Flavia Gasperetti
A proposito del film di Sorrentino

Dialogo sulla Bellezza

In occasione dell'uscita della "Grande bellezza" pubblicammo questo gioco (semiserio) sulle manie dei recensori, sui vizi dei giornalisti che credono di fare tendenza e sugli scrittori che si inventano (cattivi) poeti. Insomma, sul distacco tra analisi critica e i gusti del pubblico. Lo riproponiamo intatto dopo il trionfo del film ai Golden Globe

– Ti vedo pensierosa in questi giorni, cos’è? Sei preda si uno spaesato senso di solitudine intellettuale o ti hanno dato fastidio i peperoni?

– Non lo so, ma se proprio volessi scandagliare gli abissi del mio rimosso, direi che ciò sia dovuto all’incomprensione che provo di fronte alle reazioni della critica italiana al nuovo film di Paolo Sorrentino…

– Ah, ma potevi dirlo prima! Ti senti la sfigatella della classe, l’unica che ascolta Baglioni mentre tutti inneggiano ad una qualsiasi definitiva band indie americana che dopo di lei il diluvio

– Oh be’, se la metti su questo piano non sono poi così sola e sfigatella, la critica internazionale a Cannes ha osannato La Grande Bellezza. Sono sfigatelli pure il Guardian e Le Monde?

– Ma quelli sono stranieri, subiscono il fascino della Roma da cartolina, è tutto “molto pittoresco”

– Mi stai dicendo che le recensioni del Guardian le scrive la romantica donna inglese impersonata a suo tempo con successo da Enrico Montesano?

– Non fare la permalosa solo perché il film ti è piaciuto e agli altri no. Entra nel merito! Dibatti! Confuta!

– Non so sa dove cominciare…ho l’impressione che ci siano troppi sublimi teorici del “meh” in giro. Persone che devono essere controverse a tutti i costi. È vero, non devono esistere i mostri sacri, gli intoccabili per statuto. Però si arriva al paradosso: un film tanto meno è ambizioso e più l’accoglienza è benevola. Quando un regista comunica l’impressione di prendere sul serio quello che fa ecco levarsi un sinistro rumore di sciabole.

– Ahò guarda che persino qui a Succedeoggi il mirabile Alessandro Boschi ti ha cassato la Grande Bellezza, stai dicendo che è un corteggiatore della controversia anche lui?

– No, perché Boschi quando un film gli piace molto non lesina il suo entusiasmo, io parlo di quelli a cui non piace mai niente.

– Però Boschi ha scritto “Ci è anche venuto in mente di suggerire a Sorrentino che un film può essere un buon film, un ottimo film, anche senza essere un’opera d’arte assoluta.” Dì la verità, non ti è andata giù.

– Diciamo che avrei voluto dire a Boschi che ha ragione, un regista non deve necessariamente fare di ogni film un’opera d’arte assoluta. Io però sono molto contenta che qualcuno ogni tanto ci provi.

– Ma non sarà semplicemente che tu sei una fan di Sorrentino, che voleva amare questo film a tutti i costi e non c’è riuscita? Non sarà che le critiche ti amareggiano perché in fondo sei d’accordo anche tu?

– Uffa. Io non ho detto che La Grande Bellezza sia il suo film più riuscito, né che sia perfetto. Però, almeno fino all’entrata in scena della Santa che mangia solo radici perché le radici sono importanti (chissà poi come le mangia, non c’ha un dente in bocca) e dei fenicotteri fotoscioppati mi sono divertita. Io a Paolo Sorrentino finisce che perdono quasi tutto, perché sospetto che sia mosso da sentimenti di cui si vergogna.

– Cioè?

– Sospetto che Sorrentino sia un cuore di panna, un sentimentalone tremendo che con i suoi personaggi cerca di rappresentare cose molto intime e molto poco cool, come la solitudine, la vecchiaia, lo struggimento delle cose perdute. Però, siccome si vergogna, siccome vuol’essere regista serio che spariglia ai festival, le ammanta di pretenziosità, di racconto visivo che cerca la sofisticatezza a tutti i costi. Ecco, io non posso non empatizzare con uno così, uno che ha talmente paura di fare del sentimentalismo che si costringe a scatenare un arsenale di carrellate oniriche e musica electro-pop per coprirsi le spalle.

– Va be’ ho capito, non te ne frega nulla di criticare il film, nemmeno di difenderlo. Tu vuoi metterti qui a fare la critica ai critici. A Teledurruti, Fulvio Abbate dice che in questo film non c’è Roma, è una Roma che non esiste, di feste che non esistono. In pratica un tentativo di affresco che però dipinge una realtà inesistente.

– A me viene il dubbio che Abbate semplicemente non lo invitino alle feste. Per carità, nemmeno a me. Ma da lì a postulare che se nessuno mi invita è perché queste feste non esistono mi pare protervia. Ma siamo poi sicuri che La Grande Bellezza sia questo affresco che dite? La Roma del film è paesaggio psichico, sogno lucido del protagonista (e del regista) non è la città vera. Infatti per strada non c’è mai nessuno, solo suore e bambini dall’aria sinistra. Praticamente è David Lynch. Né sono convinta che questo film voglia porsi come devastante critica sociale sulla Roma odierna. I personaggi che popolano i festini di Sorrentino non sono l’attualità, non sono i motori di nulla. È un caso che tra loro non ci siano politici, imprenditori, palazzinari? Secondo me no. Sono quasi tutti degli ex-qualcosa, o persone che non sono mai riuscite a diventare quello che volevano. La finestra delle opportunità, piccola o grande che fosse, per loro si è chiusa; chi può va alle feste, chi non può (come il personaggio interpretato da Carlo Verdone) torna al paesello. Questo campione umano difficilmente è rappresentativo di altro se non se stesso, ma sfido chiunque a dimostrare che non esiste. Il problema, semmai, è dare per scontato un giudizio negativo, osservare il freak show presentatoci da Sorrentino e vederci una stigmatizzazione a tutti i costi. C’è in tutti questi personaggi, anche quelli non molto riusciti o schematici, una sorta di vitalismo ingordo che un po’ mi commuove. Questi non fanno finta di divertirsi per esorcizzare chissà quale vuoto, questi si divertono davvero, alla grande. Su tutti, Toni Servillo/Jep Gambardella. Qual è in fondo suo problema? Che non ha più scritto un libro dopo il suo promettente esordio letterario conseguito decenni prima? Ebbene, al termine del film eccolo che torna alla scrittura. Il problema, se c’è, NON è il suo andare a troppe feste, circondarsi da persone orribili e scoprirsi un bel po’ orribile anche lui. La sua agnizione, quale che sia, non è questa. La vita di Jep Gambardella è una grande bellezza anche se è mostruosa, come la vita di tutti, e Paolo Sorrentino non ha per statuto il dovere di essere moralista quanto noi.

– Tu svicoli sapendo di svicolare. Parliamo di Guia Soncini. Ora dimmi che Soncini non ha ragione quando dice che il film è “il pasticcio velleitario di uno che scrive diegetica col compiacimento di «Mamma, guarda, i soldi del Centro sperimentale non sono andati sprecati, mamma, guarda quante parole difficili so».

– Sì, è un pasticcio. Ma secondo me non è un pasticcio di quelli che a metà film te ne vuoi andare. Manca di linearità, scola in ogni direzione ma mantiene una sua energia centripeta che tiene insieme anche gli schizzi. Quanto al velleitarismo, te l’ho detto, per me il velleitarismo ha un valore. È meglio fallire ponendosi smisurate ambizioni che fare con rassegnata competenza un filmetto. Velleitarismo e presunzione saranno anche fastidiosi in un film non perfettamente riuscito, ma sono serviti a fare Il Divo e L’Uomo in più.

– Sei una cerchiobottista. Invece di dire che non sei d’accordo con Soncini, esiti su questa linea del “tutto vero però…”

– E come oso non essere d’accordo con Soncini? Costei dice sempre il vero, ci sono film che non ho visto perché per sbaglio ho letto prima un suo post e non volevo correre il rischio di far parte di quell’umanità irredimibile che magari apprezza un film senza rendersi conto che nella citazione di Céline in apertura, l’accento sulla ‘e’ era grave e non acuto. A Soncini, diciamola tutta, non piace quasi niente ma è bravissima a convincerti che le foto fatte con lo smartphone dalla moglie di Jovanotti mentre accompagna i bimbi a scuola sono inarrivabile eccellenza artisica, ma un film di Sorrentino in cui l’accento sulla “è” è scritto male, è un pasticcio velleitario.

– Va bene, ti stai nascondendo dietro ad un dito. Critichi in maniera speciosa tutti coloro che accusi di speciosità. Adesso non puoi più nasconderti, calo l’asso piglia tutto: Nicola Lagioia su Minima & Moralia. Mo’ ti voglio.

– Uhm…

– Esiti, eh?! Vigliacca!

– Vedi, c’è un problema. Anche Lagioia apprezza i film di Sorrentino. Per cui come posso non essere concorde con lui quando dice che questo ultimo è inferiore ai precedenti? Ha ragione. Però Lagioia stesso in parte ammette che pensava di stare per vedere un’altra cosa: “Avevo enormi aspettative su questo film sin da quando doveva farlo Matteo Garrone, e aveva ingaggiato Walter Siti (incontrato dal sottoscritto un mercoledì sera di qualche tempo fa al rione Monti, scuro in volto a causa del progetto sfumato) per scrivere un film su Fabrizio Corona che era poi un parlare per slogan a proposito del film sull’Italia cafonal di questi anni che nessuno aveva ancora realizzato.” Ecco, un film di Matteo Garrone e Walter Siti su Fabrizio Corona sarebbe bellissimo ma, sarebbe appunto, un altro film. Vogliamo imputare a Sorrentino la colpa di non essere Garrone e di non aver ingaggiato Siti per scrivere un film che non parla di Corona?

– Ma Lagioia parla di sindrome di Stoccolma al contrario, di Madame Bovary scritto da Emma, e dice che la cinematografia del film è, quando va bene, ridotta a “videoclip o forse meglio a un saggio davvero molto buono di videoarte sponsorizzata da una casa di moda”. Addirittura dice che il film è “annegato per tre quarti nell’autocompiacimento e in tutto ciò che può essere preso in prestito da un bello spot Jägermeister girato tra villa Medici e il Lungotevere degli Anguillara”.

– E che gli vuoi dire? Lui ne sarà pure convinto ma questa è iperbole pura. Il giorno in cui la Jägermeister si mettesse davvero a fare pubblicità così sarebbe la volta buona che cambio marca di amaro. La Grande Bellezza sarà anche, come dice Lagioia, il brutto film di un regista di talento. Ma questo lo rende comunque migliore del più compiuto film di un regista mediocre.

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