Alessandro Marongiu
Il nuovo libro dell'autore di "Pastorale Americana"

Roth, fatti e parole

Letteratura o autobiografia? Una vita vista dal buco della serratura o un'occasione di riflessione sulle ragioni dell'arte? Risponde l'alter ego di Nathan Zuckerman

Ci si aspetterebbe legittimamente, da uno scrittore alle prese con un libro in cui racconta di sé, che l’attenzione fosse tutta per le parole. E invece Philip Roth spiazza il lettore fin dal titolo, I fatti (Einaudi, 212 pagine, 18,50 euro), complicando le cose con il sibillino sottotitolo “Autobiografia di un romanziere” – che è tale, cioè sibillino, poiché è ben noto quanto dell’esperienza di vita dell’autore di Pastorale americana sia entrato nella sua opera già dalle prime prove di fine anni Cinquanta. Il perché di una simile scelta lo spiega lo stesso Roth nelle pagine iniziali in cui si rivolge al suo alter ego letterario Nathan Zuckerman: dopo un banale intervento chirurgico a cui seguì un decorso particolarmente drammatico, nel 1987 Roth ebbe un esaurimento nervoso, trovandosi «sull’orlo della dissoluzione emotiva e mentale».

Di qui la necessità di ripercorrere a ritroso la strada fatta fino a quel momento alla ricerca di quanto credeva di avere ormai perso, ovvero la sua vita: l’unico modo per farlo fu tornare ai fatti, alle vicende e agli incontri concreti, così come si erano svolti prima che la creatività li trasformasse in letteratura.

Non sorprenderà che, essendo Roth il grande autore (autobiografico) che è, il contenuto di questo libro vada ben al di là di una mera registrazione degli episodi salienti del suo passato: il sottotitolo che si richiamava prima e l’indirizzarsi a Zuckerman infatti non sono che un avviso che il gioco di specchi è molto più complicato (e interessante). Ogniqualvolta lo scrittore descrive l’ambiente famigliare, il rapporto con la cultura ebraica, l’educazione scolastica, gli amori più o meno importanti, è sempre per indicare, apertamente o tra le righe, come questi tasselli della sua biografia siano stati origine di un racconto, di un capitolo, di un romanzo.

Ed è così che per chi legge I fatti perde la dimensione di buco della serratura da cui spiare voyeuristicamente i casi di Roth, per diventare l’osservatorio privilegiato da cui capirne più a fondo l’arte.

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