Lidia Lombardi
Itinerari per un giorno di festa

Manieri d’Irpinia

Viaggio nei castelli della provincia più austera della Campania, terra appartata di cavalieri, vassalli, letterati, zappatori. Dal Castello Ducale di Bisaccia a quello di Ariano Irpino firmato d'Angiò, dalla mole di Taurasi al finto ed eclettico Castello di Lauro. Uno scenario che onora l'Italia minore e che dovrebbe essere preferito alle abusate mete

Sessanta torrette rosse sulla cartina geografica. Sono gli altrettanti castelli dell’Irpinia, la provincia più austera della Campania. Anzi, man mano che si procede con i restauri e le riaperture al pubblico, il numero aumenta in questa terra appartata, di cavalieri, vassalli, letterati, zappatori. Di guerre e assalti, danze e giostre. I manieri di principi e baroni dominano le valli e dall’alto dei bastioni immagini signorotti che scrutano l’orizzonte, in attesa di un nemico che non arriva mai, come in un buzzatiano Deserto dei Tartari. In queste parti dominarono Normanni e Angioini. Passò e visse Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi che con la fortezza pentagonale di Castel del Monte, nella confinante Puglia, ha lasciato la propria impronta anche sulla moneta da un euro. Il Castello Ducale di Bisaccia, a nordest di Avellino, era la tenuta di caccia del re svevo. Buen retiro sorto su una fortificazione dei tempi di Augusto, assembla i tratti arcigni dei muri esterni con la grazia umanistica dei cortili, con loggiati che offrono riparo dal sole a picco e si fanno belli di slanciate colonne. L’imperatore incontrava qui i poeti della scuola siciliana ma nel ‘500 Giovan Battista Manzo, intraprendente letterato, vi teneva banchetti culturali. Ai quali si saziò Torquato Tasso.

L’impronta di Carlo d’Angiò è nel Castello di Ariano Irpino. Quattro bastioni, pianta a trapezio, corridoi nello spessore delle mura ne fanno un’immagine tipicamente medievale. Del resto, la fondazione è longobarda, il rifacimento, seguito alla distruzione nel 1255, è firmata d’Angiò, l’ampliamento, nel Quattrocento, da Ferrante d’Aragona. Incanta per la posizione e l’aspetto di rudere il maniero di Avella (nella foto), che dista 24 chilometri dal capoluogo, vicino al confine con la provincia di Napoli. Dice la tradizione che i longobardi lo innalzarono sui resti di un tempio dicatum ad Ercole. La suggestione dell’eroe mitico ben s’adatta alla maestosità di questo che era tra i più grandi complessi fortificati della Campania. E infatti la sua posizione, alta sulla collina di Avella, facilitava il controllo del territorio a 360 gradi. Adesso che i nemici sono solo spettri nella fantasia di qualcuno, domina un itinerario naturale che onora l’Italia minore e che cittadini del Bel Paese e turisti stranieri dovrebbero preferire alle abusate mete.

Una cittadella è la mole di Taurasi: mille metri quadrati che si snodano nell’esterno di pietra lungo una gentilizia scalinata al centro del paese. Le finestre incorniciate di travertino, i piccoli balconi in ferro battuto, il portale con lo stemma degli ultimi proprietari – i Gesualdo della Casa d’Este – non dicono dei feudatari che si sono succeduti in oltre cento secoli, come in molti altri antichi edifici irpini: longobardi, normanni, angioini, aragonesi.

Il Castello di Sant’Angelo dei Lombardi (nella foto), in cima al paese antico, è del X secolo. Posizione strategica per difendere il territorio, così lo vollero i Longobardi. Attenuarono l’aspetto militare i Normanni, che se ne impossessarono nel 1076. Ma il principe Caracciolo nel XVI secolo e l’omologo Placido Imperiale nel 1768 ne fecero residenza gentilizia tout court, spostando dal lato occidentale a quello meridionale il principale varco di accesso. Nell’Ottocento fu carcere, tribunale, archivio notarile. Nel 1980 il terremoto lo toccò gravemente. Ma la sua importanza permise ristrutturazione e nuova apertura. Ora è la dimostrazione di una ricostruzione virtuosa e anche il simbolo delle potenzialità del territorio, come dimostrerà il 16-17-18 agosto l’esposizione del progetto internazionale “Castelli d’Irpinia” nel maniero di Gesualdo, riaperto al pubblico nel 2015.

Infine, un’altra vicenda architettonica e storica esemplare: il finto ed eclettico medioevo nel Castello di Lauro. Sorse nel Mille, fu bruciato nel 1799 dagli invasori francesi, ricostruito un secolo dopo dal principe Filippo Lancellotti, al quale piacque mischiare gotico, Cinquecento e barocco. Sarebbe perfetto per un set cinematografico. Come molti altri dei fieri manufatti irpini. Se ne contano adesso 78 ma il numero include anche resti tanto disastrati e piccoli da rendere impossibile il recupero. Ma pezzi di muro, tronconi di torri, brandelli di recinzioni nelle solitarie e aride alture sono affascinanti monoliti del passato che meritano un viaggio di conoscenza.

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