Lidia Lombardi
Itinerari per un giorno di festa

Luce sul Foro Boario

Breve ritorno alla “dignità urbanistica” (dal 25 maggio al 2 giugno) del mirabile contesto che è il cuore di Roma antica. Grazie al “Watch Day” che renderà possibile apprezzare, con vista dai ponteggi, il restauro dell’Arco di Giano, frutto di una esemplare collaborazione…

Lo spicchio della Roma più antica, là dove convogliarono le prime tribù e si tirarono su le prime capanne, è un crocevia oggi pressappoco ignorato. La larga via Petroselli è come un’autostrada, auto in colonna al semaforo sull’incrocio tra lungotevere e Circo Massimo. Le torme dei turisti del petit tour – leggi il soggiorno mordi e fuggi – si sorbiscono le ore di fila, sotto il sole o la pioggia, per l’abusato rito alla Bocca della Verità, secondo loro principale attrattiva della medievale chiesa di Santa Maria in Cosmedin: infilare la mano nel mascherone per vedere l’effetto che fa. E spararsi un selfie, felici di non essere morsi dal mostro in pietra, ché vuol dire niente bugie propagate durante l’esistenza di ciascuno di loro.

Invece sono snobbati, al massimo una breve sosta, i monumenti attigui, gioie incastonate nella “corona” del Foro Boario, appunto la vallata tra Palatino e Aventino, là dove le rive del Tevere, paludose attorno all’800 avanti Cristo, accolsero la cesta con i mitici gemelli, Romolo e Remo. Si chiamano Tempio di Ercole (una volta detto erroneamente di Vesta) e Tempio di Portuno, Arco di Giano e Arco degli Argentari, chiesa di San Giorgio in Velabro. Divisi, si diceva, a causa dell’“autostrada” Petroselli. Dalla quale li rende inaccessibili una cancellata che dal ’93, dopo l’attentato al Velabro, ingabbia l’Arco di Giano.

Foro 1Un peccato che cotanta ricchezza artistica, mitologia e storica resti in disparte. Il Foro Boario fu il primo mercato della neonata Urbs. Qui era possibile l’unico guado del Tevere e dunque il passaggio dei commerci da Nord a Sud. Qui, più tardi, si fermavano le imbarcazioni che da Ostia risalivano il “biondo fiume” portando sale, spezie, sete, merci da tutto il Mediterraneo. Qui si mischiavano le genti del mondo allora noto. Ma per fortuna dal 25 al 2 giugno si accenderanno i riflettori sul Boario: in senso reale, non metaforico. Perché da una parte si festeggia il ventennale della collaborazione tra Soprintendenza Speciale Archeologica di Roma e World Monuments Fund-American Express che regala restauri anche alla nostra Capitale; e dall’altra si rendono pubblici i risultati del cantiere per il risanamento dell’Arco di Giano, finanziato appunto dal WMF con 215 mila dollari che vanno ad aggiungersi ai 100 mila euro stanziati dalla Soprintendenza. La somma basta alla ricognizione del monumento, alla definizione delle tecniche più adatte a restaurarlo e alla realizzazione del restyling di uno dei quattro poderosi pilastri, quello a Ovest, in vista Tevere.

Dal tramonto del 25 maggio a quello del 2 giugno il Foro Boario sarà dunque artisticamente illuminato. Il 26 maggio, Watch Day, si terranno un laboratorio didattico per la scuola elementare intitolato Dal fiume al colle, la proiezione di un cortometraggio sui lavori e, alle 19, un concerto per arpa e violino. Durante tutta la settimana visite guidate (da prenotare attraverso www.coopculture.it) condurranno romani e turisti sui ponteggi del poderoso Arco di epoca costantiniana, mostrando da vicino i risultati della prima fase di interventi: i marmi liberati delle erbacce (perfino da un fico e cespugli di capperi spuntati dalle crepe), consolidati nelle parti mancanti, puliti dallo smog e dai licheni, soprattutto resi indenni dallo scolo d’acqua dalla copertura, «restaurata in passato con sampietrini, bitume e pendenze, come una strada che la pioggia allagava», avverte Maria Grazia Filetici che con Mirella Serlorenzi dirige il progetto di restauro.

Foro 3Il quale ha già dato una conferma sull’origine del manufatto. «Il registro degli edifici della città compilato nel IV secolo d.C. lo chiama Arcus Divi Constantini – spiega Filetici. Il riscontro lo abbiamo trovato ora: su un blocco marmoreo ripulito l’incisione Cos certifica che è un Arco onorario per l’imperatore fattosi cristiano. A costruirlo, dopo la sua morte, furono i figli». Che c’entra allora Giano? «Lo chiamarono così gli studiosi di antiquaria del Rinascimento interpretando i quattro ingressi dell’arco come la specularità delle due facce del dio Giano». Tante suggestioni rimanda il monumento: è collocato sopra la Cloaca Maxima e, come detto, nel sito della nascita di Roma. E se decadde quando altre diventarono le vie del commercio della caput mundi, il manufatto, costituito di materiale di recupero di precedenti edifici, rimase tuttavia integro grazie ai Frangipane, che nel Medioevo ne fecero fortezza come per uno spicchio del Colosseo, mentre i templi di Ercole e Portuno divennero chiese. I secoli “bui” però si impossessarono delle 48 statue che ne decoravano le nicchie con semicupola a conchiglia: triturate, servirono per altre imprese edilizie.

Ma intriga, salendo sui ponteggi, riscoprire sui marmi riutilizzati e capovolti, le decorazioni originarie. Poi lo scorrere dei secoli condusse al parziale interramento dell’edificio. Tornò alla luce nel 1827: durante questo intervento – allo scopo di togliere le aggiunte di epoca successiva – venne asportato anche l’attico, del quale rimaneva solo il nucleo di mattoni e per questo ritenuto medievale, ma originariamente di marmo, come tutto il resto. Il rifacimento della copertura si è dunque mostrato fondamentale. L’attesa adesso è l’attuazione del progetto già proposto al commissario Tronca e rilanciato dal soprintendente Prosperetti: eliminare almeno tre lati della cancellata che isola l’Arco e istituire un varco controllato da via di San Teodoro, ridando dignità urbanistica al mirabile contesto che affianca antichità romane alla chiesa medievale del Velabro. Intanto, godiamoci il programma Watch Day, esemplare per le italiche pastoie burocratiche.

Foto © Enrico Fontolan

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