Giuseppe Grattacaso
A proposito di "Prima di nascere”

Una parola ci salverà?

Ritorno ai versi di Claudio Damiani, un autore che attribuisce un valore quasi "salvifico" alla parola poetica: un baluardo contro l'angoscia quotidiana

Siamo forse vicini alla soluzione che ci scrolli di dosso l’angoscia – della morte, di non comprendere chi veramente siamo e il perché della nostra presenza, minima e fragile, nell’universo ‒, ad un passo, può essere, dalla risposta che ci liberi da questa sorta di guerra con noi stessi e con gli altri che occupa buona parte delle nostre giornate. Forse in quello che ci è intorno, immediatamente vicino o incommensurabilmente lontano, c’è un dato, un elemento da aggiungere alle nostre conoscenze, che ancora non siamo in grado di vedere, anche con i nostri strumenti più sofisticati, delicatissimi microscopi e potentissimi telescopi, che i calcoli e le indagini scientifiche non riescono a mettere a fuoco, ma a cui ci stiamo faticosamente appressando. Potrebbe essere in quel particolare sconosciuto la chiave, lo scioglimento da ogni affanno. Non sarà una legge quella che scopriremo, né una formula, “ma una parola, un discorso, una frase / che ci dica chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo”.

Ne è convinto Claudio Damiani, che in Prima di nascere, il libro di poesia edito già da qualche tempo da Fazi, torna più volte sull’argomento e lo fa con un procedere cauto e colloquiale, il tono semplice e sapienziale di chi si rivolge a tutti e da ognuno ‒ umani e altri esseri, viventi e inanimati ‒ cerca una risposta. L’interrogazione di fronte alla nostra inspiegabile e meravigliosa presenza nel mondo si produce intorno alla constatazione che “in fondo noi galleggiamo in un abisso”. È una condizione precaria, che al momento ci appare senza spiegazione: è certo però che svolgiamo, insieme a tutta l’umanità ‒ tutta, anche quella passata e quella ancora da venire ‒ un ruolo, che non ci è completamente chiaro, ma che è compito e risorsa di tutti. Dovremmo sapere, in ogni caso, di partecipare a un destino comune e “sentire che l’essere è una sola cosa / e non ha parti, nel senso che ogni parte / è tutt’uno col tutto”.

Il poeta Damiani contempla il mondo e vive in simbiosi con la natura, o è proteso a farlo, e dalla relazione con la natura fabbrica le domande esistenziali e essenziali di cui la poesia si nutre. Sono domande che gli fanno acquisire la consapevolezza propria di chi sa di non sapere, la certezza di essere immerso, insieme a tutti gli altri esseri umani, in qualcosa di ancora troppo grande per la nostra intelligenza e la nostra comprensione: “noi siamo come foglie che cadono nell’autunno / e si mischiano con la terra, diventano terra / e è un mistero cosa sarà di noi, / solo possiamo sapere che qualcosa di molto grande / ci sovrasta e ci circonda, qualcosa / di incredibilmente grande / di cui non sappiamo niente”.

Siamo insomma a fluttuare in un luogo misterioso e non sappiamo che cosa permetta e che fine abbia questo galleggiare. Ma è forse inappropriato anche parlare di mistero: siamo noi in fondo a non capire, l’universo sembra avere regole solide e precise: “ogni cosa è al suo posto / e non c’è niente che manchi / l’equilibrio è tale / che non c’è peso / siamo tutti sospesi”.

Una domanda si ripropone ossessivamente e quasi scandisce il ritmo dei versi e il procedere delle sezioni del libro: cosa siamo stati prima di nascere? “Quando ero piccolo, quattro-cinque anni ‒ scrive Damiani nella poesia che introduce alle undici sezioni di cui si compone il volume ‒ mi immaginavo prima di nascere / come sospeso nel cielo (… ) / mi sembrava incredibile non essere esistito prima / e mi sembrava incredibile pure di essere esistito, / non capivo dove potevo stare, così in alto nel cielo, / dove potevo poggiare i piedi”. È nella risposta a questo stupore, a questa sensazione vaga e impenetrabile, sembra suggerire Damiani, la parola che sappia dirci chi siamo e cosa ci facciamo in questo “atomo opaco”, in questo luogo infinitesimo (in cui siamo approdati? per andare dove?), che è solo un punto oscuro nell’enorme e stupefacente, inquietante e gentile, corpo dell’universo. E, ribadisce il poeta, proponendo una condizione molto simile a quella immaginata da Pascoli per il piccolo protagonista della poesia La vertigine: “nel cielo sprofondo come in un abisso / ma non mi scompongo, sto quieto / è come se il mondo si rovesciasse / e non la gravità della terra / ma quella del cielo mi attraesse, / le sedie il gatto le nuvole / vengono tutti con me / e non c’è niente di terribile”.

Ognuno di noi è fino in fondo se stesso e la sua individualità ‒ a tratti Claudio Damiani ne è certo ‒ sopravvivrà anche alla morte, non come polvere o particella del cosmo, ma proprio con la sua unicità e la sua storia. Ma ciascuno è anche tutti gli altri esseri umani: c’è qualcosa di unico e irripetibile in noi, ma “è qualcosa che è in tutti / quelli che sono e saranno”. Ognuno di noi è un anello: “Non un anello scompare / come non scompare la strada / che hai percorso, come in una melodia / non scompaiono le note precedenti / ma sempre in relazione al prima / percepisci la nota presente / e la presente ha senso / in relazione alle seguenti”. A ben guardare insomma nel tempo che viviamo c’è tutto quello che è già accaduto, non solo a noi singoli individui, e tutto quello che deve ancora avvenire.

La morte potrebbe dunque proprio non esistere, non essere nemmeno un passaggio verso un’altra vita, ma al più determinare solo un mutamento di condizione, permetterci di “fare un salto nella comunità / lasciare quel corpo a cui eravamo attaccati / e quel tempo, e saltare nella vastità / del futuro, e vedere forse anche il passato”.

La poesia di Prima di nascere ha carattere filosofico e ontologico, guarda verso le riflessioni dei presocratici e di Platone, del pensiero orientale, ma anche verso le più recenti acquisizioni scientifiche, in particolare dell’astrofisica, si muove intorno a suggestioni velatamente e vagamente religiose, e si confronta con tutti noi, in un dialogo serrato, coinvolgente e accessibile, a cui partecipano, oltre agli autori amati, il monte Soratte, immancabile nei versi di Damiani (“Caro Soratte io fra poco non ci sarò più, e tu resterai, invece”), il gatto (“il gatto mi parla e non c’è niente di strano / per me”), gli oggetti, gli astri, utilizzando un linguaggio piano e ordinario, come si diceva, che ora si manifesta in versi, ora in brevi prose.


La fotografia accanto al titolo è di Tiziana Cavallo.

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