Nicola Bottiglieri
A proposito di "Numero zero"

Complotti (a parole)

Il nuovo romanzo di Umberto Eco è diviso in due parti: prima il gioco sui luoghi comuni, poi il ricamo sulle dietrologie italiane. Sono quasi due opere distinte. Forse, troppo

Non è azzardato dire che Numero zero (Bompiani, 218 pagine, 17 euro), il nuovo romanzo di Umberto Eco, sia una vera e propria celebrazione del luogo comune. Dove per luogo comune non bisogna intendere solo i luoghi geografici più frequentati di Milano (i ristoranti, i Navigli, le strade, ecc.) oppure i “luoghi” del linguaggio politico (tangentopoli, il Pio albergo Trivulzio, mani pulite, la prima repubblica, ecc.) ma soprattutto i veri e propri luoghi comuni della lingua di tutti i giorni, di cui Eco fa grande gustoso elenco da pag. 99 a pag. 100 (…occorre salvare capre e cavoli, la stanza dei bottoni, qualcuno scende in campo, nel mirino degli inquirenti, la frittata è fatta, ecc. e via declinando).

E quale spazio è quello che somma e riunisce tutti questi luoghi comuni, geografici, politici e del linguaggio se non la redazione di un giornale? Il quale luogo abitativo condominiale è ancor più frequentato, proprio perché qui la gente si riunisce in continuazione, parla di tutto perché nessuno sa bene che cosa dire o fare, in quanto si sta costruendo il numero zero di un giornale che un grande Commendatore vuole lanciare per cavalcare l’onda degli avvenimenti. Il numero zero sarà l’obiettivo del grande traffichìo dei personaggi, i quali si muovono dal lunedì 6 aprile al sabato 6 giugno 1992, sviluppando in 16 date che sono altrettanti capitoli del libro tutto il groviglio della storia. Il romanzo, in verità, si apre con un anticipo di data, appunto il 6 giugno e si chiude con un 11 giugno dello stesso anno, portando a 18 i capitoli della storia sviluppata in 218 pagine. Tutto si svolge quindi in 60 giorni di quel fatidico 1992 che ricorda non solo i 500 anni dalla scoperta dell’America ma anche l’inizio delle indagini del pool di Milano, denominate Mani Pulite, in verità iniziate proprio il 17 febbraio con l’arresto dell’ingegnere Mario Chiesa del Partito Socialista che aveva l’ambizione di diventare sindaco di Milano.

umberto eco numero zeroNumero zero sarà quindi il titolo del romanzo, l’obiettivo del lavoro dei giornalisti-personaggi e il punto di partenza per capire perché l’Italia degli ultimi decenni si sia ficcata in un vicolo cieco dal quale non riesce ad uscire.

Come la realtà che i giornalisti vogliono raccontare sfugge loro sempre dalle mani, perché dietro una verità c’è sempre un’altra verità e se non c’è, la possiamo creare noi, così la trama di questo romanzo – ma è davvero un romanzo? – ti sfugge continuamente dalle mani e tu non sai se Umberto Eco stia giocando con te e con se stesso oppure stia recuperando i suoi articoli scritti nella Bustina di Minerva dell’Espresso nel corso degli anni, oppure si sia perso nei divertenti vortici degli elenchi sui luoghi comuni ed i loro contrari che sta inanellando. Come ad esempio succede a pag. 101 quando dopo aver elencato i luoghi comuni, passa ad elencare il loro contrario: «A volte la fantasia supera la realtà, premetto che sono razzista, le droghe pesanti sono l’anticamera delle canne, fa come se fossi a casa mia, chi gode s’accontenta, ecc.», dove il contrario sveglia  e fa abbaiare il senso comune assopito in quella espressione oramai abusata. Contrario, che se a volte fa abbaiare il senso comune, altre volte lo fa ringhiare addirittura, quando a pag. 57 dice: «Non sono le notizie che fanno il giornale, ma il giornale che fa le notizie». Di fronte a questa spaventosa inversione ad U del significato delle parole, bisogna riflettere su che rapporto oggi ci sia fra il linguaggio e la (sua) realtà e viceversa. Che è poi il vero nucleo narrativo della divertente fatica di Umberto Eco

Dunque, il romanzo tratta di un gruppo di sgangherati giornalisti che si riuniscono per preparare il numero zero di un giornale che si chiamerà Domani. E studiano le tecniche più spregiudicate e malsane del giornalismo per aumentare la sua tiratura il giorno in cui vedrà la luce. Si pensa ad inchieste truccate, alla tecnica dell’insinuazione, al valore della testimonianza, ai 16 pseudo-ordini di Malta (informazione riservata avuta dai Carabinieri!), ma anche a come fare una smentita per avvalorare una verità discutibile e il suo contrario, una verità discutibile che giustifichi la smentita. Si pensa ai dossier prefabbricati, a come stanare le verità e/o le menzogne dai fatti eclatanti, come la morte di papa Luciani, ecc. fino a quando (e qui siamo a metà del romanzo, ossia a pagina 103) uno dei giornalisti chiamato Braggadocio (nome di un personaggio dell’epica inglese che si può tradurre con millantatore o meglio sparacazzate) rivela al narratore che ha per le mani una pista esplosiva: Mussolini non sarebbe stato giustiziato nell’aprile del 45, ma era fuggito in Argentina, grazie agli appoggi del Vaticano. Al suo posto a piazzale Loreto sarebbe stato messo un sosia, che da tempo sostituiva il duce in varie cerimonie pubbliche ma non nelle quotidiane inseminazioni pomeridiane che faceva nella sala del mappamondo piegando l’ardente italiana sulla scrivania che gemeva dicendo Oh Duce! Mio Duce!

umberto eco1Tutta questa ricostruzione nasceva dal fatto che Mussolini non aveva voluto vedere sua moglie Rachele mentre scappava verso la Svizzera il 25 aprile del 45 cosa che, rileva Braggadocio, avrebbe fatto saltare tutto il piano di fuga, perché di sicuro si può ingannare tutto il popolo italiano ma la propria consorte no. Vittima di questa messa in scena sarebbe stata la povera Petacci, la quale sapeva che l’uomo che abbracciava era il sosia del suo illustre amante, ma pensava che lei sarebbe stata risparmiata dai colpi del mitra. Tuttavia, il vero scoop non è questo, ma la rilettura della storia dell’Italia repubblicana alla luce di un grande complotto: il possibile rientro in patria del grande dittatore, che sarebbe stato favorito dall’oscura legione dei gladiatori della Gladio, che era sicura dell’imminente invasione dell’Italia da parte dei sovietici. Insomma una storia parallela durata cinquant’anni! Il narratore, a cui sono riservate le confidenze del millantatore, ammutolisce ma va nel panico quando questa gola profonda muore o viene uccisa all’improvviso. Fugge con la sua amante Maia, la quale con più buon senso, «tipico delle donne», gli fa notare che questo modo di leggere la storia, altro non è che il delirio di un giornalista fallito. Anche se i falliti sono persone colte, perché il vincente ha una sola idea buona, mentre il fallito ne ha molte, ma tutte sfiancate.

La paura si acquieta fino a quando, in televisione Corrado Augias fa una trasmissione dedicata appunto al grande complotto che ha attraversato l’Italia repubblicana, intervistando tutti i personaggi discussi e discutibili i quali candidamente confessano di aver tramato per decenni all’ombra dl potere. La fuga in centro America non è la soluzione per quest’uomo sconvolto, perché dice la donna, oramai tutti abbiamo perso il senso della vergogna e verità e menzogna convivono insieme da moltissimo tempo, per cui non vale la pena affannarsi più di tanto. Meglio mettere su famiglia, vedere la televisione la sera e tirare a campare come tutti gli altri.

Questa la trama del romanzo, il quale sembra proprio diviso in due parti, nelle prime cento pagine tutto dedito a quei giochi deliziosi, ossessivi e stralunati sulla lingua di cui Eco è campione, nella seconda al grande complotto, grande luogo comune di questi tempi. E tuttavia l’assemblaggio fra i due pezzi non ci sembra felice, anche se una stessa inquietudine attraversa tutta l’opera, vale a dire il rapporto fra linguaggio e realtà, come se le parole del nostro vocabolario e le frasi idiomatiche ad esse connesse in questi venticinque anni dall’inizio di una più intensa contaminazione fra televisione e scrittura si siano messe in libera uscita perenne e ubriacate dalle nuove identità non siano più capaci di ritornare nella caserma del vocabolario, dove una volta vivevano in pace, tranquille e ordinate.

Il vocabolario, il vocabolario grande dittatore di cui si è persa traccia da tempo e che dovrebbe davvero ritornare a comandare sulle parole che tutti pronunciamo a briglia sciolta e nei “luoghi comuni” che tutti abitiamo senza ritegno.

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