, l’altro, filosofeggiando, le spiega la situazione. Sono tutti in attesa dell’apparizione del nuovo dittatore, del suo discorso alla nazione. Diceva qualcuno che gli italiani sono un popolo che ha sempre aspettato un’apparizione dal balcone: l’annunciazione, piazza Venezia, la piazza di San Pietro, e la gente giù, ad osannare. Così appare anche il neo dittatore di Celestini: look anni Settanta, parla a nome delle classi dominanti. Di quelli che, sempre nella storia, hanno avuto il potere. E parla alla “sinistra”, ai lavoratori, ai contadini, ai rivoltosi, ai proletari, per spiegar loro – con commovente cinismo – quanto nulla sia cambiato, nonostante le “belle” parole create proprio da loro, da quelli di sinistra: parole come “lotta di classe”, ad esempio, completamente disattesa propri da chi l’ha inventata. E immagina addirittura un “governo Gramsci” – un passo di grande poeticità, addirittura commovente – in cui il politico sardo dà incarichi a persone certo diverse da quelle attuali. Moltiplicando il paradosso, Celestini fa ridere proprio svelando i meccanismi della storia:  raccontandola dal punto di vista di chi, nonostante tutto, è ancora – e sarà sempre – al potere. E dunque il tiranno, osannato, sarà nuovo e uguale a chi l’ha preceduto: l’unica differenza è che i predecessori sono morti, e lui, vivo, ne continua il potere. Non c’è speranza, sembra dire Celestini, di cambiare veramente le cose in questa Nazione. Lo dice con coraggio e determinazione, mettendosi in gioco in quella che è anche – e forse soprattutto – una (auto)critica intellettuale ed emotiva che tutto e tutti coinvolge. Non si salva nessuno, qua: e arriva pure a cantarlo, con una canzoncina lieve e ironica che mette fine allo spettacolo. Un motivetto antico, quasi alla Petrolini, che schianta ogni residuo d’ottimismo: un “inno” al bastone e alla carota, veri motori di questa Italietta sgangherata.

(una parte di questo articolo è già stata pubblicata su Linkiesta.it)

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