Pier Mario Fasanotti
Un autore (ingiustamente) dimenticato

Walsh, il giallo politico

La piccola casa editrice Sur pubblica "Variazioni in rosso", tre racconti di Rodolfo Walsh, un giallista argentino ucciso dalla dittatura, che vale la pena andare a scoprire

La letteratura centro-sudamericana ha avuto il suo massimo splendore, anche in termini di diffusione, a partire dal 1982, anno in cui Gabriel García Márquez ottenne il Premio Nobel. In maniera a volte vorticosa le case editrici puntarono gli occhi sulle pagine scritte da autori latino-americani, scoprendo testi sorprendenti che alcuni critici giudicarono innovativi a paragone delle narrazioni europee e nordamericane. Emerse il cosiddetto «realismo magico», uno degli elementi chiave per comprendere come i latinos tradussero su carta frasi contenenti muscoli, sangue, forza, violenza. Poi la tendenza, o la moda, cominciò a scemare con l’inizio del nuovo millennio. Peccato. Un rigurgito di interesse ci fu nel 2010 con l’assegnazione del Nobel a Mario Vargas Llosa, di nascita peruviana e naturalizzato spagnolo.

Per fortuna c’è una casa editrice di medie dimensioni, la Sur che ha sede a Roma, con un catalogo di alto profilo. Si possono rileggere autori ingoiati dal silenzio e dalla sciatteria distributiva del sistema librario italiano. Senza dubbio, per i più (“lettori forti”, ovvero poco numerosi), è una eccezionale scoperta, o riscoperta, i tre racconti gialli di Rodolfo Walsh, uniti con il titolo di Variazioni in rosso (235 pagine, 15 euro). Racconti che poggiano sulla deduzione logica, alla maniera di quelli di Conan Doyle (creatore di Sherlock Holmes e della sua esclamazione «elementare, dottor Watson!»), ma con una scrittura che qua e là ha nobili impennate stilistiche. Interessante la prefazione dello scrittore veneto Massimo Carlotto che definisce Walsh, argentino di famiglia irlandese, «scrittore, giornalista, militante politico». Per Walsh, sempre in contrapposizione con il misterico e sfuggente Borges, l’indagine poliziesca ha come obiettivo quello di «raccontare la realtà di paesi feriti e di sogni infranti».

rodolfo walsh variazioni in rossoLo scrittore argentino, nato a Lamarque nel 1927 è morto nel ’77: fu ucciso dagli sgherri della dittatura e mostrato poi come trofeo ai dissidenti e prigionieri (un anno prima sua figlia, Maria Victoria, fece la stessa fine). Tre anni dopo la pubblicazione di Variazioni in rosso, Walsh, armato di taccuini e di una pistola, fu costretto, a seguito dei fatti cruenti e confusi del ’68, a rifugiarsi sotto il falso nome di Francisco Freyre in un’isola del delta del Tigre. Viene da pensare al titolo del libro di un altro sudamericano, Osvaldo Soriano: Triste, solitario y final. Molto calzante, con l’aggravante che Walsh decise di abbandonare per sempre la letteratura: la condanna, o autocondanna, più feroce per uno scrittore. Dopo la sua morte, la confessione di uno dei killer (condannato poi all’ergastolo) permise di appurare che ci fu una perquisizione in una delle case usate per sfuggire ai suoi nemici. Uno dei cassetti della sua scrivania, caricata su un camion e venduta a un rigattiere, conteneva un romanzo che Walsh aveva scritto nelle notti di militante braccato. S’intitola Juan se iba por el rìo. L’altra sua figlia Patricia lo cerca ancora.

«Il suo personaggio – annota Carlotto a proposito della raccolta di racconti di cui stiamo parlando, ossia il correttore di bozze Daniel Hernandez (alter ego del narratore – non rinuncia mai a indagare». È ostinato e metodico fino all’ossessione. Perché lui e non il commissario Jiménez, che conduce le inchieste? È proprio Hernandez, lontano da ogni retorica e obbediente alla più severa logica, che ha le intuizioni decisive. Nel primo racconto, viene trovato cadavere Raimundo Morel, studioso di letteratura, saggista, amico di Hernandez. Scena del delitto: casa del trentacinquenne Morel, lui ferito a morte con la pistola che probabilmente stava pulendo (quindi incidente o suicidio? O che altro?), un bicchiere di whisky sulla scrivania, la moglie che rientrò dopo essere stata al cinema con un’amica. Nessuna effrazione. Hernandez si concentra sulle bozze che Morel stava correggendo e si accorge di variazioni curiose nella calligrafia del suo amico. Partirà da qui, pazientemente, minuziosamente, per arrivare a una conclusione strabiliante. Rodolfo Walsh mette a nudo la realtà, la sbatte contro il muro. È quello il suo intento, non solo letterario ma anche – se non soprattutto – politico. Fa continue zoomate sia sui dettagli sia sull’insieme.

Abbiamo accennato poco prima del suo stile, a volte squisitamente alto. Indubbiamente di miglior valenza di quello maneggiato da Conan Doyle. Un esempio tra i tanti: «Un’aurora di comprensione crebbe lentamente negli occhi del commissario, ingrandendosi fino ad acquisire la limpidità della certezza». Inoltre il suo stile, per esempio quello usato nei romanzi Operazione massacro (1957) e Quén matò Rosendo (1969) potrebbe essere stato di ispirazione per Truman Capote per il suo A sangue freddo.  Walsh fa ricorso anche a uno scenario classico come “la camera chiusa” ( nel secondo racconto). Ma non gioca con la fredda enigmistica, alla Agatha Chrisie. Dipinge con precisone quasi fiamminga il carattere dei personaggi. Spicca, qui, un artista megalomane, teatrale, un po’ pazzo nella sua ambigua visionarietà. Walsh punta il dito, denuda persone e situazioni. Questa era la sua vera vocazione.

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