Pier Mario Fasanotti
La terza parte di "Profumo d'Africa"

Il telefono di Ardigò

«Non c'era tempo da perdere. Ardigò aveva nel cellulare i due numeri misteriosi. Digitò il primo. Le rispose una voce femminile che disse...». La terza parte del nostro giallo a puntate

Continua la pubblicazione a puntate di “Profumo d’Africa”, inchiesta del commissario Ardigò. Riassunto delle puntate precedenti: il commissario Nanni Ardigò viene a sapere che si chiamava Rosso l’uomo trovato senza vita sulla panchina della piazza e che era un docente di Lettere in pensione. Vedovo, riservato, senza parenti. Ma una donna aveva abitato da lui, in qualità di badante: una bella e giovane somala, che un giorno la vittima aveva allontanato in tono perentorio, senza dare spiegazioni. Ardigò riesce ad avere un colloquio privato con la badante somala, Amina. La quale rivela, con molto candore, una abitudine del professor Rosso che a prima vista può essere interpretata come vizio senile: si scambiavano i letti. La vittima “assorbiva” dalle lenzuola della somala sia la capacità di tornare con la memoria alla propria infanzia sia quel sottile piacere di annusare il profumo della sua terra. Un profumo africano, di terre lontane.

* * *

Non ebbe il tempo di fare dieci metri che il cellulare lo informò di quanto l’ispettore aveva trovato, o non trovato, nell’appartamento della vittima. Ecco la sequenza delle notizie: “Nessuna cassaforte, nessun computer anche se c’era l’apparecchio per la connessione hi-fi, cassetti della scrivania in perfetto ordine, contenenti solo ricevute di pagamento elettricità, gas e cose simili, nessuna lettera personale, né della vittima né di altri. Segue”.

Chiamò l’ispettore che era ricorso a un Sms: “Ricky, grazie dell’elenco. Però ti devo fare alcune domande: ”Nemmeno un cellulare?”, “No, ma ci sono ricevute che dimostrano che ce l’aveva”. “Armi? Nemmeno una pistola?”. ”No, commissario”. “Qualcos’altro che ti ha incuriosito?”. A questo punto l’ispettore Coppa, inorgoglito, rispose: Non in bella vista. Ho dovuto chinarmi e cercare qualcosa che magari era scivolata…”. “E…? Non farmi marcire nella curiosità, Riccardo”. “Tra la libreria e la scrivania, gli dev’essere caduto un foglietto…aspetti, ce l’ho in tasca…ecco: ci sono due numeri di telefono preceduti da una lettera. Entrambe le lettere sono “c”. Un rebus, non crede?”. “Non direi, Riccardo, basterebbe comporre quei numeri…ma credo di sapere che una delle due “c” corrisponde al dottor Colasanti, che era il suo medico. Quanto al secondo numero, chiamo io e vedrò a chi appartiene”. “Ah, già” si limitò a ribattere Coppa. Il quale poi, dopo nemmeno tre minuti, richiamò Ardigò riferendo che erano state fatte saltare due auto in via Carducci. Ardigò gli ordinò allora di raggiungere il luogo dello scoppio e di lavorare a stretto contatto con il collega Malaguti. “E caso Rosso?” domandò l’ispettore. “Lo seguo io, non ti preoccupare”.

Chissà perché, Ardigò si sentì più libero. Qualche idea ce l’aveva, bisognava solo afferrare la coda dell’intuizione, che lui, fra sé e sé, chiamava l’”anguilla”. Scivolosa, certo, ma non imprendibile.

Non c’era tempo da perdere. Aveva nel cellulare i due numeri misteriosi. Digitò il primo. Le rispose una voce femminile che disse “studio del dottor Colasanti”. Ardigò disse subito di essere un commissario di polizia e che aveva il bisogno “urgentissimo” di parlare col medico. Pochi secondi e sentì una voce roca. Gli spiegò il perché di tanta fretta e riassunse ciò che era capitato a metà della notte precedente. Colasanti non poteva che ignorare la disgrazia, visto che la notizia sarebbe apparsa solo sui giornali del giorno dopo, a meno che avesse seguito le cronache radio-televisive. No, non le aveva ascoltate, confessò. Si mostrò sbalordito, ma fino a un certo punto. Il commissario gli chiese se avesse cinque minuti da dedicargli. Il medico disse che era fortunato perché quelle ore non erano ore di visita. In meno di mezz’ora Ardigò entrava nello studio medico. Colasanti era sui cinquanta, mascella volitiva, occhi e modo di fare cortesi.

“Per quel che posso l’aiuto, commissario. Probabilmente vuole sapere della malattia del professor Rosso, vero?”.

“Esattamente. Da quel che mi ha appena detto, l’insegnante era dunque malato…”.

“Proprio così. Gli ho fatto fare un sacco di esami e, purtroppo, ho constatato che aveva un tumore al cervello”.

“Di quelli che non lasciano molto tempo per sopravvivere o mi sbaglio?”.

“Non si sbaglia. Ma se mi chiede i tempi, non posso che essere vago. Certamente non posso parlare di anni. Anzi: nemmeno di un anno. Quella bestia degenera, tanto più che a quello stadio non si poteva intervenire in alcun modo…chirurgicamente, intendo…certo, c’è la chemio, ma il professore non volle nemmeno sentirne parlare. Fu irremovibile in questo. Personalmente non potevo dargli orto Quindi non insistetti .Che pena, commissario…una persona così perbene….”

“Un’altra cosa, dottore: alla notizia che lei gli diede, Rosso come reagì?”

“Gliel’ho appena detto”.

“Le pongo la stessa domanda da un’altra angolatura…secondo lei, Rosso le dette l’impressione di meditare un’altra soluzione?”

“Ho capito che cosa vuole intendere. Suicidio. A ben riflettere era così dignitoso che non lo escluderei. Ma è solo un’ipotesi, sia chiaro. Ricordo che gli diedi il nome di uno psicologo. E lui, nel mettersi in tasca il fogliettino, ebbe un sorriso amaro. Come se gli avessi offerto una caramella. Capisce?”.

“Certamente. Sa, dottor Colasanti, non abbiamo trovato nessuna pistola, quindi…”.

“Forse gli hanno sparato per caso. C’è gente che ormai si diverte a sparare…orribile, ma non così infrequente”.

Ardigò, senza commentare le ultime considerazioni del medico, lo ringraziò ed entrò nella bruma scura che ormai aveva avvolto la città. Gli telefonò l’ispettore. Ardigò: ”Non dirmi che hai dimenticato qualcos’altro…”.

“Certo sì. Si vede che oggi è una giornata storta…commissario volevo riferirle che quando lei si è allontanato, sono entrato nella banca che è a dieci metri più o meno dalla casa della vittima…”

“E quindi?”

“Ho avuto fortuna. Era la banca del professore. Ho fatto un po’ di pressione dicendo che un mandato l’avrei avuto in un quarto d’ora e ho chiesto al direttore quanto Rosso avesse nel conto…”.

“Hai avuto un’idea che a me, tra una cosa e l’altra, m’era sfuggita. Bravo Riccardo. Non mi dire che sul conto non c’era un euro…”.

“Per l’esattezza cinque. Solo cinque. Il professor Rosso aveva prelevato tutto, proprio tutto, il giorno prima”.

Ottima informazione, che s’andava a incastrare tra i vari tasselli che il commissario cercava di mettere a posto.

Era la volta del secondo numero. Lo compose. Rispose una donna. “Mi può passare il signor Curzi?”.

“Ora è occupato con nostro figlio, le spiace telefonare tra una mezz’ora, gentilmente?”

“Gli dica che sono un collega. Sa devo portargli una cosa che stamattina ha dimenticato…ma non ricordo bene l’indirizzo, se lei è così cortese da darmelo…”.

Glielo diede e Ardigò riprese a camminare, pensando che in quella giornata di movimento ne aveva fatto tanto. Ginnastica contro la pancetta, tutto sommato.

Appena entrato nell’appartamento di Curzi, avvertì un forte odore, di pomata al mentolo. Fece qualche passo e vide un ragazzo disabile in carrozzella. Curzi disse subito: “E’ Sandro, mio figlio. Gli facevo fare ginnastica…ma che c’è, commissario?”.

A quella parola sua moglie si rabbuiò e guardò sospettosa il marito.

“Sempre per quella faccenda del morto sulla panchina, signor Curzi. Mi rendo conto che non è l’ora migliore, ma ho bisogno di parlare con lei. Sa, certi particolari sono importanti. Come in un romanzo. Lei domattina a che ora smonta? Potremmo mangiare qualcosa insieme. Che ne dice? A lei piace il pesce?”.

Il netturbino rimase spiazzato. Prima di dare una risposta ci pensò per quasi un minuto intero. Poi accettò. Si strinsero la mano. Ardigò diede una carezza a suo figlio, che guardava fisso la linea del proprio misterioso orizzonte. Telefonò a Coppa ordinandogli di piazzare un agente nei pressi della casa dove abitava Curzi. Poteva anche darsi che uscisse, in piena notte. Voleva, anzi doveva saperlo. L’ispettore gli avrebbe voluto riferire delle auto incendiate, ma il commissario interruppe la telefonata.

3. continua

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