Fabio Ciriachi
A proposito de “Il borgo dell’accoglienza”

Poesia in viaggio

Nella nuova raccolta di Marco Caporali la narrazione poetica pare immobile e invece tutto si muove, come al ritmo di una musica interna

Quanto mai fedele allo spirito del titolo, la nuova raccolta poetica di Marco Caporali, Il borgo dell’accoglienza (Il Labirinto, 84 pagine, 10 Euro) – per struttura, ritmo, lessico e sostanza – si fa modello e campione dell’antica pratica dell’accogliere.

Suddivise in cinque sezioni, le sue cinquantuno poesie, la cui pietrosa solidità è così simile alla materia del racconto, diventano altrettanti sipari che di continuo, attraverso un dire armonico e mai sfacciato nella sua affidabile sapienza, si aprono al passaggio del lettore permettendogli di connettersi in modo profondo con l’altrove verso cui la raccolta lo chiama.

A fare da viatico, e la formula è buona per ogni testo, quella sorta di Virgilio in versi rappresentato dalla prima poesia che va citata per intero: “Quando s’aprono intese / tra le lingue non muta che il suono, / una quieta confidenza prende corpo / e parole inaccessibili concedono / la chiave che ad altri le schiude”. C’è già tutto, come si vede: lingua, suono, quieta confidenza, parole inaccessibili, senso del concedere, chiave per aprire le parole ad altri. Non stupisce che figuri nella quarta di copertina. Il suo dettato, d’altronde, si rivelerà quanto mai necessario alla messa fuoco di diversi contesti.

Figura simbolo di un viaggio che così autorevolmente ha avuto inizio, un omino di pietra in cima a una colonna “A lato della piazza del mercato”; a lui spetta di ammonire il lettore-viandante sulla cifra stessa di ciò che incontrerà, e di questa poesia va citata la clausola perché il principio che contiene, “Minima presenza che rinnova / le inezie della storia”, con significanti così votati a una decisa reductio, lo troveremo ribadito, anche se con diverse latitudini di senso, in altri versi: nella ironica “trascurabile esistenza” di pag. 42, nelle rituali “futili vite” di pag. 61, nelle epifaniche “umili vite” di pag. 70. Di tale mutevole misura, quindi, sarà bene tenere conto viaggiando nell’opera, perché segnalerà le diverse antropologie dei territori attraversati, quasi osservatorio mobile, omogeneo sia al modo in cui si osserva e sia al mondo osservato.

A seguire, una sorpresa via l’altra. Dalla rassicurante figura degli “Alberi badanti” che, sostenendo gli originari, permettono a questi di sovrastarli così che dalla loro altezza “si ergano a guardiani della costa”, ai salatori di aringhe di “Salomons kapel” che, nei giorni di mercato, “al termine del dare e dell’avere” in una sorta di rustica laicità prefigurano i passi di danza con cui chiuderanno la fatica, contraltare, col suo semplice ripetere il meccanismo fatica-svago, del più complesso “lieto romore” in cui si arrischia il fanciullo del sabato leopardiano.

Dal “poligono di tiro”, i cui spari convincono l’anatra a disertare “la distesa d’acqua” (chissà se Caporali pensava ai “poligoni di tiro” di cui Vittorio Sereni parla in “Nel sonno”, che apre la quarta sezione de Gli strumenti umani?), alla “nuda piazza” con “al centro il monumento / equestre al generale con la spada” da cui si allontanano, attratte dalla luce, le “fuggitive”, secca negazione della guerra espressa nel semplice accogliersi tra compagne di gioco, e lontana, per nettezza di simbolo, proprio al Sereni di “Nel sonno”, appena chiamato in causa, che dice altro col suo allegorico “…con pudore / di cresimandi della storia”.

E ancora, dal tema della maestria, accennato in tutta leggerezza nella prima sezione da un aggettivare che parrebbe scontato e invece contribuisce a significare, “…la via / maestra del villaggio” (pag. 16) e “…alberi maestri / sul corso ristagnante della Sava” (pag. 20), all’apodittica clausola di “Bognemark” (fattoria nella danese isola di Bornholm dove abitava il pittore d’incendi Oluf Høst), “Sotto la cenere cova la luce” che, imprimendo un originale scarto di senso alla relazione col più consueto “sotto la cenere cova la brace” (da brace a luce, assonanza a parte, il salto è notevole) segnala una sorta di evoluzione nella civiltà dell’esistere alla quale Caporali, con la sua poesia, lavora da oltre un trentennio (l’esordio presso Empiria de Il mondo all’aperto è del 1991).

A colpire, a inizio della seconda sezione, il cambio di prospettiva nei due versi della clausola “le nuvole continuano a scoprire / la limpidezza del cielo” dove si evidenzia che, se le nuvole fossero solo oggetto della visione, viste da noi, anziché scoprire coprirebbero la limpidezza del cielo; ma basta considerarle soggetto che subito il senso va da solo nel suo opposto, che poi è il posto giusto, ed è, il loro, uno scoprire in corso e non stanco giacché, come si legge, “continuano a scoprire”. Altrettanto spiazzante è “La caduta” in cui il tempo di costrizione e di mancata scelta, addebitabile al dover camminare su un sentiero tracciato da altri senza poterlo deviare, e nemmeno immaginarsi di farlo, ha come conseguenza che “l’armonia si ricrea / il corpo cessa di essere alla mente / nemico e d’essere la mente / nemica al corpo”, esito che fa pensare a quegli esercizi di iniziazione grazie ai quali, superati a costo di fatica i confini della propria prospettiva mentale, il pensiero tracima inarrestabile per attingere ad altri metodi nella continua ricerca di un altrove salvifico. E ancora, tornano in gioco gli strumenti della poesia nella capacità d’invecchiare in modo che ogni ruga sia una conquista e gli anni, oltre a essere l’unguento al dover corrispondere, diventano “… uno spazio indistinto dal tempo / che ha la misura e il ritmo del tuo canto”.

Seguono “… i travisati indizi / di un vecchio ragazzo la grazia / resta di un cenacolo di amici” che in “Casa Zeichen” guardano lo stato di abbandono in cui versa il luogo abitato un tempo dall’amico poeta, una memoria fragile come l’amaca “… ridotta / alla sua sola trama”, poesia che si conclude con: “ridesta in una tana l’aria”, dove “tana”, oltre a dare il senso di rifugio che quel luogo singolare ha costituito, allude con delicatezza al primo romanzo di Zeichen, Tana per tutti (Lucarini, 1983). A completare l’affettuoso ricordo, notevole la circostanza bibliografica che accomuna Zeichen e Caporali, entrambi esordienti con una prefazione di Elio Pagliarani (e qui si perdonerà l’intrusione biografica, ma è difficile non segnalare un’ulteriore coincidenza, giacché è stato proprio in un seminario sulla poesia – tenuto da Pagliarani presso “La Ragnatela”, in via dei Coronari nell’87 o nell’88 – che ho conosciuto Marco Caporali).

I vari temi si susseguono in un’apparenza di peso specifico incline alla solennità della stasi, ed è sorprendente come, sulla pagina, tutto si muova, invece, al ritmo di una musica interna che di quel peso specifico fa propria l’autorevolezza per rendere travolgente il dinamismo del procedere. Così si va da “in segreti ricetti / dove nessuno, neppure il confidente è ammesso” per trattare dell’onirico, al “destinati a fiorire / se in un incontro fortuito qualcuno li chiama” quando oggetto del canto è l’amicizia che triangola con memoria e destino; dallo stupore per lo stato di villaggio globale imposto dalla rete al mondo, una virtualità inarrestabilmente progressiva nella sua immanenza tale per cui, dopo l’incipit: “Ascoltarsi, perfino guardarsi / da un continente all’altro” si arriva al conseguente explicit: “… Forse potremo un giorno / considerarci amanti / senza neppure sfiorarci”, al dolente riemergere di lontane consuetudini, voci, gesti familiari, in un flusso accolto “evitando i meandri, stemperando il nitore / intollerabile di quel che ci accompagna / pur avendo cessato di esistere”. E qui saremo perdonati se, sulla suggestione dal “considerarci amanti / senza neppure sfiorarci” con cui si celebra il virtuale, la memoria torna felice alla raccolta precedente, La vita inoperosa, per segnalare una poesia che s’intitola “Telefonandosi attraverso i campi” che cito per intero sia in omaggio alla sua bellezza sia perché interloquisca, come di sicuro desidera fare, con la poesia sul virtuale: “Mi sono accorta che possiedo anch’io / il tuo nutrimento. Dalle tue parole / capisco me stessa. È come una danza / in cui ho scoperto di poter danzare. / Non ho da temere la tua lontananza / se anima anche me quel che ti anima. / Potremmo a viva voce parlarci tra le spighe. / Siamo così vicini che mi sembra di toccarti. / E pensare che stanotte appena prima di sognarti / trovavo inaccessibili i tuoi sogni”.

Nella terza sezione si fa predominante il ruolo degli oggetti nel rappresentare le molte facce dell’umano: “Più di chi li possiede gli oggetti / danno voce alla casa” perché infine, nella casa, “entra quel che si vuole ascoltare / del mondo silenzioso che l’avvolge”, e anche il movimento in surplace del fermo scenario di rami e alberi che, di colpo, fa parlare la casa, per cui “gli oggetti diventano il filo che accorda le vite”. E ancora, l’immagine del pennuto (forse un gallo) straziato dai cani che non può convocare la pietà dell’osservatore perché “… Altri bisogni / umani ne impediscono il sorgere”, o anche il contrasto “Tra l’impassibile quinta dei monti / e lo schianto del mare” dove hanno sede i conflitti e la conseguente fatica delle scelte nella coscienza del tempo che passa, potendo contare solo su imprecise percezioni: “L’acqua riflessa alla luce dei fari / vela le sembianze consuete degli alberi”.

Perentorio, l’incipit della poesia che segue: “E allora per vedere è necessario allontanarsi”, con quella congiunzione iniziale che trasforma il verso nel punto di arrivo di un ragionamento che sembra derivare dalla poesia precedente e forse è critico nei confronti dell’abitudine, capace di mutare un eden in melma, per cui, confusi tra ripetitive orme e diversità del mare, tra angeliche visioni e benevolenza del caso, sembra suggerire, come soluzione, di rifugiarsi nel sogno: “…in questa parallela / vita che somiglia sempre più alla vita vera”.

Il compito di ogni umano, soprattutto se ci si è spinti avanti negli anni, è disporsi nel modo giusto perché quanto è prossimo ad accadere possa sorprendere, tenendo conto della possibilità che il già stato torni a farsi vivo, come recitano diversi incipit: “Monete preziose riaffiorano in terre riemerse”, o anche “Sulla superficie un paesaggio di storie sommerse / che casualmente alla coscienza affiorano”, il tutto cercando di non dimenticare la naturale saggezza della materia: “Solo le pietre ricordano / che la valle era mare”, e già a questo punto una certezza emerge circa la misura compositiva di Caporali, ovvero la grande cura che egli mette nel costruire incipit ed explicit di tranchant esattezza, al cui interno, poi, fa fiorire i ricami di un ragionare capace di tenere insieme tutto il solido dell’antico e una leggerezza da civiltà della conversazione.

Diviso in tre parti, il poemetto “Il borgo dell’accoglienza”, con le sue sbalzate geografia, storia, antropologia, visionarietà, cronaca, mitologia si guadagna il diritto a dare il titolo all’intera raccolta. Anzi, sembra quasi che tutte le poesie, disposte pagina dopo pagina fino alla soglia del borgo, abbiano concesso a Caporali il diritto di scolpire, con la maestria acquisita in anni e anni di pratica, il suo diamante grezzo. Di nuovo spicca la forza dell’incipit “Divampa l’armonia tra la miseria delle case” (come si poteva immaginare l’armonia affidata alle leggi del fuoco?), e da lì, nella prima parte, è un profluvio di crepacci, speroni, pergolati, orlo dei boschi, cretose alture, icone che introducono al monastero greco in terra calabra dove il monaco “su sandali alati si aggira” (echeggia, tra queste materie di aspra vivezza, il lessico da camminatore per impervi paesaggi presente in molta poesia di David Mus, la cui traduzione dal francese Caporali ha curato, per Empiria, in un’esperienza a quattro mani con l’autore).

Nella seconda parte del poemetto, che inizia con “Il devastante assedio”, va in scena il conflitto fra natura e cultura, e qui il teatro si arricchisce di concentriche vie, ripidi versanti, rovine normanne, capre sui tetti che scambiano le tegole per pietre, mura crepate, fichi d’india che forano l’asfalto, abitacoli monchi, occhi ciechi, abortite rampe di scale, screpolati selciati, miasmi delle vie che danno voce al grido “Qui la natura il suo consenso nega”, e ancora fiumare in piena, squarciate gronde, macerie su macerie “Lungo la linea di costa / della prima ferrovia delle Calabrie”, preludio alla sacralità di un evento mitologico che ferma il tempo e spartisce l’opera in corso in due metà desiderose, entrambe, di essere a modo loro anche meta: “Un Atteone trasformato in cervo / è divorato dai suoi stessi cani”. Dopo l’evento modificatore, la nuova antropologia decreta il suo modello d’uomo: “una mole di bronzo / che nel viso ha lo sprezzo e il ripudio / della pietà e nel corpo / la forza per imporre il suo dominio”.

La terza parte del Borgo scopre la Riace che conosciamo dalle cronache, quella dell’esperimento di accoglienza tentato dalla civile creatività di Mimmo Lucano e, proprio perché tanto funzionale da divenire esemplare (ne hanno riconosciuto i meriti istituti e osservatori del mondo intero) stroncato, con accuse poi rivelatesi infondate, da quella illegalità, tanto diffusa quanto non-perseguibile, propria di chi cerca problemi invece di soluzioni, per dominare il sociale col caos e con le paure che ne conseguono. E qui il clima cambia e l’incipit “Casa mia casa mia gridavano / al forestiero che ignaro s’inoltrava / nel libero villaggio di Riace / i bambini che avevano eletto / il vicolo a propria dimora” subito introduce altre immagini: taverna, Africa operosa, vela per bandiera, giochi di strada, corpo martoriato, ruota dei partenti, variopinte vesti, un insieme di gioiose insorgenze da cui consegue che “S’intessono ginestre, si soffia il vetro, / s’intrecciano legami tra gli odori / e i sapori per via. / E i carnefici costretti ad affacciarsi / su strade battezzate coi nomi delle vittime”. A concludere, l’icastica evidenza dell’explicit: “Sopra l’altare nient’altro / che un mappamondo col cielo dipinto. / Avvolge le mura la carta di tutta la terra”.

La quinta e ultima sezione, per lo più rivolta a quella seconda patria nordica che per Marco Caporali è la Danimarca, verte sulla guerra nel modo traslato con cui può essere resa dalla metafora della caccia. In “Vigilia” va in scena la contraddittoria situazione per cui, da una parte, “si eleva nell’aria radiosa / l’edificante mole / dei cervi decorati per Natale” e, dall’altra, i cacciatori “…con un colpo di fucile spengono / dei cervi le futili vite”. Preliminare allo stato di guerra, il sentirsi non accolti, il vedere avversione nel volto dell’altro, tanto che per nascondere la propria origine “si cerca di confondersi col resto, / di essere parte, foglia, nell’intrico del bosco”, e che un tale clima bellico possa concludersi solo col delitto lo dice con chiarezza l’explicit, che addirittura, del togliere la vita rende complice “la luce che affiorando a grado a grado nell’aria del mattino / mette a fuoco l’intruso, senza lasciargli scampo”, e se solo ricordiamo come nell’explicit di “Bognemark” la luce covata sotto la cenere brillasse alla stregua di un emblema di evoluzione, possiamo renderci conto di quale rovinoso cambiamento la guerra è in grado di imporre alla legge non scritta del vivere.

Nella seconda poesia, il tema della caccia si svolge dapprima verso la libertà che hanno gli abitatori delle riserve di addentrarsi nel folto grazie all’assenza di reti, salvo impattare con l’explicit che connota solo ipotetico quell’ideale stato di cose, proprio “come se ancora non fosse comparso / l’ordinamento umano”. La terza, sempre in tema caccia, ha come centro quella sorta di rara sospensione che si crea “Quando si approssima l’inseguitore / ad una bestia in fuga”, condizione che dà luogo a diverse conseguenze: nella prima l’inseguitore, invece di avventarsi sulla preda, “… acquieta / l’istinto della caccia” tanto da guadagnarsi la confidenza degli inseguiti che gli si approssimano, non più timorosi, e nel momento in cui tutto questo diventa reale, esaurita anche la condizione dell’ultima subordinata, tutte rette dal “Quando” all’inizio, accade che “… alla concordia s’apre / della paura la crudele gioia, / diviene più arduo il risveglio, il ritorno alla terra” con quel verso finale che trascina perentorio fuori dal sogno di esiti diversi dallo stato di natura, e restituisce “il ritorno alla terra”, dopo una prima possibile lettura altra, al duro oscillare fra il solito stato di fuga e l’inumazione.

Nella poesia successiva, protagonisti sono il duro dell’inverno, il compagno mutato in nemico, il gelarsi delle onde per cui “gli arabeschi del ghiaccio divampano” (di nuovo un uso insolito del “divampare”, dopo “l’armonia” con cui inizia “Il borgo”, ora la legge del fuoco governa anche il ghiaccio), finché, dopo il vano tentativo di rifugiarsi nello schermo del computer (“un mondo che non è di questo mondo”), ne usciamo privi di realtà e di memoria, costretti ad accettare la sentenza: “con la notte si arrestano i sogni”.

Dolente monumento alla solitudine, la scansione precisa di come “Presenze solitarie che non trovano / in altri ristoro” tornano a sera alle loro case sparse nella brughiera avendo, come unica dote, “il piacere di essere accolti / nella vasta dimora del buio”. Segue il tumultuoso percorso interiore che minaccia ogni esistenza, identico “al principio e a conclusione della vita”; tutto muta, sempre, dai terrori infantili alle visioni riposanti; per darsi coraggio, si sorride di scherno fino a irridere la perdita, tentati da estranei che pretendono di placare il male, e malgrado le buone intenzioni iniziali, la paura dell’ignoto fa travisare le cose “e immagini pronta a colpire una mano tesa”; la lettura disattenta della realtà, non permettendo di valutare i danni causati dalla violenza, ha come ulteriore risultato di vedersi ripagata la pietà col sospetto.

Nelle nove poesie che chiudono sezione e raccolta, il protagonismo della luce dapprima “dilaga” su un esterno che la neve sottrae ai colori e il ghiaccio esclude dal nutrimento. Nella poesia successiva, sempre la luce illumina percorsi che, tra paesaggio interiore ed esteriore, dialogano tra loro a suon di forme e immagini fino a tracciare “un rettilineo così sgombro e fertile / dove solo quel che transita matura”. E quando la luce lascia lo spazio alla musica, si compie il miracolo: le distanze diventano confidenza, i suoni ricevuti da altri e ad altri passati col di più del proprio timbro accendono la festa, e la mano tesa, che solo poco fa s’immaginava pronta a colpire, adesso è chiamata “ad accogliere il compagno che ti chiama”.

E di nuovo è la luce, questa volta del sole, che compie le sue malie sulle umili vite e sui volatili, fino allo stato in luogo perfetto: “Al ritmo delle onde si diffonde una sovrana quiete”. Ancora la neve, una storia coltivata che dà frutti, il mondo immaginato e le maschere del comune sentire; a un tale caos, solo la natura mette ordine e il carnevale che esplode a ogni incontro, riporta in basso l’eccezionale e spinge a considerare “una storia fra tante la propria”.

Il carnevale si fa corteo nella poesia successiva, e anche se si viene colpiti nel proprio procedere, poco importa perché “Affidata alla voce / giocosa del caso un’intesa / irrompe sulla scena quotidiana / e le abitudini muta / nel fuggevole scomporsi e ricomporsi / di moltitudini altrimenti offese”. In “Blues to Elvin” torna, con “quel che non ha voce” il mondo del piccolo, del poco, del futile già intravisto, ma qui passato e presente coesistono, il fardello è della gioia, e l’ammonimento spinge a evitare le cose di poca importanza, a non sottomettersi allo spirito del tempo.

“Serate con Carlo Bordini” racconta di un reading in un locale rumoroso e del modo “pacato” con cui il vecchio poeta ascoltava gli acerbi che lo prendevano a esempio, sempre però nel nome della sua lingua con la quale “… non si poteva / discorrere di questo o quello, non si poteva / fare finta di niente”.

In “Vallo atlantico”, con cui termina la raccolta, nel raccontare come l’erosione della costa abbia sommerso i bunker, si torna a immagini di guerra, e stavolta a divampare al largo sono fuochi, chissà se di armi o di festa, dipende dal tempo, e le mani callose e le preghiere dei vecchi non trovano conforto nei riscoperti svaghi dei bagnanti, perché il timore di chi ricorda spinge a immaginare “una rete futura / che valica confini, arruola, onorando brutalità, / obbedienza incondizionata”.

Con questo pesante fardello, che convoca tutti a non smettere di sentirsi corresponsabili della storia, usciamo da Il borgo dell’accoglienza arricchiti come solo le profonde esperienze riescono a fare. Qui non impariamo solo il modo di Caporali di affrontare la vita e di decifrarne le molte declinazioni attraverso una scrittura che ne sia all’altezza. Impariamo, grazie a lui, che esiste un’armonia, nei ritmi delle forme scritte, che dà lungimiranza alla socievolezza necessaria alla cura condivisa del mondo.

Quanto al dispiacere di aver solo frammentariamente restituito la sostanza di questa raccolta, di fronte all’impossibilità di citarla per intero, poesia dopo poesia, verso su verso, piuttosto che il silenzio, abbiamo accettato di essere gli artefici di quell’ingiuria che le parafrasi, purtroppo, sempre infliggono ai testi originali. È vero anche, però, che nella parafrasi l’ingiuria potrebbe essere duplice qualora, nello smontare l’architettura originale, si giungesse addirittura ad attribuirle un senso per un altro.

E qui ci salva la memoria di un reading romano sul finire degli anni Ottanta. Quella volta, vera e propria eccezione, tra il pubblico c’era Armando Gnisci, al tempo, se ricordo bene, docente di Letterature Comparate a Firenze il quale, davanti all’obiezione di un poeta circa il voler dire altro da quanto uno dei presenti aveva inteso di una sua poesia, aveva risolto la disputa con una sentenza inattaccabile: ogni autore è chiamato a rispondere di qualunque interpretazione venga fatta di una sua opera.

Possiamo solo augurarci, allora, che anche questa lettura, qualora risulti difforme da quella che di sé ha fatto Marco Caporali, aggiunga alla complessità del suo ideale borgo, spicchi d’intelligenza altra che contribuiscano a renderlo ancora più accogliente. Sarebbe un bel modo, benché eccentrico, di lavorare alla poesia intesa come bene comune.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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