Dora Liguori
L'Italia dopo il coronavirus

Fondazioni stonate

In attesa della riapertura dei teatri (in 15 giugno, se tutto va bene...) sorgono spontanee alcune domande sulla gestione delle Fondazioni Liriche italiane e sugli errori della politica del ministro Franceschini in materia

In questi giorni di coronavirus, fra le tante serie disgrazie provocate dal virus, dobbiamo anche assommare le sventure delle Fondazioni lirico-sinfoniche, i cui sovrintendenti, su input del MIBACT (Ministero per i beni e le attività culturali e ambientali) hanno ritenuto, per la prima volta nella storia, di mettere il personale in cassa integrazione; da ciò ne deriva, oltretutto, un’importante questione: quale sarà l’assegnazione di fondi FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) alle Fondazioni liriche per il 2020? Se, come sembra essere in previsione, ci si riporterà al contributo 2019, si compirà un atto che striderà in maniera evidente con la messa in cassa d’integrazione dei dipendenti, portando così un inaspettato arricchimento alle Fondazioni stesse a spese dei Lavoratori.

A questo punto corre l’obbligo di ricordare, a chi di dovere, alcuni particolari riguardanti la cassa integrazione o i cosiddetti ammortizzatori sociali, sistemi che sempre dovrebbero essere utilizzati con dovuta parsimonia, a maggior ragione se, come nel caso presente, si vada a parlare di Fondazioni. Infatti è pur vero che sono di “diritto privato” ma è ugualmente vero che si sostengono soprattutto con i fondi dello Stato, dicasi FUS, con, in aggiunta, elargizioni delle Regioni, Province e Comuni. Insomma… sono sempre soldi dello Stato.

Ne discende che la cassa integrazione o gli ammortizzatori sociali che dir si voglia, siano strumenti creati soprattutto a sostegno delle imprese private che, per intenderci, vivono di denaro proprio e che, quando non ne hanno più, per non mandare alla disperazione i dipendenti nonché dare a se stessi il tempo di risollevarsi, evitando di chiudere, si rivolgono allo Stato, utilizzando questa specie di paracadute. Pertanto la cassa integrazione è uno strumento che andrebbe sempre gestito con massima cautela e parsimonia, e ciò per via di una fondamentale motivazione: dopo la legge Fornero è l’INPS ad avere il compito di erogare i fondi… ergo: quando la cassa si esaurisce (cosa facilissima) dove e a chi si rivolgerà l’INPS? La risposta è ovvia: ai cittadini, mandandoli magari in pensione il più tardi possibile, con grande svantaggio dei giovani. Pertanto, nell’interesse di tutti, è bene ricordare come lo Stato non sia un ente astratto ma un’Istituzione costruita sui cittadini ai quali, quando dona, riprende, poi, con gli interessi.

Con queste premesse, quanto deciso dai sovrintendenti è un qualcosa che non si regge e che crea il danno di avere una caduta non libera, bensì obbligata sulle spalle dei lavoratori.

Comunque, volendo fare un minimo di storia sui malesseri delle Fondazioni occorre sottolineare come esso affondi le sue radici (cosa avvenuta anche per la Sanità italiana) nel momento in cui il mondo della politica, allungando i suoi tentacoli, si è appropriato del diritto di nomina dei vertici del teatro, dicasi i sovrintendenti. A sua volta, sempre i sovrintendenti, da più di vent’anni, nominano, a loro piacimento, un direttore artistico che, per l’appunto dipendendo da lui, ha la libertà di azione e di parola pari a quella della mosca quando si trova nella tela del ragno.

Questo, pertanto, il marchingegno che ha consentito ai teatri di passare – come è sotto gli occhi di tutti – dalla logica della nomina del vertice per competenza artistica, alla logica della nomina per competenza di partito. Per la qual cosa abbiamo assistito alla venuta di gente che di teatro non capiva un “acca”, avendo fatto sino al giorno prima magari un altro mestiere lontano mille miglia dalla lirica; in compenso costoro, sentendosi intoccabili, non hanno badato a spese con conseguenti deficit. Solo così è possibile spiegare la gaffe di questi giorni di un signore che, già sovrintendente di celeberrimi teatri non solo italiani, intervistato, ha avuto “cuore e coraggio” di affermare come Casta diva provenisse da un’opera di Verdi.

Con questo sfoggio di (in)competenza torna anche facile comprendere l’operato delle agenzie, soprattutto straniere, le quali, sfruttando la scarsa conoscenza operistica dei sovrintendenti (ovviamente non di tutti), riescono a imbonire loro (sempre salvo eccezioni) artisti di mediocre livello, artisti che, al loro paese d’origine, contano su uno stipendio modesto, e che, in Italia, chissà per quale recondita magia, assurgono a cachet favolosi. Ugualmente notevoli sono i cachet che vengono erogati ai registi cosiddetti “alla page”, come supponiamo sia stato il compenso di Graham Vick, che ha “regalato”, al teatro dell’Opera di Roma, (teatro ormai votato all’esperimento del peggio possibile) un Don Giovanni, inguardabile dalla prima all’ultima scena.

Con questi presupposti è comprensibile che il ministro Dario Franceschini si lamenti dei bilanci a proposito dei quali, già nel 2014, tanto affermava in un’intervista rilasciata all’Expo al Corriere della Sera: «Le 14 fondazioni lirico sinfoniche sono troppe per le risorse del Paese». E ancora: «Questo sistema italiano che salva chi ha gestito male le fondazioni a scapito di quelle virtuose va chiuso». Lette queste dichiarazioni, la cosa che torna difficile da comprendere è la seguente: se i responsabili hanno gestito male, come dice il ministro, il sistema, perché invece di sostituire chi è impreparato e sbaglia, vuole chiudere le Fondazioni? Perché far ricadere su tutto il personale gli errori di bilancio commessi da pochissime persone poste all’apice del teatro? Di norma, quando in un’azienda i contabili sbagliano, non si brucia l’azienda ma… si sostituiscono i contabili.

E invece (e qui intervengono le ulteriori colpe della politica) lungi dal punire i cattivi contabili, a fine mandato il ministro li riconferma e, forse (molto forse) per usare un concetto di equità sulla spartizione dei danni, sempre il ministro li fa emigrare da una Fondazione all’altra. Cosi assolvendo al concetto di una leggenda napoletana che ci racconta: «Perché tutto a Maria e niente a Gesù?».

Ferma restando la riprovazione circa i deficit, quando il ministro si lamenta del denaro eccessivo che lo Stato deve impegnare per la cultura, dovrebbe un attimo riflettere. Infatti, e questo gli dovrebbe essere noto, fare economie risulta in controtendenza rispetto alle iniziative che, invece, vanno assumendo gli altri Stati d’Europa. A esemplificazione, basti dire che il FUS che lo Stato stanzia per tutte le Fondazioni, è pari al fondo che la Francia destina per il solo teatro di Parigi. Torna quindi chiaro che, mentre in tutta Europa, consci del valore della cultura, si amplia il numero dei teatri e, di conseguenza, sempre più si vanno ad incrementare i fondi da dedicare al cosiddetto Spettacolo dal vivo, di contro, lo Stato italiano, per colpa di una visione politica da troppo tempo ostica alla cultura, desidera, piuttosto che aprire, chiudere i vari teatri. Un progetto che “trionfalmente” sta portando l’Italia, già patria delle Arti, a reggere il fanalino di coda europeo.

Davvero un bella conquista! E allora?

Allora, certe visioni del MIBACT, fanno paura se andiamo, per esempio, a ricordare come, in un passato Governo, sempre il ministro Franceschini ha fatto strage delle piccole e medie Associazioni musicali (quelle che, per intenderci, davano lavoro ai nostri artisti) ottenendo l’eclatante risultato che, quei musicisti che volevano ancora esercitare la professione, sono stati costretti forzatamente ad espatriare. Infatti, le sopravvissute grandi associazioni (basta visionarne i cartelloni) da tempo (eccetto sparute eccezioni dell’1% o massimo 2%) sono, come sopra detto “riserva di caccia” delle agenzie straniere che, ovviamente, vi piazzano i loro artisti, troppo spesso tutt’altro che eccelsi.

Comunque, tornando all’insoluta questione dei bilanci, il ministro non ha tutti i torti a lamentarsi, ma quello che nessuno si sente di condividere è: perché per limitare i deficit non s’interviene sui sovrintendenti limitandone le produzioni cervellotiche che sembrano fatte apposta per aprire più che buchi, voragini nei bilanci? I signori che reggono i teatri pare siano dimentichi di una legge matematica che, dai tempi di Pitagora e anche prima, recita: quattro più quattro fa sempre otto e se per caso andasse a fare nove, ciò significherebbe uno sforamento?

E alla fine cosa succede? Succede che i sovrintendenti delle Fondazioni liriche, lungi dal riflettere sui loro errori, probabilmente, per ripianare i deficit, che ti fanno? Semplice: spediscono tutto il personale in cassa integrazione, tranne… vedi un po’… la classe dei dirigenti, alla quale appartengono. Grande esempio di giustizia e compartecipazione umana!

Una domanda a questo punto sorge d’obbligo: ma quando le Fondazioni percepiranno il FUS o altre entrate, non avendo fatto il grosso delle produzioni e non avendo pagato nemmeno il personale, questi soldi dove andranno e a cosa serviranno? Forse andranno ad integrare gli stipendi di quelli che oggi se lo sono visto malamente decurtato del 60%? Sarò anche malfidata ma ne dubito!

Infine, ho la netta sensazione che il coronavirus, disgrazia mondiale che molto dovrebbe far riflettere il genere umano, serva ad alcuni, come purtroppo è già avvenuto, per avere l’occasione di prendersi determinate libertà che, in tempi normali, non sarebbero consentite neppure in questa nostra disastrata Italia.

In ultimo vorremmo, molto sommessamente, ricordare una cosa che, pur essendo ovvia, pare che transiti con fatica: compito dei ministri è promuovere quanto attiene al loro ministero, non certo a liquidarne i pezzi che non sono di loro gradimento.

P.S. Se a qualcuno interessa, nel prossimo articolo, racconterò la storia napoletana del “perché tutto a Gesù e niente a Maria?”

Facebooktwitterlinkedin