Nicola Fano
Il rapporto tra cultura e istituzioni

Il Valle degli scandali

Non è che si parla dell'appropriazione indebita della più bella sala teatrale di Roma solo per nascondere altri problemi? Dal familismo del teatro pubblico ai privati che non pagano le compagnie ai fantasmatici "centri di drammaturgia"...

Da un po’ di tempo, tutti discutono della questione dell’occupazione del Teatro Valle. Dopo gli osanna di Repubblica che cavalca da un po’ l’appropriazione indebita di uno dei teatri più belli d’Italia (ossia del mondo), è ovviamente intervenuto anche il Corriere della Sera con un commento di segno opposto a tutela della legalità. Forse, non facendo parte di nessuno dei due partiti, si può cercare di riflettere su ciò che la questione Valle Occupato solleva dal punto di vista non solo simbolico (come invece ha fatto Andrea Porcheddu in un bell’intervento nel suo blog su Linkiesta) ma anche concreto nel contesto del rapporto tra cultura, istituzioni e cittadini in questo nostro disgraziato Paese.

Intanto, scandalizzarsi per la “legalità calpestata” in un Paese appeso ai destini di un pregiudicato che ci ricatta tutti pur di non perdere i propri privilegi di senatore, fa semplicemente pena: come i lettori di Succedeoggi sanno, il giorno in cui la Corte di Cassazione ha reso pubbliche la dinamica della truffa ordita da Berlusconi ai suoi soci e ai cittadini italiani, il Corriere della Sera ha nascosto la notizia. Fa ridere, perciò, che ora quel giornale si erga a difensore della legalità violata da un gruppo di fanatici della disorganizzazione teatrale. Pierluigi Battista, sul Corriere, lamentava il vizio della sinistra che accusa gli altri di “culto dell’illegalità” per poi praticarla a mani basse. Come se agli elettori di Berlusconi fosse consentito rubare nel silenzio generale mentre tutti gli altri devono rispettare le leggi e stare zitti. Dispiace dirlo, ma aver tollerato per vent’anni l’ignominia di chi in nome di un presunto liberismo ha costantemente, pervicacemente, programmaticamente messo in dubbio che le regole vadano rispettate (anche quando sono scomode) ha prodotto anche l’occupazione del Valle. Può sembrare assurdo, ma è così.

valle occupatoGli occupanti del Valle sono figli di una cultura (ho orrore a usare questa parola in tale contesto ma non me ne viene un’altra) che ha anteposto le ragioni di uno alle ragioni della comunità. Chiedeteglielo e loro vi diranno che non stanno violando la legge perché la legge è ingiusta. E questo mantra l’hanno imparato da chi ogni giorno sulle sue tv, sui suoi giornali, nelle piazze, ovunque ha continuato a dire o che le leggi sono ingiuste o che chi le salvaguarda (la Magistratura) è ingiusto. Berlusconi e i suoi hanno smontato la Stato di Diritto, hanno trasformato l’Italia in un Paese senza regole: gli occupanti del Valle non sono altro che il prodotto di tutto ciò.

Ma fa orrore pure che il partito di Repubblica li difenda. Come se la soluzione dei problemi del teatro italiano dipendesse da come ci posizioniamo in merito all’occupazione o no del Teatro Valle. Gridare evviva o viceversa gridare orrore di fronte a questo evento è solo un modo per nascondere la polvere (ma meglio sarebbe dire i mostri) sotto al tappeto.

Visto che parliamo di Roma, facciamo qualche esempio concreto. Lo scandalo-Valle, secondo voi, è più rilevante dello scandalo di un teatro pubblico sontuosamente finanziato con soldi della comunità che si limita a produrre kolossal familiari? Un teatro pubblico che non rischia, non guarda alle realtà artistiche territoriali, non chiama a raccolta tutte quelle forze (disperse) che non sanno più dove sbattere la testa per dare un senso alla loro ricerca? E chi deve farsi carico di tutto ciò: il Valle occupato o un teatro pagato, ripeto riccamente pagato, con i soldi dei contribuenti? Io non lo so, ma continuo a domandarmelo.

Altro esempio. Forse non sapete che a Roma esiste una “Casa delle Drammaturgie”. L’ha inventata Gianni Alemanno nel silenzio generale. Da qualche tempo al Casa dei Teatri (già svuotata completamente di senso dalla giunta di destra) è stata trasformata in “Casa dei Teatri e delle Drammaturgie Contemporanee” e in quanto tale sovrintende la programmazione del teatro di Tor Bella Monaca, del teatro del Quarticciolo, del teatro del Lido di Ostia, del teatro di Villa Torlonia, del teatro Elsa Morante e del teatro delle Scuderie di Villino Corsini. Va da sé che ciascuna di queste sale ha una sua direzione artistica, un suo management e una sua programmazione autonoma. E allora a che serve, la “Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea”? A pagare lo stipendio di chi la dirige? O qualcuno ricorda qualche memorabile iniziativa realizzata da questa istituzione? O qualcuno sa quale truppa di drammaturghi si esprime febbrilmente e felicemente attraverso questa istituzione pagata con i soldi dei contribuenti? Ebbene, è più scandalosa l’appropriazione indebita del Teatro Valle o l’alemanniana “Casa dei Teatri e delle Drammaturgie Contemporanee”? Io non lo so, ma continuo a domandarmelo.

Ma non voglio limitarmi a teatro pubblico. Vediamo il teatro “privato” (che privato non è poiché ha enormi contributi pubblici senza avere i vincoli di bilancio imposti agli enti pubblici). Dicono che l’Eliseo abbia alcuni milioni di euro di debiti accumulati e che per questo da tempo non paga più le compagnie. Così dicono gli organizzatori che lo frequentano: ebbene, perché questa situazione è tollerata? Discorso simile, sembra, si potrebbe fare anche per il Quirino il quale naviga a propria volta in cattive acque. Oppure: sapete che un paio d’anni fa sono stati spesi ingenti capitali (privati?) per ristrutturare un teatro (il Quirinetta) privo di agibilità e quindi impossibilitato a ospitare pubblici spettacoli? Torna la domanda: è più scandaloso il silenzio che avvolge tutto questo malcostume o il clamore guerresco intorno al Valle occupato? Io non lo so, ma continuo a domandarmelo.

Ecco, se fossi Flavia Barca (l’assessore alla cultura di Roma Capitale) o il sindaco Ignazio Marino inviterei tutti i dirigenti “artistici” (le virgolette sono ironiche) delle istituzioni culturali romane a dimettersi volontariamente. Mi riferisco al teatro, sì, ma anche al sistema bibliotecario, ai musei comunali, a Zetema (soprattutto). Tabula rasa degli enormi errori fatti: si ricomincia facendo attenzione a tutte quelle forze (e sono la maggioranza) che non hanno avuto favori né prebende né occhi di riguardo dalle amministrazioni comunali precedenti a questa. Il neo sindaco Marino disse che avrebbe scelto i suoi collaboratori (e chi fa cultura pubblica a Roma è da considerarsi a tutti gli effetti suo collaboratore) sulla base dei curricula. Bene. Chi ha visionato questi curricula? Chi li ha selezionati? E perché ancora nessuno nei posti chiave è stato rimosso o sostituito? Non ci sono candidati adatti? Non c’è stato abbastanza tempo? Non ci sono le idee chiare? E quanto dobbiamo aspettare, ancora? Quanti altri spettacoli di padri e figli? Quanti simulacri vuoti di nuove drammaturgie dobbiamo sopportare? Quanti teatri che non pagano il dovuto alle compagnie ospiti?

Credo che accapigliarsi sul Valle occupato sia un buon modo per non parlare di tutto questo.

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