Nicola Fano
La morte del grande critico

Addio a un Maestro

Addio a Leone Piccioni, testimone di una stagione feconda e seria della storia d'Italia e delle sue idee. Lo ricordiamo ripubblicando una intervista di qualche anno fa nella quale faceva un po' il bilancio della sua vita di intellettuale e di animatore culturale

Ci ha lasciato un Maestro: Leone Piccioni è morto ieri sera, quando aveva appena compiuto novantatré anni, giacché era nato a Torino il 9 maggio del 1925. La sua uscita di scena, lieve e defilata, come era nel suo stile, lascia un vuoto nel mondo della cultura italiana poiché era un po’ l’ultimo baluardo di una stagione sapiente e triturata, ormai, dalla fretta e dall’ignoranza. Ma lascia un vuoto speciale in noi di Succedeoggi perché i suoi consigli, oltre che le sue riflessioni, sono sempre stati presenti dentro queste pagine. Per ciò lo abbiamo sempre sentito un po’ il nostro nume tutelate, uno dei lari di questa piccola casa della cultura. Chi vorrà, domani, 17 maggio, potrà salutarlo a Pienza, la cittadina toscana che aveva scelto come suo luogo dell’anima. Noi lo ricordiamo ripubblicando una intervista di qualche anno fa nella quale, a cuore aperto come sempre, ci rivelò qualche suo segreto.

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Come è stato possibile che un critico letterario affermato, conclamato, potesse diventare direttore del telegiornale? Leone Piccioni sorride. È divertito, anche se non vorrebbe farmelo notare troppo. Poi fa la faccia sorpresa: «E quand’è successa una cosa del genere?». Nel 1959, quando lei venne nominato direttore del telegiornale, professore.

Udite udite: è successo davvero e non eravamo sulla luna, eravamo in Italia. C’era la Dc e c’erano i comunisti; ma c’era anche la cultura. E aveva buona stampa e buona considerazione generale: si pensava che il termine «intellettuale» non fosse una parolaccia, non fosse sinonimo di «parassita sociale», come si crede oggi dopo la cura berluscon-bossiana alla cultura. «Sapere le cose era d’aiuto, anche se io ero stato assunto dalla Rai nel 1946 come praticante. E lì alla Rai ho fatto tutta la carriera e tutta da interno: da praticante fino al vertice. Alla fine mi hanno voluto nominare vicedirettore generale. Ma come interno: ho fatto tutta la carriera come un dipendente della Rai». Oggi sarebbe impensabile: non che non ci fosse la politica in Rai… ma non veicolava solo interessi. E le competenze contavano. Come dire? Oggi nel consiglio d’amministrazione della Rai, sia pur formato da degnissime persone, non è facile rintracciare una certa qual specificità legata al mondo della cultura o a quello della comunicazione; all’epoca, capitava che un direttore di Tg contemporaneamente buon giornalista, allievo di Giuseppe De Robertis e Giuseppe Ungaretti e di solida preparazione politica fosse ritenuto più adeguato di un professionista in grado solo di garantire questo o quel leader di partito. Va bene, ma cominciamo dall’inizio.

Piccioini UngàQuante vite ha vissuto, professor Piccioni? Novant’anni oggi. Critico letterario, docente, allievo esegeta e infine biografo di Giuseppe Ungaretti, poi giornalista, direttore del Telegiornale, appunto, dirigente della Rai, figlio dell’ex segretario della Dc (Attilio), fratello di un grande musicista (Piero): ce n’è per spiazzare chiunque. Leone Piccioni sorride, cerca il filo per iniziare la nostra conversazione. Lo trova. «In verità io ho cominciato l’università alla facoltà di Legge. A Firenze. Anche mio fratello studiò legge. Mio padre aveva uno studio legale molto buono, con sede a Pistoia e a Firenze: sicché pensava che io e mio fratello avremmo seguito le sue orme. Mio fratello fece tutto il corso degli studi in legge, ma poi fu travolto dal suo grande amore, la musica e la cosa finì lì. Io cambiai idea dopo il primo anno. Conobbi Giuseppe De Robertis, questo modificò il corso della mia vita: lui mi affascinò subito e mostrò per me un certo interesse, tanto che piantai Legge e mi iscrissi alla facoltà di Lettere. A Firenze c’erano professori fuori dall’ordinario, in quel momento: a parte De Robertis, c’era Momigliano per l’Italiano, c’era Longhi per la Storia dell’Arte, c’era Devoto per la Storia della Lingua…».

Assecondato il brivido d’invidia che percorre a questo punto chi conosce tali grandi maestri (sul concetto di Maestro torneremo…), bisogna spendere qualche parola in più per chi non li conoscesse. Giuseppe De Robertis: critico letterario, direttore della Voce letteraria, grandissimo studioso di Leopardi. Arnaldo Momigliano: italianista illustre, animatore dell’Enciclopedia Italiana, cacciato dal fascismo a seguito delle leggi razziali, insegnò a Oxford. Roberto Longhi: maestro assoluto della critica d’arte nel Novecento. Giacomo Devoto: linguista, sul suo Vocabolario della Lingua Italiana (scritto con Gian Carlo Oli) si sono formate generazioni di italiani. Pausa di riflessione: non è questione di nostalgia, ma l’Italia del dopoguerra (di quella si parla) aveva chiara la propria voglia di edificare se stessa, di costruire nuovi modelli in cui rifluire il passato comune (depurato dalla confusione, dalla retorica e dalla finzione fascista) e cercare nuove ragioni di identità condivisa. E oggi? Oggi l’ignoranza genera odio, non contrapposizione di idee e modelli. «Quel che mi colpisce – dice Piccioni – è che non sembra ci siano margini per ritrovarsi dentro valori comuni. Anche noi cattolici liberali, con i crociani e con i marxisti eravamo divisi spesso in modo durissimo. Ma poi sui valori ci si riuniva tutti. E oggi?».

Piccioni NenniOra, vorrei evitare la retorica della Ricostruzione, dell’aprile Quarantotto, della contrapposizione violenta. Professor Piccioni, su quali valori eravate divisi? «Nessuno!», mi ripete ancora una volta. «Cioè, sui grandi valori eravamo tutti d’accordo. Non eravamo d’accordo sui libri da leggere. E soprattutto su come dovessero essere letti». C’erano due schieramenti contrapposti… «Non è esatto: di schieramenti ce n’erano tre. C’erano i marxisti, c’erano i crociani e c’eravamo noi». Bene! Facciamo un po’ di chiarezza, allora: la retorica – appunto – parla sempre di comunisti e anticomunisti: mi par di capire che le cose siano un po’ più complesse… «Come sempre, del resto. Allora: c’erano i marxisti, che volevano leggere la letteratura e l’arte secondo i dettati storicistici. Nel senso che prima c’era la storia (e la storia dei rapporti economici fra le classi) e poi l’estetica. Poi c’erano i crociani, per il quali prima c’era l’estetica, il contorno filosofico che dava sostegno all’ispirazione e solo questo dava il valore dell’opera. Poi c’eravamo noi». Voi chi? «Tutti gli altri: diciamo così, i cattolici liberali. Noi pensavamo che occorresse creare una letteratura nuova; e che per farla, servissero strumenti e un metodo critico nuovo. Volevamo costruire un mondo nuovo nel senso che, nel solco dell’impegno cristiano, ci sembrava che il contrasto ideologico che era sfociato nel fascismo (e nell’antifascismo) dovesse essere lasciato alle spalle».

Insomma, siamo a Roma subito dopo la Guerra e comincia il rapporto di Leone Piccioni con Giuseppe Ungaretti: un rapporto che segnerà la sua vita. «Io ammiravo profondamente Ungaretti: lo consideravo il più grande poeta della mia giovinezza… e anche lui mi prese in simpatia. Ci fu molta confidenza, tra noi». Confidenza fondata su cosa? «Sul modo di leggere la vita, sul modo di vivere la poesia e gli scrittori. Conservo moltissime lettere di Ungaretti (pubblicate nel 2013 nel libro L’Allegria è il mio elemento, a cura di Silvia Zoppi Garampi, edito negli Oscar Mondadori, ndr). Lui odiava il telefono, e allora anche se ci eravamo visti e avevamo discusso fino a poco prima, lui tornava a casa, prendeva carta e penna e mi scriveva». Ungaretti segnò anche – come dire? – politicamente Leone Piccioni: il grande poeta venne accusato, dopo la caduta del fascismo, di aver prestato giuramento al regime. Come la quasi totalità dei professori universitari italiani. Per altro, Ungaretti negli anni più bui per l’Italia aveva scelto una sorta di auto-esilio in Brasile. Senza contare che comunque era il più grande poeta italiano vivente… Tutto ciò non bastò a garantirgli la cattedra di Letteratura italiana all’Università di Roma: il suo incarico venne revocato come quello di tanti altri per la medesima ragione. «Ministro dell’Istruzione, all’epoca era Guido Gonella: io ero abbastanza in confidenza con lui, sicché cercai di parlargli di Ungaretti, di fargli capire che all’Università durante il Ventennio non è che tante cose fossero chiare… Gonella decise di combattere la decisione presa dal Consiglio dell’Università: si rivolse direttamente alla facoltà di Roma e chiese ai professori se volessero o no avere con loro Ungaretti. Naturalmente tutti furono favorevoli a Ungaretti». Va bene, ma i crociani, chi erano? «Guido De Ruggiero, Adolfo Omodeo, Luigi Russo… non erano marxisti, semmai di derivazione azionista, ma anche loro si schierarono contro Ungaretti. Anche se i più duri furono i comunisti. Nella commissione, a rappresentare il Pci c’era Mauro Scoccimarro che, oltre a votare contro il ritorno di Ungaretti all’Università, investì della questione anche il Parlamento, sicché Gonella dovette affrontare anche delle polemiche direttamente politiche».

Piccioni PeaÈ interessante, parlando con Leone Piccioni, annotare il suo uso del pronome “noi”. C’è un senso di solidarietà ideale difficile da capire oggi ché siamo sottoposti a un carico d’odio non indifferente: oggi il “noi” ha un senso solo come raggruppamento in guerra, “noi contro loro”. Mentre Piccioni parla di “noi” come fosse la sua famiglia d’ideali, e di “loro” come di un’altra famiglia, quella dei dirimpettai… «Ci fu un grande intellettuale che amava attraversare gli schieramenti. Era Giacomo Debenedetti, il grande critico. Era marxista, sì, legato a Gramsci che era il faro dei marxisti di allora, ma nella sua storia aveva qualche ombra, a detta dei suoi compagni di partito. Aveva scritto un saggio sulla “prosa metallica” di Mussolini… e sotto il regime si guadagnava la vivere scrivendo i testi della Settimana Incom, vale a dire il primo stadio della propaganda fascista. Ma era un grande critico. Ci frequentammo per molti anni, finché non ci fu un incidente con Ungaretti. Debenedetti si era occupato molto di Saba, di Montale, ma di Ungaretti no. Ci fu un concorso universitario: nella commissione, tra gli altri, c’erano professori come Ungaretti, Sapegno… tra i candidati invece c’era Debenedetti che come titoli non aveva rivali, ma fu bocciato, perché gli votarono contro sia Ungaretti sia Sapegno. Così, quando poi incontrai Debenedetti mi disse: “Hai visto il tuo Ungaretti, come mi ha trattato?” D’altra parte, gli dissi, tu lo hai sempre ignorato… Questo per dire che i rapporti tra noi e loro erano comunque difficili, anche per chi cercava di oltrepassare le barriere». Barriere che dividevano non solo gli scrittori, ma anche i critici: relativamente al loro modo di intendere il “fare letteratura”. «Perché noi abbiamo vissuto in un periodo in cui c’era chi credeva in un nuovo modo di fare critica, un nuovo modo di fare poesia e un nuovo modo di fare romanzi: per noi il problema era superare la tradizione ottocentesca della letteratura. Uno di quelli che più di tutti si impegnava in questo senso era un grande critico che si chiamava Alfredo Gargiulo, il quale poi per conto suo faceva anche dei tentativi, degli esperimenti di letteratura nuova, versi e prose… Ma quando lesse le prime poesie di Ungaretti, le prime prose di Emilio Cecchi o di Cardarelli disse: “La questione è risolta, perché è nata la nuova prosa e la nuova poesia”. Ecco, questa nuova prosa non piaceva ai marxisti. E neanche ai crociani».

Emilio Cecchi e Vincenzo Cardarelli: due casi interessanti. Grande critico il primo, grande poeta e animatore culturale il secondo. Eppure oggi totalmente dimenticati. Andate in una libreria a chiedere un loro libro e non troverete nulla. È un po’ il vezzo, o la mania, tutta italiana di bandire da sé pezzi della propria identità. La ragione può essere cercata anche in questa contrapposizione a tre fra marxisti, crociani e cattolici-liberali: un conflitto che ha finito per schiacciare molti. «Eppure Cecchi aveva la sua rubrica sul Corriere della Sera mentre Cardarelli aveva La Fiera Letteraria. E poi tutti e due pubblicavano i loro libri…». Ebbene, se il primo insegnamento di questa chiacchierata è che i movimenti in campo erano tre e non due, la seconda lezione riguarda il fatto che non c’era un monopolio degli spazi di espressione né di potere nella cultura: tutti avevano i propri giornali, le proprie riviste, le proprie case editrici, le proprie cattedre universitarie, insomma, gli strumenti attraverso i quali esercitare il proprio magistero, oppure formare nuovi intellettuali e poi portarli all’attenzione generale. E dunque erano battaglie combattute ad armi pari: non così è stato detto, solitamente, e così non è – assolutamente – oggi. «Anche se – vuol precisare Piccioni – non solo i marxisti, ma anche i crociani erano rigidi, anticlericali, al limite anche faziosi nel difendere le loro idee e i loro scrittori: non è che fossero poi così liberali, anche se Croce era presidente del Partito liberale! Però tra loro e i comunisti c’erano tutti gli altri: i cattolici, gli ermetici…». Chiamiamoli irregolari. Facciamo qualche nome? Piccioni prende un suo libro e scorre l’indice dei saggi che contiene: «Gadda… non era certo marxista e non era certo crociano!». Ma era amato o osteggiato? «Era considerato uno dei più grandi scrittori della sua generazione». Appunto. Andiamo avanti. «Landolfi: un grandissimo. Pavese, in crisi con il Partito comunista… Ungaretti, Montale, Flaiano liberale formidabile, Carlo Bo ermetico, Vittorio Sereni il poeta, Mario Luzi cattolico, la Ortese non ne parliamo, Parise lei lo sa… Pomilio cattolico. Come vede, qui di marxisti o di crociani non ce ne sono. Ma sono tutti grandi scrittori». E tutti con un loro spazio importante per esprimersi.

Oggi non è più così: non ci sono scuole, non ci sono ideologie. «Mi pare ci sia soprattutto molta indifferenza». Ma il fatto che non ci siano più ideologie è un bene o un male? «No, il male è che non ci sono più Maestri». Perché più che ideologie, non ci sono più idee. «Non solo. All’epoca, ogni schieramento aveva i suoi Maestri amati e riconosciuti. Croce, naturalmente, per i crociani; Gramsci per i marxisti; tra noi, la nuova generazione guardava a Carlo Bo, ma tutti seguivano Ungaretti». Pausa, bisogna chiarire qualcosa a chi ignora il termine, anzi la funzione del “Maestro”. Lei come lo descriverebbe? «Be’, è una persona che ti trasmette delle idee sue, idee che tu non hai. E che via via ti accorgi che sono delle idee della quali ti puoi impossessare, puoi farle “tue”. E allora capisci che ti puoi inserire nella scia di quel Maestro, puoi crescere con lui, perché è una persona che ti dà valori e prospettive nelle quali ritrovi la tua idea di letteratura». Questo presuppone non solo che ci sia un Maestro in grado di dare ma anche che ci sia un allievo disposto a prendere, a farsi guidare, a non sentirsi immediatamente portatore di una verità nuova e assoluta. Insomma, il rapporto tra passato, presente e futuro va in due direzioni: «Diciamo che questa comunicazione si è interrotta».

Torniamo alla contrapposizione ideologica e ideale. Vorrei cercare di capire se – come credo – ci fosse spazio per vivere e intessere rapporti veri e profondi al di là delle dispute. Insomma, che non regnasse quell’odio fra individui e tra schieramenti che oggi avvolge ogni aspetto della vita pubblica culturale. Vorrei sondare il rapporto di Leone Piccioni, toscano, con alcuni scrittori toscani, proprio perché credo che la comune “toscanità” potesse più delle ideologie. Facciamo qualche nome: Romano Bilenchi: «Era un amico fraterno. Il tipico esempio dell’intellettuale impegnato nel sostenere il Partito comunista, ma che poi se ne fregava altamente di tutti quei vincoli di dottrina economico-sociale che lo stesso partito imponeva ai suoi adepti. Le faccio un esempio: Bilenchi ha sempre scritto libri sul nonno, sulla nonna, sui nipotini… insomma la dimensione della sua letteratura era intima. E un giorno, il responsabile culturale del Pci, Emilio Sereni, congratulandosi con lui gli disse: “Ora però, Romano, è ora che tu scriva un romanzo vero… sugli operai!”. E lui disse: “No, io nonne e nonni… finché campo!”. Oppure, quando andava allo stadio a vedere le partite della nazionale di calcio, faceva il tifo per l’Inghilterra. E tutti gli dicevano: “Ma come, un italiano… di Firenze… che fa il tifo per l’Inghilterra?”. E lui rispondeva: “Non avete capito niente. Io sono un comunista inglese”». Per inciso, negli anni Sessanta c’era una nutrita corrente di “comunisti inglesi” in Italia: un famoso dirigente milanese, poi musicologo di fama internazionale – Luigi Pestalozza – girava per Milano con la sua elegantissima Morris con la guida a destra! E pochi biasimavano la sua vanità. Ma andiamo avanti con i toscani: Vasco Pratolini. «Lui cominciò con bellissimi libri di prosa d’arte. Tutto il contrario del suo punto d’arrivo. E infatti quando passò al romanzo nazional-popolare per noi, cioè per me, per Bo, per Luzi, fu una frana». Enrico Pea: «Un grande! Magistrale per l’uso della lingua. Anche lui un Maestro, per la generazione precedente».

Ma come mai poi tanti grandi scrittori, limitiamoci a questi tre così diversi tra loro, finiscono per essere dimenticati? Come mai un’identità, come quella italiana, perde dei pezzi? Da chi dipende? «Per lo più, dipende dal mercato editoriale: se un editore si convince che Pea, mettiamo, non vende, a prescindere dai dati reali nelle librerie, smetterà di pubblicarlo. Ma manca anche la spinta dal basso, quella dell’Università. Non si fanno più studi su questi autori e si finisce così per dimenticarli perché nessuno sente più il bisogno di leggere i loro libri». Anche in questo caso, in fondo, è una questione di Maestri: sostituirli con i direttori marketing non è stato un buon affare. Professore, mi racconta, e racconta ai lettori, che cosa erano la Fiera letteraria e l’Approdo? «La Fiera letteraria era una rivista importante. Direttore Cardarelli, direttore Angioletti: la tendenza era quella di una ricerca della nuova poesia, della nuova letteratura. L’Approdo invece si mise in testa subito di bandire qualsiasi interesse politico dai saggi, dagli articoli, dalle poesie che avremmo pubblicato. Sicché ebbe un comitato che ne garantiva l’autenticità: erano rappresentate tutte le parrocchie, ma erano tutti Maestri. C’erano Contini, Gatto, Bo, Ungaretti, De Robertis… il problema, oggi, è sempre lo stesso: non ci sono più Maestri che possano garantire tante idee diverse e anche tanta autonomia». Aggiungiamo, oltrepassando la ritrosia di Piccioni che dell’Approdo fu direttore, che queste due riviste non solo furono palestra di grandi scrittori e grandi critici, ma anche straordinari strumenti di diffusione delle idee. Erano pubblicazioni seguitissime (vendevano molte copie, per intenderci) e avevano un loro peso specifico assai rilevante nel mondo culturale. Oggi vi viene in mente qualcosa di simile?

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