Nicola Fano
Teatro della festa/2

Il paese di Goldoni

Nel piccolo centro di Calvi dell'Umbria per la prima volta la comunità - guidata da Benedetta Buccellato - si mette in scena dietro lo schermo protettivo di Carlo Goldoni. Un modo "nuovo" per riflettere su se stessi

La liturgia del “prima gli italiani” è così idiota che ha in sé due antidoti. Tanto per incominciare, è la storia secolare della nostra Italia balbettante a testimoniare che non esiste un’identità condivisa così forte da poter essere difesa da ciascuno degli italiani allo stesso modo. Nel senso che ci si ritrova italiani (“prima degli altri”) solo quando c’è un nemico in comune da abbattere; che sia un avversario della nazionale di calcio o un immigrato che – ci vien detto – ci ruba aria, lavoro e spazio per le nostre truffe (la questione si complica quando l’avversario della nazionale di calcio è anche un immigrato nonché il bomber della nostra squadra del cuore…). Il secondo antidoto sta nel fatto che c’è sempre qualcosa di più ristretto in cui identificarsi: il moto che sorregge “prima gli italiani” è lo stesso che conduce, poniamo a “prima i lombardi” che esclude di fatto gli italiani tout court. E in un paese fatto di mille campanili (o centomila o un milione) c’è sempre qualcuno che deve venire prima di noi e quindi c’è un noi sempre più ristretto al di fuori del quale scovare nemici.

Riflettevo su questo che per me è un amaro paradosso dell’ignoranza assistendo a Calvi dell’Umbria (un paese arroccato in cima alla Sabina, pur essendo umbro a tutti gli effetti, che ogni anno ormai dà vita a un gustoso Calvi Festival diretto da Francesco Verdinelli) alla prima rappresentazione del Ventaglio di Carlo Goldoni nella rielaborazione drammaturgica e registica di Benedetta Buccellato per l’interpretazione di una compagnia – come dire? – non professionale fatta di cittadini calvesi storici o acquisiti. Ecco il punto: qual è la differenza tra un individuo originario, nato e vissuto in un piccolo borgo rurale e un individuo originario e nato altrove ma che ha scelto, a un dato momento della sua vita, di condividere l’esperienza di quel medesimo borgo? Qual è la differenza tra il calvese “storico” e quello “acquisito” (per restare a questo luogo preso a pretesto)? È solo la liturgia del “prima i calvesi” a giustificare tale domanda perché poi in fondo uno spazio e una cultura sono di chi li vive, che siano un borgo, una nazione o il mondo: lo ha ricordato – con garbo, non nel modo diretto qui esposto – lo stesso sindaco della cittadina umbra, Guido Grillini, presentando l’evento al pubblico numeroso accorso nel Giardino delle Convento (uno splendido complesso settecentesco dovuto all’architetto Ferdinando Fuga): «Il teatro offre un’occasione di condivisione»; «Di partecipazione comune», ha spiegato dopo Benedetta Buccellato a proposito del senso del suo operato. Speriamo, dunque, che questa prima esperienza di teatro popolare a Calvi dell’Umbria possa dar corso a una nuova, lunga e feconda tradizione.

Il Ventaglio (1763) è l’ultima grande commedia di Carlo Goldoni (dopo, compose solo due testi minori, in francese): scritta in origine in francese sotto forma di canovaccio, ebbe grande successo in Italia quando l’autore la ricompose nella sua lingua, due anni dopo. Racconta di un piccolo intreccio di amori popolari turbati dai pettegolezzi: un ventaglio passa di mano in mano generando equivoci e aspre liti tra uomini e donne, fino alla risoluzione finale nella quale, ovviamente, le coppie promesse si sposano, i pettegoli vengono sbugiardati e tutti gli altri accettano le vittorie e le sconfitte del destino. Come se la vita fosse una favola. Ma la vita non è una favola e quel che conta, nell’originale di Goldoni, è il ritratto di una comunità di tutti contro tutti, al di là del ceto sociale (ci sono servi, borghesi e nobili variamente spiantati): giunto ormai nel periodo più nero e pessimista della sua esperienza di scrittore chiave dell’Illuminismo, con Il ventaglio Goldoni testimoniò la sua sfiducia nella possibilità di reale convivenza costruttiva tra anime diverse all’interno di una stessa comunità. Benedetta Buccellato – direi giustamente, data l’occasione – ha alleggerito questa nota pessimista e ha puntato invece sul gusto per la commedia, per il ritratto fedele della vita d’un borgo settecentesco (come nella Commedia dell’arte emendata da Goldoni, appunto) che però, in filigrana, mostra i vizi e le virtù del borgo di oggi: per esempio, il notabile di Calvi si presta – con forte e lodevole autoironia – a interpretare la nobiltà spilorcia e decaduta veneziana dell’epoca, mentre è il taglialegna del paese d’oggi a fare il servo settecentesco…

Ancora una volta, come del caso di Tovaglia a quadri ad Anghiari raccontato ieri (clicca qui per leggere l’articolo), questo Ventaglio calvese è una boccata d’ossigeno per la millenaria vocazione popolare del teatro: un rito che chiede partecipazione emotiva e che diverte fornendo chiavi di lettura preziose di sé e della propria comunità. Senza che ci possa essere qualcuno pronto a rivendicare il proprio primato sugli altri; senza che ci sia chi possa elevarsi sulla comunità stessa se non, di fatto, negando sé e la propria identità. Ossia ciò che sovente oggi capita in Italia e che invece questi piccoli miracoli di teatro popolare cercano sommessamente di combattere. Anche con una risata.

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